Hans Hellmut Kirst.
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E la giustizia, Capitano?
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Parte 1.
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Titolo originale: Sagten Sie Gerechtigkeit, Captain?
Traduzione di: Amina Pandolfi.
1950. Verlag Kurt Desch, München.
1970. Aldo Garzanti Editore, MILANO.
Romanzi Verdi Garzanti.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Un giallo tra i criminali di guerra nazisti È un romanzo giallo, ma alla Kirst. Ha l'intreccio, l'andamento, la progressione emotiva, la carica di suspense, la ricchezza di colpi di scena propri dei gialli. Ma è insieme un vivido quadro della Germania stroncata dalla disfatta, tema prediletto di Kirst, che qui ha scelto una situazione estrema: un campo di internamento americano dove sono rinchiusi migliaia di tedeschi, rastrellati un po' dappertutto, che avevano ricoperto cariche di rilievo sotto Hitler: alti ufficiali, funzionari ministeriali, diplomatici, dirigenti del partito, SS, criminali di guerra e no in attesa di accertamenti per essere eventualmente deferiti al tribunale militare di Dachau.
Per rendere più concreto il giudizio, l'autore pone alla direzione del campo due americani di origine tedesca: Keller, il comandante duro e ambizioso, e Ted Harte, il capo dei servizi investigativi, aperto e responsabile. In questo microcosmo emblematico, agitato da violente contraddizioni, dove il massacratore vive accanto a gente coscienziosa e onesta, Kirst dà vita a un romanzo d'azione, drammatico e anche umoristico dal ritmo incalzante. Nel succedersi e sovrapporsi di innumerevoli episodi, di amori torbidi e dolci, evasioni e cacce all'uomo, di interessi ambigui e nobili azioni, il racconto trova la sua pietra di paragone in un prezioso braccialetto di platino - insieme movente di uno sterminio, prova di colpevolezza ed elemento corruttore - che mette in subbuglio tutto il campo. Una vicenda densa e rapida che si svolge in una torrida estate nel breve giro di trentasei ore.
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L'AUTORE.
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Hans Hellmut Kirst è nato nel 1914 a Ostenrode, nella Prussia Orientale. Le scuole che frequentò erano prussiane, gli uomini che lo educarono guardavano verso est.
Perciò egli divenne «temporaneamente un individualista per convinzione, un realista per esperienza, un socialista senza romanticismo». Partecipò alle campagne di
Polonia, Francia e Russia e fu più volte decorato. Tornato dalla prigionia fece l'agricoltore, il drammaturgo, lo stradino, il giardiniere. In questi anni maturò in lui la decisione di liquidare senza compromessi gli errori e le aberrazioni del passato. Da questo proposito sono nati i suoi romanzi: la trilogia «08/15» (1955-56), tradotta in venti paesi,  e numerosi altri.
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E la giustizia, Capitano?
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Ted Harte, l'ufficiale che dirige il servizio investigativo, si avvia a passo strascicato verso la porta del suo ufficio. Fischietta ed è spaventosamente stonato, ma insiste, squillante e pervicace.
Fischietta sempre lo stesso motivo: «Oh, Susanna!» La
canzone è a malapena riconoscibile, ma quando gli è stato
chiesto che cosa fischiettava ha risposto molto categoricamente
che si trattava sempre e esclusivamente di «Oh, Susanna».
Ogni mattina, prima di prendere servizio nel Campo 7
per Internati Civili - Camp for Civil Internees 7 - sente
il bisogno di emettere quella successione di suoni striduli
e provocanti. Ma appena apre l'uscio dell'ufficio il suo concerto si interrompe bruscamente.
Ted Harte si arresta per un attimo nel vano della porta
e osserva la ragazza che sta riordinando la posta sulla sua scrivania.
«'giorno,» dice Ted Harte e sbatte con violenza la porta alle spalle.
«Buon giorno,» risponde Sylvia Meiners, la segretaria.
Harte ride. La ragazza è indispettita e ciò lo diverte.
Tutte le mattine quel trucco primitivo del fischio riesce
a irritarla e lei glielo lascia chiaramente intendere. Ma è
forse l'unica reazione di carattere personale che abbia finora
individuato in lei. Evidentemente non lo può soffrire
e questo è comprensibile. Con il capitano Keller è molto
più gentile. E anche questo è comprensibile. Per il resto
non fa che lavorare; sempre, con costanza, veloce, precisa, fidata.
«Il comandante la cerca. È andato dai commissari inquirenti.
È molto seccato. Anche oggi lei è arrivato con
mezzora di ritardo.»
«Come mezz'ora?» Ted Harte ride per nulla impressionato
e getta il berretto sul davanzale della finestra. «Per
la precisione il mio ritardo è di cinquantadue minuti esatti.
Ed è sempre troppo presto.»
«Ci sono delle cose importanti da sbrigare.»
Harte siede alla sua scrivania. «Non dica sciocchezze,
Sylvia. Non vorrà scimmiottare il capitano Keller. Qui di
cose importanti non ce ne sono. Questo campo di internamento
è una baracca che non sta assolutamente in
piedi. Con sei ufficiali inquirenti sei come vuole che riesca
a sapere quello che passa in quattromila cervelli?»
Sylvia lo guarda con occhi indagatori mentre lui scorre
svogliatamente la posta. «Ma il capitano Keller desidera...»
«Keller farebbe bene a lasciarmi in pace! E anche lei,
Sylvia! Lui qui è il comandante, ma l'investigatore d'anime
sono io. E lei è la nostra segretaria, Sylvia. Ognuno di
noi ha la sua sfera di attività. Non mi piace che qualcuno
venga continuamente a zampettare nel mio giardino.»
«Mister Harte,» ribatte Sylvia, «questa non è una clinica.
Qui sono rinchiuse quasi quattromila persone. Meno
lei lavora, e più dovranno restarci gli internati.»
Harte alza gli occhi e vede la ragazza in piedi davanti
a lui. E per l'ennesima volta vede che è bella. Bella e scostante.
Scostante almeno con lui.
«Sylvia, lei qui fa la segretaria, non l'infermiera o la
Sorella della Misericordia. Cerchi di non dimenticarlo
tanto spesso.»
Sylvia rimane in silenzio. Poi, come se fosse la sua risposta,
gli mette davanti dei ritagli di giornali. «Articoli sul
nostro campo,» dice.
Harte li scorre rapidamente, poi ride. «Gran contatori
di fiabe, questi giornalisti. Per loro la massima aspirazione
nella vita è un buon soggetto per un articolo.»
«Chiederà una rettifica?» domanda Sylvia, e quando
Harte la guarda divertito esclama: «Ma tutto questo non
è vero. Buona parte è pura invenzione.»
«Cara Sylvia, i giornalisti riportano quello che vedono o
credono di vedere. I campi di internamento vanno molto
di moda in questo momento. La guerra è finita da tre mesi,
l'interesse per gli eroi comincia a diminuire e piano piano
si vengono a sapere le cifre delle vittime... questo è il momento
di cercare i colpevoli. Ed eccoli qui.»
«Ma non tutti...»
«Questo lo so, Sylvia! Qui noi abbiamo quattromila internati,
nelle varie decine di campi saranno in complesso
qualche centinaio di migliaia. Un duecento delinquenti ci
saranno pure, fra tutta questa gente.»
«E allora...»
Harte ha un gesto di contrarietà. «Non mi scocci continuamente,
Sylvia. So benissimo che cosa pensa. E lei impallidirebbe
se sapesse che cosa penso io. Siamo nati e cresciuti
tutt'e due in Germania. Lei è rimasta qui, io sono
stato sbattuto fuori. Siamo tedeschi... e va bene; ma da
quando in qua due tedeschi sono dello stesso parere, se non
si trovano per combinazione a indossare la stessa uniforme?»
Harte scorre un articolo pubblicato sul «Tiger Club»;
«... ex caserma tedesca, echeggiante del fragore di zoccoli dei
reparti di cavalleria, oggi l'edificio risuona soltanto dei passi
strascicati e stanchi di uomini che giocarono a conquistare il
mondo e persero la tragica partita.
... un modello della decisione e dell'efficienza americane.
«Qui sono raccolti delinquenti di tutti i tipi. La maggior
parte sono assassini e omicidi. I verbali che li riguardano,
fanno pensare all'inquisizione spagnola.»
Un altro articolo è apparso sul «Stars and Stripes»:
«Vette maestose coperte di neve osservano attente,
spettatrici silenziose, il quadro dell'ordine e dell'efficienza americana.»
«Cartelli in inglese e in tedesco ammoniscono che l'accesso
a questa zona è severamente proibito a chiunque.»
Il «Thundering Herd», un altro giornale militare americano,
scrive:
«... truppe di fanteria fanno la guardia ai rifiuti più folli
del passato regime nazista.»
«Il batter di tacchi è uno dei caratteri comuni alla maggior
parte dei prigionieri. Quando l'ex soldato della Wehrmacht
che fa le pulizie nell'ufficio del comandante capitano Keller
compare sulla porta, batte i tacchi e rimane immobile, 'rifiutandosi
di iniziare il lavoro fino a quando il capitano
non risponde al suo saluto.»
Harte getta tutti i ritagli sul piano dell'altra grande scrivania
vicino alla sua. «Il capitano Keller sarà felice di
questi conati di zelo. Lui è il liberatore nato.»
«Tutto questo la diverte, mister Harte?» Sylvia Meiners
lo guarda con occhi pieni di rimprovero.
Ha dei begli occhi, pensa Harte, grandi e bellissimi. «E
dovrei piangere? In sua presenza, Sylvia? Magari posando la
testa nel suo grembo? È questo che dovrei fare?»
Sylvia Meiners gli volta le spalle, va alla scrivania del
capitano Keller e controlla se tutto è in ordine. Si comporta
come se Harte neppure esistesse.
Harte intanto si occupa della posta appena arrivata. Sono
sempre le stesse cose: mogli di internati che chiedono, pregano,
minacciano indirettamente, fanno promesse, accennano
velatamente a offerte di denaro. Una ha accluso una
sua fotografia. Qualche lettera inizia con le parole: «Se
lei è un uomo di cuore...»
«Io non sono un uomo di cuore,» dice Harte senza alzare
gli occhi.
«Non occorre che lo dica,» ribatte Sylvia.
Harte alza fuggevolmente gli occhi verso di lei, sorride
appena e poi si dedica al rapporto della giornata:
Internati 3753 (contro i) 3754 del giorno precedente;
un morto di polmonite.
Di questi: 38 in infermeria,
12 in cella d'isolamento.
Numero accertato degli amputati: 69.
Giovani sotto i 18 anni: 10.
Internati sopra i 60 anni: 204.
In margine Harte scrive «schifo», lo sottolinea e getta
il foglio sulla scrivania del capitano Keller.
Poi Harte si butta indietro appoggiandosi allo schienale.
«Dica un po', Sylvia, circa una settimana fa l'ho
pregata di fare delle ricerche a Francoforte. Voglio sapere
dove si trova il mio amico. Il mio unico amico d'infanzia.»
Sylvia si piega addirittura sulla scrivania di Keller e la
sua mano afferra nervosamente un fascio di carte.
«Ha avuto qualche risposta?»
«Sì, ieri.»
«E allora? Che fa quel ragazzo? Come sta?»
«È in un campo di internamento,» risponde Sylvia
senza guardarlo.
Harte tace. Si raddrizza molto lentamente e tace. Poi si
alza e va alla finestra. Guarda giù. I suoi occhi vanno oltre
la strada centrale del campo, dove gli inservienti di cucina
stanno trasportando in quel momento i pentoloni del rancio,
corrono lungo le barriere di filo spinato dove stanno
gli internati, si levano verso le torrette, dove gli uomini
di guardia sono appoggiati alla balaustra e sorvegliano indifferenti,
con meccanica regolarità, il settore sotto il loro
controllo.
Tace.
«Un altro telegramma da Dachau,» lo interrompe Sylvia.
«Il colonnello Cord attende con urgenza la documentazione
su Hauser. Il capitano Keller ha detto di dirle che questo
caso va esaminato con la massima rapidità.»
Harte continua a tacere. Sta appoggiato con la destra al
telaio della finestra, come se cercasse un appiglio. Osserva
il lento formicolio di uomini sotto di lui senza afferrare
alcun dettaglio.
«È già il terzo telegramma a proposito di Hauser. Anzi,
addirittura il quarto, contando l'elenco complessivo dei casi
urgenti. Il capitano Keller pensa che...»
«Va bene,» dice Harte. «Lo metta sul mio tavolo.»
L'internato Manfred Hauser sta davanti alla barriera
di filo spinato all'estremità posteriore del campo. Ha gli
occhi fissi sul sentiero che oltre lo sbarramento si perde in
mezzo ai prati.
Si preannuncia una giornata molto calda, una di quelle
giornate che appesantiscono il sangue e appannano la mente.
Una giornata di luce accecante, di una luminosità fatta
di sudore grasso e lucido.
L'internato Hauser fissa il sentiero. Non avverte il caldo
che gli striscia addosso. Cerca di guardare in lontananza,
ma lo spazio davanti a lui si scioglie nel tremulo luccicore
dell'aria surriscaldata.
Da quindici giorni, ogni mattina verso le nove Hauser sta
lì e fissa il sentiero. Aspetta. Aspettare è la principale occupazione
di tutti gli internati. Quasi nessuno sa che cosa
aspetta. Soltanto Hauser sa quel che vuole. Lo ha sempre
saputo, fin dal principio.
La figura massiccia è chiusa in una uniforme di SS priva
di gradi. Mostrine, spalline, i gradi sulla manica, tutto è
stato accuratamente staccato. La giubba è ben spazzolata,
senza una macchiolina. I calzoni, che hanno ancora una
traccia di piega, ricadono sulle scarpe grosse, pulitissime.
Sta lì immobile, gli occhi sul sentiero e aspetta.
Poco lontano da Hauser, seduto su un sasso, c'è l'internato
Mangel. Tiene posata sulle ginocchia una rozza assicella
e disegna. Mangel era tenente colonnello di stato
maggiore, specialista in comunicazioni ferroviarie per le
regioni dell'Europa sud-orientale. Un ufficiale alle dipendenze
di Harte gli ha messo a disposizione carta in grande
abbondanza. Ora Mangel è occupato a ricostruire la rete
ferroviaria jugoslava, lavora affidandosi completamente alla
memoria, ma sempre seguendo rigidi concetti strategici.
«Si può sapere che cosa aspetta, Herr Hauser?» domanda
Mangel.
Hauser risponde secco: «Niente chiacchiere, per favore!»
E continua a fissare il sentiero.
Mangel, turbato per la mancanza di tatto del suo compagno,
scuote la testa e dice, non senza un certo tono di
riprovazione: «Lei dovrebbe fare qualcosa, Herr Hauser,
un lavoro qualsiasi. Distrae. Non bisogna lasciare arrugginire
il cervello. Restare sempre attivi.»
«È facile per lei,» ribatte Hauser. «Il suo cervello non
arrugginisce di certo, non le si può arrugginire perché non
ne ha. Ecco perché lei sta così bene.»
Il tenente colonnello di stato maggiore alza gli occhi dalla
tela di ragno che dovrebbe rappresentare la rete ferroviaria
della Jugoslavia. Non è offeso, soltanto stupito. «Il
suo tono è fuori luogo,» afferma con aria di chiara riprovazione.
«Ah, storie,» fa Hauser, rude. «La smetta di seccarmi
sempre con le sue ciance.»
Mangel non replica. I tratti marcati del suo viso tradiscono
una disapprovazione a stento contenuta. Tracciando
linee sottilissime congiunge due grosse parallele e le trasforma
in una linea sola. Doppio binario! L'aorta del sistema
ferroviario. La premessa fondamentale per operazioni
militari senza intralci. Un conto che torna sempre. Un
vero dono del cielo per qualsiasi comandante militare. Ma
di queste cose tipi come Hauser non capiscono nulla.
Da due settimane quell'Hauser sta lì e aspetta. Che cosa?
Una donna? Sua moglie? Può darsi. Tutto è possibile. Qui
quasi tutti i pensieri girano e rigirano intorno a tre temi
essenziali: la libertà, il cibo, le donne. Donne! Già, in tutti
i campi di concentramento è lo stesso; il tenente colonnello
lo sa bene, una volta ha perfino scritto un memoriale
in proposito.
Forse è quella che sta venendo su per il sentiero? Una
donna che sembra uscita da un giornale di moda. Il genere
preferito dai giovani ufficiali. Ma che poi qualcuno avesse
addirittura il coraggio di portarle al circolo, presentandole
come strette parenti... via, questo era un po' eccessivo, beninteso.
Comunque proprio il tipo di donna adatta per questo
Hauser.
Hauser respirando profondamente guarda sua moglie che
gli viene incontro. Uno splendido esemplare di donna! Non
è mutata per nulla. Ha l'andatura di un cavallo di gran
razza. Criniera al vento. Esattamente come tre mesi prima,
quando lo avevano arrestato e rinchiuso in questo campo.
Esattamente come tre anni prima, quando l'aveva sposata.
Conclusione e coronamento di una licenza in patria.
La mano dell'uomo si afferra al filo metallico, fra uno
spuntone e l'altro e la rete si tende. Il corpo pesante è
tutto appeso a quella mano, si piega leggermente in avanti.
Verso la donna che passa sul sentiero battuto da mille
piedi come se scivolasse con grazia sul pavimento di un
salone da ballo.
Dunque il biglietto che due settimane prima ha gettato
a un contadino, quando è uscito con una pattuglia di
lavoro, è arrivato ,a destinazione. Brav'uomo, quel contadino.
In Germania ci si può ancora fidare del prossimo,
si può sempre contare su qualcuno. Si è internati, ma non
cancellati. Isolati, ma non dimenticati. Su quel biglietto
c'erano solo poche parole, un indirizzo e uno schizzo che
doveva servire di orientamento. Lei ha ricevuto la notizia
e ha capito; ora è qui.
La donna passa davanti a Hauser, fra loro la barriera di
filo spinato, una distanza di dieci metri; due torrette di
controllo con sentinelle americane di vedetta.
La donna fa un cenno impercettibile con il capo, il cenno
è per lui. Egli crede di vedere gli occhi della donna posarsi
su di lui.
Hauser preme la mano contro il filo metallico, lo stringe
e la guarda con occhi fermi, fissamente. Apre leggermente
le labbra come se sussurrasse una parola. E la parola è
Brigitte.
Brigitte passa oltre, percorre ancora una quindicina di
metri. Poi, voltandogli le spalle, si ferma. Solleva un braccio,
il polso all'altezza della spalla, come se stesse guardando
l'orologio. Poi con gesto volutamente lento si sfila dal
polso un braccialetto, lo tiene un attimo sospeso contro
luce, perché sia ben visibile. Infine lo fa scivolare nella
borsetta.
D'un tratto si volta e guarda Hauser direttamente negli
occhi. Egli ha l'impressione che i suoi occhi scuri e fermi
siano rivolti verso di lui, interrogativi.
Hauser scuote il capo molto lentamente, con chiarezza
quasi eccessiva. Il gesto è un evidentissimo no. Vuol dire:
il bracciale, no.
Brigitte continua la sua strada, dopo essersi girata bruscamente.
Si allontana di un centinaio di metri. Ora il
suo passo si è fatto più esitante.
Le sentinelle intanto si sono accorte di lei. Uno cerca
di attirare la sua attenzione agitando un pacchetto di sigarette.
L'altro si sporge dal suo posto d'osservazione sulla
torretta, e tutta la sua faccia spira soddisfazione e compiacenza.
Esamina la figura della donna che passa sotto di
lui e la trova splendida.
Le labbra di Hauser si stringono, diventano una linea
sottile. Il mento ossuto e angoloso si protende in avanti.
La mano aggrappata alla rete metallica trema leggermente.
Brigitte torna indietro a passi lenti, come per caso alza
gli occhi verso una delle sentinelle e infine solleva una
mano, scherzosamente ed è come se dicesse: hallo! E intanto,
sempre come per caso, si accosta ancora al filo spinato.
«Tenta di tutto!» grida Hauser con voce soffocata nel
viso immobile. «Tutto!»
«Ehi,» grida la sentinella dalla sua torretta. Ha una
voce acuta, quasi stridula. Una pallottola passa sibilando
in mezzo a loro, un suono secco come una frustata, si infila
nel terreno sollevando una nuvoletta di polvere.
Hauser resta immobile. Brigitte retrocede di qualche passo
e la sentinella scoppia in una fragorosa risata, come se
si trattasse di uno scherzo particolarmente spiritoso. E con
le braccia fa larghi cenni invitanti.
L'internato Mangel, ex tenente colonnello di stato maggiore,
alza gli occhi seccato dal suo disegno. «Ma si tolga
di lì!» esclama infastidito. «Non abbiamo bisogno di incidenti.
Abbia un po' di riguardo per noi!»
Brigitte si allontana a piccoli passi impettiti. Nella sua
andatura non c'è traccia di fretta.
Hauser rimane immobile. La segue con lo sguardo fino
a quando all'improvviso svolta dietro un angolo e scompare.
Non è cambiata! Il portamento del capo, quel modo di
camminare oscillando sui fianchi, le gambe lunghe, le mani
che si muovono come fossero sempre pronte ad afferrare...
sua moglie! Immutata. C'è da sperare che non faccia sciocchezze
con quel braccialetto. Ma no, inutile pensarlo; Brigitte
sa quello che vuole. E sa anche quello che vuole lui.
Hauser si volta. A passi lunghi e tranquilli si allontana,
lasciandosi alle spalle la barriera di filo spinato. Va a
mettersi di fianco al tenente colonnello Mangel e osserva
con molta attenzione il suo tracciato.
Infine, calmo, come se parlasse per sé, dice: «Un buon
lavoro, colonnello. Ma senza valore, per lei come per noi.
Sa che cosa dovrebbe disegnare? Una piantina del campo.
Con tutti i particolari. Secondo me il sistema di controllo
ha delle lacune. E noi dovremmo scoprirle.»
«Non la capisco,» risponde l'ex tenente colonnello di
stato maggiore in tono di rimprovero.
«Da lei non mi aspettavo altro,» ribatte Hauser. «Ma forse
riusciremo prima o poi a insegnarle quello che serve. Non
le farebbe male.»
Il capitano Keller entra nell'ufficio come se salisse su
un palcoscenico. È lì, alto e slanciato, in un'uniforme di
taglio perfetto.
«Straordinario che tu venga addirittura in ufficio,» dice
rivolto a Harte.
«Sono io il primo a meravigliarmene.» Harte si appoggia
allo schienale della poltrona e allunga le gambe sulla
scrivania.
Keller va alla finestra e si sporge. «Vieni qua,» dice,
«voglio mostrarti una cosa.» Si accende una sigaretta e fa un
cenno a Harte.
L'altro si alza pigramente e si mette alla finestra accanto
a Keller. «Le tue stupidaggini non mi incuriosiscono proprio,»
gli dice.
Keller ride in tono cameratesco. Poi, descrivendo un
arco, getta la sigaretta nel cortile dove alcuni internati
stanno scopando.
La sigaretta veleggia nell'aria e infine tocca terra. Subito
due internati si precipitano, si urtano di spalla nel tentativo
di respingersi l'un l'altro per agguantarla, e intanto un
terzo scivola sotto di loro, rotola fino al mozzicone e lo
afferra.
«L'ho imparato dalle nostre sentinelle,» spiega Keller.
«Quelli lo fanno sempre. Nel blocco C pare ci sia un'Altezza
Reale in grado di battere tutti i concorrenti.»
Harte si volta senza parlare e torna alla sua scrivania.
«Hai qualcosa da bere?» domanda poi.
Keller è seccato. «Adesso? Mentre siamo in servizio?»
«Mi sento male,» risponde Harte. «Ho il voltastomaco.
Qualche volta hai delle trovate che ti fanno tornare indietro
la colazione. Ma che cosa sei, dopotutto... un comandante
o un seviziatore di animali?»
«Come ti permetti?» Keller è furioso. «Non darti quelle
arie da cappellano! Quegli individui laggiù hanno bruciato
esseri umani, a milioni!»
«Sicuro,» ribatte Harte. «Hai proprio afferrato il concetto.
Ogni nazista ha sulla coscienza i suoi bravi cinque o
sei cadaveri. Mio Dio, Keller, ma che cosa credi? Sei pure
un soldato anche tu. Sai benissimo che per un soldato al
fronte ce ne sono almeno sette nelle retrovie. E con questo
sistema dei forni le cose non sono molto diverse. Ti posso
garantire, Keller, fra questi quattromila che abbiamo chiuso
qui dentro, ce ne sono almeno tremila altrettanto - o altrettanto
poco - colpevoli quanto me o te.»
«Come... chi?»
«Ce ne sono di tre specie, Keller, tre! Gli uni erano per
il regime, gli altri erano contrari e i terzi se ne stavano in
disparte. Per un certo tempo anche noi due abbiamo fatto
parte di quest'ultima categoria.»
«Sciocchezze!» esclama Keller. «Pure idiozie! Te lo dico
francamente, Harte, il tuo modo di pensare non mi piace.»
«Anche a me non piace quello che fai tu. Questo non
è un campo di concentramento, Keller.»
«Tu hai bevuto,» dice il capitano. «Sei già ubriaco
al mattino.»
«E tu invece sei ubriaco di guerra, Keller. Di guerra e di
propaganda. E allora versa da bere. Non può far male a
nessuno dei due!»
Harte afferra un bicchiere sulla scrivania e lo tende a Keller
che versa lentamente, quasi a disagio. Come fosse veleno
invece di whisky.
«Una volta,» dice Harte dopo il primo sorso, «comperavo
bovini all'ingrosso. Quello era un lavoro chiaro. Questa
l'offerta, questa, la domanda e così veniva fuori il prezzo.
Ma qui? Sono forse un veggente?»
Ted Harte è capo dell'ufficio investigazioni presso il
Counter Intelligence Corps (CIE). Keller invece è capitano
di fanteria. È stato nominato comandante di questo
campo di internati civili e Ted Harte gli è stato assegnato
insieme ad altri sei ufficiali inquirenti. Si conoscono da molto
tempo: appartengono allo stesso Corpo d'armata e lavorano
insieme fin dal tempo dell'offensiva delle Ardenne.
Keller e Harte hanno allestito qui un ufficio in comune:
il Sancta Sanctorum di un'istituzione per la protezione
dell'uomo. Il cuore del campo d'internamento... un cuore
che può far correre il sangue all'impazzata o fermarlo di
colpo.
Keller è americano puro sangue da due generazioni; ha
studiato in Germania, tre semestri in una facoltà di scienze
economiche, e ha capito in fretta che in questo ramo la Germania
non aveva molto da insegnargli. Il sistema economico
degli Stati Uniti era di parecchi decenni più avanti
di quello della Mitteleuropa, e da questa constatazione
egli trasse la conseguenza che per lui il vecchio continente
era troppo arretrato, con una certa tendenza al medioevo.
E lui, Keller, era americano, anima e corpo, tutt'uno con
la bandiera stellata. E nel cranio una calcolatrice, che ama
registrare l'entità delle sue entrate come una qualità umana
e scompone le sue azioni in dare e avere.
Harte, per contro, non è che un povero emigrante, un
apolide e un senza patria, un ebreo che è stato rinchiuso in
un campo di concentramento, è riuscito a fuggire ed è
arrivato fino in America. Gli piace vivere, ma non sempre
vive bene, si trascina dietro le sofferenze dell'umanità come
un pesante bagaglio. Un grosso bagaglio. Troppo grosso.
Spesso alza la voce, come a convincersi che esiste ancora.
Ma ora sono qui, insieme. C'è un conto da regolare. Una
epoca nuova da iniziare. Giocare ai liberatori. Gioco per
il quale bisogna innanzitutto mettere dentro un bel po'
di gente. Sicuro, così sono i tempi!
E così infatti vivono. Non senza eleganza. Una villa per il
tempo libero. E lì, sul posto di lavoro, dove appunto si
tratta di far capire ai nazisti ciò che hanno fatto, hanno
persino un ufficio di stile hollywoodiano con immense poltrone
e due imponenti scrivanie coperte di scartoffie. Una
accanto all'altra.
Una accanto all'altra! È importante. Comandante e primo
ufficiale del servizio investigativo possono così coordinare
meglio il lavoro. Già, la frase suona maledettamente
bene. Ma può anche voler dire: sbirciate un po' l'uno nella
pentola dell'altro, fate attenzione che l'altro non si cucini
qualche piattino extra. Ufficiosamente significa: evitare
abusi, corruzioni, affari sotto banco e cose del genere. La
idea che queste cose si possano fare insieme, d'amore e
d'accordo, anzi tanto più comodamente e con ottimi risultati,
a quanto pare non è ancora venuta a nessuno.
Fin qui tutto bene.
Ma poi c'è quella massa di gente che ribolle al piano di
sotto. Quasi quattromila persone. Fra questi almeno un
paio di individui che ne hanno fatte di tutti i colori: gente
che potrebbe fungere da detonatore di questa gigantesca
bomba. È una specie di incubo. Se soltanto si potesse eliminare
questo pericolo. Ma come? Separando i montoni dalle
pecore, chiaro. Già. Ma come? Apparecchi Rontgen per
radiografare lo spirito non sono ancora stati inventati.
Nessuno riesce a vedere dentro i cervelli. E nessuno si porta
la fedina penale appesa al collo. E allora, che fare?
Fortunatamente c'è qualche squarcio di luce. Persone come
questa Sylvia Meiners, ad esempio. Ma anche lei sarà davvero
dolce come sembra? C'è da scommettere che ha il
suo bel temperamento! Ma per il momento tutte le sue
energie le investe nel lavoro. E ora sta lì seduta come la
personificazione della coscienza pulita. Ma chi può dire
che cos'ha sulla coscienza? E per di più l'esterno è molto
grazioso.
«Be', non sarebbe ora che cominciassi?» domanda Keller.
«Da dove?»
«Il caso Hauser dev'essere chiarito.»
«E come?»
«Ma sono io l'ufficiale inquirente o sei tu?»
«Tu sei il comandante. Gli ordini li devi dare tu. Ma
soltanto cose fattibili, se permetti. Dici: il caso Hauser dev'essere
chiarito. Ordini chiarezza, per così dire. Ma sono
storie. Al massimo potrai ordinare che si cerchi di arrivare
a chiarirlo.»
Keller guarda Harte con aria critica. E Harte intanto vuota
lentamente, con soddisfazione, il suo bicchiere. E mentre
beve osserva Sylvia e trova che ha delle belle labbra, piene
e ben disegnate. Ma così è la vita: l'essere umano sfrutta
sempre troppo poco le sue qualità migliori.
Keller dice: «Gli internati in questo campo sono sospettati
di crimini di guerra.»
«Mi troverai scortese, Keller, ma quello che mi dici non
mi suona del tutto nuovo. Tuttavia un sospetto bisogna poterlo
provare.»
«Giustissimo, Harte. Ed è proprio il tuo compito.»
Harte contempla pensoso l'orlo del suo bicchiere, come
se vi scoprisse qualcosa di straordinario. Non risponde. Meiners interrompe il suo lavoro e osserva Harte.
Con eccessiva cortesia Keller vuol sapere: «E che cosa
pensi di fare?»
Harte alza gli occhi. «Ho trovato un tale, un profugo
che intende testimoniare contro Hauser.»
«Allora ti consiglio di non perdere tempo.»
Il comandante tedesco del campo internati civili n° 7
si chiama Karl Reiter. Aveva il grado di capitano dell'esercito,
e ora è un internato come tutti gli altri. Su consiglio
di Harte, Keller gli ha dato quel posto-chiave.
Qui Reiter deve rappresentare soltanto colui che riceve gli
ordini, dev'essere soltanto il cosiddetto «canale» di trasmissione
degli ordini, come sta scritto nello statuto del campo. È
responsabile dell'ordine interno e dell'esecuzione degli ordini
trasmessi dagli americani. Reiter ha accettato l'incarico senza
un attimo di esitazione. Lo vede come un compito. Reiter
è un uomo che nella sua vita non si è mai sottratto a una
responsabilità. Ora agisce in nome di quattromila uomini
che considera suoi camerati.
Prima di essere nominato comandante tedesco del campo,
era fra gli occupanti della camerata 29 nel blocco C. L'anziano,
cioè il responsabile del 29 C, era ed è ancora Mangel,
ex tenente colonnello di stato maggiore, apprezzato specialista
di problemi ferroviari nell'ex Comando Supremo della
Wehrmacht.
Anche ora Mangel è un soldato di cui ci si può fidare e
senza dubbio un uomo d'onore; ascoltarlo è sempre una
buona cosa. E quanto ha raccontato oggi a Reiter non può
essere che vero, anche se suona strano. Mangel ha riferito
su Hauser e sul suo singolare comportamento alla barriera
di filo spinato. È necessario controllare, sapere che cosa è
realmente accaduto. In una situazione come questa la cosa
principale è la massima riservatezza. Qualsiasi abuso, qualsiasi
gesto arbitrario può rappresentare un pericolo per
tutto il campo. Qualsiasi incidente può provocare misure
sgradevoli. E quell'Hauser è un tipo capace di tutto. È
come un toro. Lui lo conosce, da molto tempo.
Reiter, uno dei pochi che possono muoversi liberamente
per tutto il campo, si avvia verso il blocco C; il suo passo
tradisce la fretta. Ha sempre fretta, per la verità: il compito
che deve svolgere in capo a una giornata è enorme.
Tuttavia, quando fiuta nell'aria qualche difficoltà da risolvere
subito, affretta ancora il passo. Si direbbe che corra
continuamente per il campo, senza un attimo di sosta.
Le sentinelle della polizia tedesca composta anch'essa di
internati scelti - lasciano passare Reiter senza controllo oltre
il cancello del blocco C. Il comandante tedesco è conosciutissimo;
il posto che occupa gli ha portato non solo
molto lavoro, ma anche la stima generale.
Reiter si fa strada attraverso il brulichio di uomini che
siedono in cortile o passeggiano o chiacchierano fra loro.
Sale al primo piano e poi svolta a destra, finché arriva sulla
porta della camerata 29.
Apre la porta e allunga la testa guardandosi in giro.
Le file di cuccette a tre piani, messe insieme alla bell'e
meglio con del legno grezzo, impediscono una visuale di
tutta la camerata. Sono castelli pieni di uomini, e arrivano
fin nel mezzo del locale. Due tavoli. Davanti alla finestra
una grossa pagnotta appesa a seccare, legata a una
corda. Nella stanza stagna un odore dolciastro di fermentazione,
di muffa, di polvere bagnata.
Gli uomini rimasti nel locale sono pochissimi, cinque
o sei al massimo. Gli altri sono probabilmente fuori al sole.
Si nutrono di sole. Il sole non è razionato.
«C'è qui Hauser?» chiede Reiter.
«Lei intende certamente "Herr Hauser", vero?» domanda
l'internato Laffrentz, ex Oberregierungsrat al ministero
per i paesi dell'est. Ha la fama di uno che tiene particolarmente
alla dignità dei titoli: il suo, naturalmente, prima
degli altri.
«C'è qui Herr Hauser?» domanda ancora Reiter.
«Be'? Che cosa vuole?» Hauser si affaccia da una cuccetta
del secondo piano.
«Posso parlarle?»
«Se proprio è necessario.»
Hauser butta indietro la coperta, stira le gambe e si
lascia scivolare giù. Si infila i calzoni sui quali stava disteso
per dargli la piega, poi si mette la giubba, la abbottona
accuratamente, ne toglie un granello di polvere e infine
dice: «Prego.»
«Sarà meglio che usciamo,» dice Reiter.
«Come!» esclama impulsivamente il grasso Laffrentz. «I
signori hanno dei segreti per noi?»
«Naturalmente no,» risponde Reiter.
«Allora resti qui, si accomodi. Capita di rado, ormai, che
il comandante tedesco del campo si ricordi di aver abitato
qui con noi, proprio in questa stanza.»
«Questo non lo deve dire!» esclama Reiter. «Soltanto
ho sempre moltissimo da fare.»
«Non era una buona ragione per dimenticarsi di noi,
Herr Reiter. Per esempio, lei ha distribuito tutti i posti in
cucina senza scegliere nemmeno uno di noi.»
«Ma signori, per favore!» esclama Mangel, alzando fugacemente
gli occhi dal suo disegno. Le buone maniere!
Lui alle buone maniere tiene moltissimo. Anche in questo
ambiente: anzi, qui soprattutto. Perché qui si vede
l'autentica educazione, il senso della tradizione, la consapevolezza
del proprio rango.
«Allora, che cosa vuole?» Hauser fa un brusco gesto di
invito.
Reiter si siede. Laffrentz spinge in avanti la figura ancora
corpulenta e sembra molto interessato. Mangel non
alza gli occhi. Gli altri stanno in disparte, occupati in
altre faccende.
«Allora?»
Pare che Reiter abbia una certa difficoltà a trovare le
parole giuste. Finalmente dice: «Il fatto è che noi qui
siamo completamente nelle mani degli americani, che possono
disporre di noi come vogliono. Non possiamo fare
altro che aspettare. Penso che anche lei dovrebbe rendersene
conto e comportarsi di conseguenza.»
«Ah!» esclama secco Hauser. «Aspettare soltanto? Lei
pensa?»
«Che cosa intende dire?» domanda Laffrentz e si fa ancora
più vicino. «Che cosa significa? Che lei vuole capitolare?
Ha dimenticato se stesso? O c'è dell'altro?»
Reiter si irrigidisce. Non guarda neppure il grosso
Oberregierungsrat nel suo sdruscito abito marrone, e fissa invece
gli occhi in un angolo, dove su un'assicella, una sull'altra,
sono disposte tutte le gavette. Continua: «Niente
sarebbe più insensato che irritare gli americani.»
«Ma insomma, che cosa vuole,» esclama Hauser scorbutico,
«c'è già lei che pensa a far di tutto per accontentarli.»
«Io faccio soltanto il mio dovere,» si difende Reiter, leggermente
irritato ma preoccupato di nasconderlo. «E il
mio dovere è di adoperarmi fin dove posso per i miei
camerati.»
Adesso Hauser esagera. «Quello che lei chiama suo dovere
è una schifezza. Un servizio da leccapiedi, ecco cos'è.
Ma per me, faccia come vuole. Sono affari suoi. Non venga
però a raccontarci che lo fa per il nostro bene!»
Hauser passa una mano sul piano sudicio del tavolo come
se dovesse spazzar via qualcosa. Poi la sua mano grossa
e carnosa si chiude nel pugno e resta lì sul legno, dura e
pesante come una pietra.
Il volto pallido di Reiter si è fatto ancora più smorto.
«Ad ogni modo,» dice, e il tono di minaccia è lieve ma
inequivocabile, «non tollererò che qualcuno si permetta qui
di minare l'ordine e la disciplina che sono assolutamente
indispensabili. Nella nostra situazione ordine e disciplina
sono semplicemente buon senso.»
«Io ci stronzo sopra a questa specie di buon senso,» fa
Hauser brutalmente. «Se lei ci vuole andare in culo agli
americani, faccia in modo di scomparirci dentro. E quanto
prima, tanto meglio. Ma lasci in pace me e gli altri che
la pensano come me.»
«Sicuro!» conferma il grosso Laffrentz con convinzione.
«Se lei è diventato il comandante tedesco del campo soltanto
per portare all'asciutto le sue pecorelle, per noi può
andare all'inferno, Herr Reiter. Lei dimentica i suoi camerati.
Il posto per la distribuzione dei viveri deve essere
ancora disponibile. Perché non lo dà a uno di noi?»
«Herr Laffrentz,» esclama Mangel dal suo angolo, intento
ad affilare la punta di una delle sue matite, «per favore!»
«Venga, usciamo,» dice Reiter a Hauser. «Qui non si
può parlare seriamente.»
«Allora sono davvero segreti!» esclama Laffrentz. È furioso.
Vogliono lasciarlo fuori. E questo sarebbe cameratismo?
«Sempre queste arie di mistero! Se una cosa è pulita,
dovrebbe poterla sapere chiunque!»
Reiter apre la porta e fa un gesto di invito. Dopo un
attimo di esitazione Hauser lo segue in corridoio. Si dirigono
verso la finestra aperta, dalla quale entra l'afa di quella
giornata di tarda estate.
«Voglio essere sincero,» dice Reiter. «So che lei cerca di
prendere contatti con l'esterno. Ciò può avere serie conseguenze,
inasprimento delle misure di controllo e cose
del genere.»
«Così Mangel ha chiacchierato,» commenta Hauser senza
dar segni di emozione.
«Abbiamo avuto occasione di parlare, del tutto casualmente,
e mi ha accennato ai suoi tentativi di comunicare
con qualcuno oltre il filo spinato. Davvero, Hauser, non
possiamo permetterci incidenti di nessun genere, lei lo sa.»
«Le do un consiglio, Reiter. Lei non ha sentito niente,
non sa niente. E adesso tagli la corda.»
«Anch'io voglio darle un consiglio. In avvenire si tenga
alla larga da faccende del genere e io dimenticherò volentieri
quello che ho sentito. Altrimenti...»
Reiter tace e passa un dito sul telaio della finestra come
se volesse toglierne la polvere.
«Altrimenti? Altrimenti... che cosa?»
«Be',» fa Reiter, e col dito teso pulisce un angolo del
vetro, «so alcune cose su di lei.»
«Sarebbe una minaccia?»
«Un ammonimento, piuttosto. Ho la responsabilità di
quattromila internati; non tollererò che corrano pericoli per
colpa di uno solo.»
Hauser si raddrizza, passa una mano sull'uniforme senza
gradi come se volesse lisciare delle pieghe. Ma la stoffa è
ben tesa sul petto muscoloso.
«Dunque lei sa alcune cose su di me,» dice molto lentamente.
«Bene. Può darsi. Ma non dimentichi una cosa:
quando qualcuno sa questo genere di cose diventa interessante
indagare come e perché lo sa. Forse c'era anche lui.
Capisce che cosa intendo dire? Ha fatto anche lui la sua
parte!»
«Lei è capace di tutto, Hauser. Anche di mandare al patibolo
una folla di innocenti, pur di respirare dieci minuti
di più.»
«Allora cerchi di essere un po' più furbo. Tenga chiuso
il becco, e così si conserva il posto. Le do un buon consiglio,
Reiter: si occupi dei pasticci suoi.»
Ted Harte, primo ufficiale inquirente del Campo 7, ha
tutta l'intenzione di impartire al capitano Keller, a modo
suo, una lezione sull'ambiguità della sua carica.
Davanti a lui c'è Slembeck, di professione profugo. Sedicente
profugo. Ex pacifico cittadino polacco, deportato
in Germania dai nazisti, qui costretto al lavoro e ora intenzionato
a riporre ogni sua speranza negli americani. Così
dice. E continua a dirlo. Sempre con le stesse parole. Come
un grammofono. Voce e maniere di un innocuo, modesto
cittadino. Un ometto piccolo, sembra una carpa, ma di tanto
in tanto gli passa negli occhi uno strano guizzo.
Dunque ora Harte metterà un po' alle strette questo
Slembeck e dimostrerà a Keller che non è possibile costruire
delle accuse o dare dei giudizi in base a ogni testimonianza.
Viviamo in un momento in cui giurare il falso è diventata
una pratica quasi normale. Quanto vale ancora la
onestà? Quanto costa una convinzione? Qual è il prezzo
per la testa di un individuo?
Harte vuole scalzare di sella il testimone principale
Slembeck, ma non si sente a suo agio. Alla scrivania accanto,
Sylvia Meiners sta sottoponendo al capitano Keller delle
carte da firmare. Gli spiega i casi uno per uno, a voce bassa,
evidentemente per non disturbare Harte nel suo lavoro. E
intanto si china su Keller, troppo, trova Harte, troppo; i
suoi capelli, serici e luminosi, sembrano toccare la spalla
del capitano.
Harte ne è irritato.
Sta appoggiato allo schienale e gioca con una scatola di
fiammiferi. Poi la butta via e afferra una matita. Sono un
po' nervoso, pensa, e toglie le mani dal tavolo.
«Dunque lei è sicuro di riconoscerlo, Slembeck?»
Quello annuisce con fervore. «E come!» esclama.
Harte dimentica di fare altre domande. Sta cercando di
sentire quello che viene sussurrato fra il capitano Keller e
Sylvia Meiners. Sembra però che si tratti esclusivamente
di cose di servizio.
Si rivolge nuovamente a Slembeck e medita la prossima
domanda.
D'un tratto Sylvia si mette a ridere, di un riso soffocato.
Evidentemente Keller ha raccontato qualcosa di buffo. Harte
osserva i due con occhi acuti: una coppia che sembra uscita
da un film. Una scenetta da cartolina, di quelle con i cuori
trafitti: i due volti tesi uno verso l'altro.
Sylvia continua a ridere con voce soffocata.
«È proprio necessario?» domanda Harte a voce alta.
Sylvia lo guarda con gli occhi sbarrati. «Scusa,» dice
Keller. «Non volevamo disturbarti.»
Keller si china sugli incartamenti che ha davanti e Sylvia
va alla sua scrivania, voltando le spalle a Harte. Le spalle
sussultano un poco. Ride forse ancora? E Keller? Finge di
essere occupatissimo, ma ha le orecchie ritte come una
lince. Bene, ora sentirà qualcosa che metterà un po' di disordine
su quella sua bella faccia da giornale illustrato.
«Dunque lei è perfettamente convinto di quanto afferma,
Slembeck,» dice Harte sforzandosi di prendere un tono
gentile. «È certo di non ingannarsi?»
Slembeck annuisce ripetutamente, con serietà. Poi dice:
«Se poi si chiami davvero Hauser, non lo so. Chi può sapere
al giorno d'oggi come si chiama uno per davvero e che
cosa è? Ma è lui. Sono sicurissimo che è lui. Allora ha...»
«Che cosa ha fatto, veramente?» interrompe Harte con
una traccia impercettibile di dubbio. Ma il suono della
voce è bonario, prudentemente bonario. Come quando si
sta per allontanare una mosca da un foglio, senza farle
male. «Che cosa può provare contro quest'uomo?»
Lo zelo gioviale di Slembeck si smorza leggermente. Si
sente aggredito, ha l'impressione di doversi difendere.
«Provare? Mister Harte, venga con me a Mlawa. Le dissotterro
io i morti e le metto i cadaveri sotto il naso. Loro
hanno ammazzato l'amministratore della tenuta con una
accetta. E quando hanno finito la proprietà era ridotta a
un mucchio di macerie. Poi hanno dato tutto alle fiamme.»
Harte resta perfettamente calmo. Prende una forbice dal
tavolo e si mette ad aprirla e chiuderla.
«Benissimo, Slembeck,» dice. «Ma questo "loro" chi è?
Che cosa vuol dire "loro" hanno ammazzato, dato alle fiamme?
Lei ha proprio visto con i suoi occhi l'SS-Führer Hauser
ammazzare l'amministratore?»
Slembeck tace. Studia attentamente questo Harte, come
se non avesse mai visto un uomo in un'uniforme americana
senza neppure una mostrina. Guarda verso Keller come per
chiedere aiuto; ma quello sta sfogliando i suoi incartamenti.
«Allora, Slembeck... non risponde? Era proprio questo
Hauser... nessun altro?»
Slembeck tace.
«Quest'uomo ha saccheggiato la proprietà? Questo Hauser
personalmente?»
Silenzio.
Sylvia Meiners alza gli occhi dal suo blocco e guarda gli
occhi leggermente socchiusi di Harte, che danno al suo viso
cordiale un'espressione singolare di animale in agguato.
Keller, sempre in silenzio, osserva Slembeck che sembra sopraffatto
da una violenta agitazione.
Improvvisamente Slembeck esplode. Esclama, ansimante
e balbettando: «Ma insomma... lui... ha...»
Si ferma di nuovo. Boccheggia come se gli mancasse
l'aria. Di nuovo silenzio.
«Be', lui che cosa?...» vuol sapere Harte dopo una brevissima
pausa.
Slembeck è visibilmente confuso, i suoi occhi scivolano
continuamente verso Keller come in cerca di aiuto. Ma la
faccia di Keller è una maschera impenetrabile. Harte controlla
se gli sguardi di Keller e di Sylvia per caso non si incontrino...
ma no. Tutti guardano solo lui.
«Be', Slembeck,» dice Harte, «cos'è che ha ringoiato?
Lei stava per dire qualcosa. Poi ci ha ripensato e ha deciso
di tenerla per sé. Che cosa era? Di che si tratta? Denaro?»
Slembeck si è ripreso. Butta in fuori il mento. È furioso
e dice: «Lei continua a girarci intorno, Mister Harte. Io
le dico che è così! Ma lei non mi crede. E a chi vuol credere
allora? A quell'Hauser? Io posso giurare quello che affermo.
E lei? Lei pretenderebbe magari delle fotografie, dei dischi.
Io posso sempre testimoniare: quell'Hauser c'era. Dovrebbe
bastare, no? È questo che importa!»
Harte sta arrotondandosi le unghie con le forbici. «Dunque
Hauser c'era.» La forbice taglia con un suono secco
lo spigolo di un'unghia. «Allora c'era anche lei, Slembeck.»
L'uomo riprende vivacità. «Ma c'è una bella differenza.»
Harte scuote la testa con rincrescimento. «Lei si fa passare
per il principale teste d'accusa, Slembeck; ma che lei
sia un buon teste resta ancora da dimostrare. Quello che
mi serve è una prova, una prova effettiva, concreta, veramente
solida, Slembeck. Una documentazione.»
«La mia testimonianza non le basta?»
«No,» risponde Harte, e lo dice come se gli rincrescesse
molto. «Lei si sopravvaluta. E sottovaluta Hauser. Due cose
ugualmente pericolose. Sa che cosa potrebbe succedere,
Slembeck? Lei afferma che Hauser ha commesso crimini di guerra.
Hauser da parte sua potrebbe affermare che lei, Slembeck,
ha fatto, per esempio, la spia. E quanto più riuscirà
a peggiorare la sua posizione di unico testimone d'accusa,
tanto più aumenteranno per lui le possibilità di salvarsi.
Lo crede proprio un agnellino che si lasci portare al macello
belando tranquillamente? Ci rifletta un momento. E rifletta
anche su quello che si deve fare perché noi ce la pigliamo
con lui e non con lei. E quando ci ha pensato su ben
bene, ritorni da me, intesi?»
Slembeck sta lì come inchiodato al pavimento e non sa
che cosa dire. Non riesce a credere alle sue orecchie. Ecco
che lui va lì e offre una testimonianza di prim'ordine... e
qual è il ringraziamento?
Harte butta sul tavolo le forbici. Prende un dossier e
comincia a sfogliarlo, e intanto dice, come incidentalmente:
«Lei può andare, Slembeck.»
L'uomo spalanca la bocca, come se volesse buttar fuori
qualcosa di importante. Harte lo guarda per un attimo, interrogativo,
come se aspettasse qualcosa, ma al tempo stesso
con un lampo divertito negli occhi.
Allora Slembeck richiude la bocca e si volta indispettito
verso la porta.
La voce tranquilla di Harte lo colpisce ancora una volta
fra le costole. «Non dimentichi quello che ci occorre,
Slembeck.»
L'altro lo guarda come se non capisse.
«Una prova concreta, valida.» E con lo stesso tono sommesso,
ma con un'intonazione molto chiara: «Non l'avrebbe
per caso già in serbo, Slembeck?»
L'uomo si volta bruscamente, si avvia alla porta e la
chiude alle sue spalle.
Il capitano Keller si alza e dice in tono serio: «Vorrei parlarti
un momento, Harte: Così non andiamo bene. Non posso
tollerare questi sistemi.»
Harte si alza anche lui, rigido. «Non siamo soli,» dice
in tono di chiaro rimprovero.
Keller è sbalordito. «Da quando in qua la presenza di
Sylvia ti disturba?»
«La signorina Meiners ha il suo ufficio. Potrebbe servirsene
più spesso.»
«La sua presenza non mi disturba.»
«Questo l'ho capito.»
Sylvia si è alzata. Guarda Keller e poi, a lungo, Harte.
Poi esce, senza pronunciare una parola.
«Mi infastidisce,» dichiara Harte.
La sentinella americana apre con gesto noncurante il
portone che mette in comunicazione gli uffici amministrativi
con l'area in cui vivono gli internati. Alza la mano al
berretto in un rapido cenno di saluto e poi richiude la
porta alle loro spalle con un colpo secco.
Il capitano Keller e Harte hanno lasciato il loro quartiere
e si avviano a passo lento lungo la strada principale del
campo. Alla loro destra i caseggiati degli alloggi, a sinistra
i posti di lavoro, i magazzini, le cucine.
Harte si volta e, come immaginava, vede Sylvia alla finestra
dell'ufficio.
«Ci guarda?» domanda Keller.
Harte tace. Ci guarda, pensa. Di lassù ci vede camminare.
E vede la figura alta e sportiva di Keller nella sua uniforme
da manichino e accanto a lui un uomo più piccolo, che
cammina un po' piegato in avanti, con la giubba sbottonata
e il berretto buttato di traverso.
«Strana ragazza, quella Sylvia,» dice Keller stupito. «Pare
proprio che si interessi a uno di noi. Fino ad oggi non
me ne ero accorto. Bisogna che me la guardi un po' più
da vicino.»
Harte sta zitto, e sembra che tenga la testa più china del
solito.
Incontrano piccoli gruppi di internati che camminano in
fila per due, ciascun gruppo guidato da un uomo della polizia
tedesca del campo, che porta una fascia bianca sulla
manica con timbro e numero.
«Stop,» fa Keller.
«Alt!» intima a sua volta l'internato in funzione di poliziotto
al suo gruppo. Gli uomini si fermano automaticamente
e osservano i due americani.
«Dove vanno?» vuol sapere Keller.
Il poliziotto in posizione d'attenti, le mani tese lungo i
fianchi, annuncia con voce breve e chiara: «Otto uomini
del blocco B diretti all'infermeria: tre dal dentista.»
Keller osserva le figure che gli stanno di fronte. Tipi magri
e consunti, pelle tesa sulle ossa, facce sporche, grigie,
lineamenti contratti. Qualcuno che lo guarda senza impaccio,
come fosse un oggetto da esposizione.
«Avanti!» dice Keller e si volta.
«Marsch!» grida il poliziotto, e il gruppo riprende la
sua strada.
Keller li sta a guardare e senza staccare gli occhi dice a
Harte: «Se potessero fare quello che vogliono... ci ammazzerebbero
tutti come cani rognosi.»
«Ti aspettavi che ci amassero?»
«Io,» risponde Keller, e pone l'accento su quell'«io»
in maniera inequivocabile, «io so bene che qui non siamo in
un asilo d'infanzia.»
Davanti a lui proiettori, reti di filo spinato, torrette di
controllo, mitragliatrici appostate e già cariche. In tasca
una Browning carica, otto colpi nel caricatore. Di fianco a
lui Harte, evidentemente insoddisfatto di tutta quella sua
organizzazione. E intorno a lui, dappertutto, gli internati.
Altri gruppi passano accanto agli americani. Non sono
più di otto uomini per gruppo. Il regolamento del campo
ha limitato a dieci il numero degli internati che si «spostano
in gruppo». Il comandante tedesco Reiter ha ridotto
di sua iniziativa il numero a otto, per prevenire qualsiasi
eventualità.
Keller ferma ogni gruppo che incontra e guarda attentamente
uno per uno tutti quegli uomini dagli abiti stracciati
e sporchi. Il tanfo dolciastro che emanano gli mette
addosso un senso di disagio. Il suo «stop» suona sempre
più irritato.
Keller appartiene a quella categoria di persone che non
si sentono bene se non fanno il bagno tutte le mattine. Dopo
ogni rasatura si passa sul viso dell'acqua da toilette
profumata. Porta camicie di stoffa molto morbida e il pezzo
più importante del suo bagaglio è un ricco necessaire da
viaggio.
Suo padre dirigeva, molti anni prima, il reparto chimico
di un grande complesso industriale. Nell'America egli vedeva
il paese del grosso conto in banca e delle più importanti
relazioni d'affari. Così passò negli Stati Uniti con le
sue capacità di chimico e con i suoi brevetti, e la famiglia
lo accompagnò. Il vecchio Keller restò però sempre un ottimo
e fidatissimo impiegato ad alto livello. Il figlio crebbe
e frequentò un'università americana.
La sua disgrazia fu che papà Keller non aveva mai dimenticato
completamente la Germania. Il suo inglese non
diventò mai perfetto, e in famiglia si continuava a parlare
di preferenza il tedesco. E poi c'erano gli amici tedeschi,
i libri tedeschi, la cucina tedesca e la birra tedesca. Passò
del tempo prima che Keller figlio si rendesse conto che
c'entravano i complessi.
Non fu facile superare tutto questo bagaglio, scuoterselo
di dosso. Lui era americano! Fino all'osso. Ma quella sua
giovinezza con tanta zavorra tedesca non era così facile da
sopprimere.
Poi venne la guerra, e con la guerra un'occasione tutta
speciale. Era il momento di dimostrare all'America il suo
valore e di provare a se stesso fino a che punto era riuscito
a scuotersi di dosso definitivamente i complessi della giovinezza.
E il capitano Keller - anche molto prima di diventare
capitano - fu sempre un uomo valoroso. Magnifico
organizzatore. Il suo comando della compagnia rivelava intelligenza,
audacia e spirito di iniziativa. La creazione del
campo 7 era il risultato di un calcolo di prim'ordine.
Il generale Thoms gli conferì personalmente un'alta decorazione
e il colonnello Cord gli dimostrò la massima fiducia.
Keller potè convincersi di esserselo ben meritato. Non
aveva mai deluso il generale Thoms e avrebbe fatto tutto il
possibile per non deludere neppure il colonnello Cord. Lo
doveva a se stesso e all'America che lo aveva impegnato, affidandogli
il compito di ripulire la Germania dai nazisti.
Tutto quel via-vai per la strada principale del campo è
però un po' eccessivo per il capitano Keller. «Sembra di
essere alla fiera,» dice con riprovazione. «Questo non è un
campo, è un giardino pubblico!»
Harte ribatte: «Lascia che questa gente si sgranchisca
un po' le gambe trottando qui intorno. È un diversivo. A
stare continuamente ferma in gabbia le vengono in mente
nient'altro che idee balorde.»
«È a guardarsi troppo intorno, invece, che potrebbe trovare
appigli per le sue idee balorde. Ma io nel mio settore
lo voglio evitare... e tempestivamente.»
Reiter, il comandante tedesco, viene incontro a grandi
passi. Ha visto gli americani e sa per esperienza che non è
prudente lasciarli soli in mezzo al campo. Specialmente Keller
ha bisogno di spiegazioni. Reiter accenna a un saluto e
si prepara a parlare.
Ma Keller fa un cenno di diniego e dice: «Non mi piacciono
queste passeggiate organizzate. Otto uomini vanno
dal medico, sei vogliono andare in cucina a sbucciar patate,
sette trasportano legna, altri otto devono scaricare i bidoni
della spazzatura. E tutto nello spazio di dieci minuti,
da quando sono qui. È troppo. Faccia finire questa storia
e renda il lavoro più razionale. Altrimenti sarò costretto a
trarne le mie conseguenze. Spero che lei mi abbia capito!»
Reiter vorrebbe dare una spiegazione. Quello che dice
Keller non lo coglie impreparato. «Normalmente il campo
è molto più tranquillo, sir. Ma ogni giorno, a quest'ora...»
Keller lo liquida con un breve cenno della mano. Reiter
ammutolisce.
Harte dice: «Abbiamo visto una cinquantina di uomini
su quattromila. Significa poco più dell'uno per cento.»
«Anche l'uno per cento è troppo!» ribatte Keller.
Reiter fa un cenno di saluto e si allontana.
«Un tipo ostinato,» commenta Keller.
Harte scuote la testa. «Un uomo che sa tenere ordine. Se
non avessimo lui, ci ritroveremmo in un vulcano in eruzione.»
«Non mi va questa storia,» risponde Keller duramente.
Si volta verso Harte e dice ancora: «Non c'è proprio
niente che mi vada.»
«Tranne Sylvia!»
«Di Sylvia almeno ci si può ancora fidare. Lei lavora.
Non sabota... come qualcun altro.»
Harte resta quasi senza voce: «Come... chi?»
Keller è furioso. «Che cosa c'entra Sylvia con questi sistemi
da casa di cura che tu vorresti introdurre, a quanto
pare? E poi perché parli continuamente di Sylvia?»
«Keller... chi sabota, qui?»
«Bene, Harte,» fa l'altro deciso. «Se proprio vuoi saperlo,
sono disposto a dirtelo.»
«Ti ascolto.»
E ora, molto da vicino, molto chiaramente Keller dice:
«Non ho l'impressione che il tuo lavoro qui abbia molto
successo. Dai troppe lezioni. Insegni. Invece sei qui per
fare degli esami.»
Harte lo guarda. «Dei rimproveri? È un biasimo ufficiale?»
«Una semplice constatazione, Harte... per il momento.
Ma qui il comandante sono io. E la responsabilità è tutta
mia. Sono io che decido i metodi di lavoro che si devono
usare. E voglio che le mie decisioni siano rispettate.»
Keller se ne sta lì, alto e imponente, e la sua figura slanciata
sembra gonfiata d'aria. Lascia passare un gruppo di
internati che trasportano delle casse, senza fermarli. Le
scarpe malandate degli uomini raspano sul terreno.
«Dunque il mio lavoro qui secondo te non ha successo,»
dice Harte. «Che cosa intendi per successo, Keller?»
Harte si sta riempendo la pipa. «Il numero più alto
possibile di criminali di guerra da portare davanti al tribunale?»
Accende un fiammifero. «Oppure delle documentazioni
il più possibile rispondenti a verità?»
Si mette la pipa all'angolo destro della bocca, tira e tiene
il fiammifero acceso sopra il fornello. La fiammella si
alza ripetutamente. Harte butta fuori una boccata di fumo.
«Sono ormai parecchi giorni che il colonnello Cord del
tribunale di guerra di Dachau ci chiede le prove della colpevolezza
di Hauser,» spiega Keller in tono ostentatamente
impersonale. «A quanto pare quell'uomo rappresenta
laggiù l'anello mancante di una lunga catena. Perché
non mandi queste prove?»
«Perché sono incomplete.»
E Keller, con rimprovero: «E allora completale.»
Harte tira dalla pipa. Soffia una nuvoletta di fumo proprio
in pieno viso al suo compagno che finge di non accorgersene
e non reagisce.
Attraverso il fumo Harte guarda il filo spinato dietro il
quale stanno gli internati, alcuni seduti, altri distesi, altri
ancora in piedi. Come in gabbia.
Harte guarda di fianco e vede Keller, un bel giovanotto
con un fisico atletico. Una giovinezza felice con molti amici.
Studi in Germania. Viaggi per tutta l'Europa. Valigie di
cuoio e la Ford ultimo modello. Dollari nel portafogli e
un ottimo passaporto per di più. Un americano! Quando
non stanno facendo la guerra, hanno tutto il mondo davanti.
Harte vede se stesso. Primo della classe a Francoforte.
Intelligente, spiritoso, politicamente impegnato. Poi, dopo
il 1933, si ritrova all'improvviso in un gran putiferio. Lo
picchiano di santa ragione, viene chiuso in un campo di
concentramento. Riesce a scappare, è inseguito come una
lepre. Fugge all'estero, viene internato. Facendo la fame arriva
fino in America e là spazza le strade e infine vende
bestiame ad agricoltori immigrati tedeschi. Poi un bel giorno
gli infilano un'uniforme: adesso paga per quello che
hai ricevuto!
Harte continua a tirare dalla pipa.
Alla fine dice: «La tua lontananza dalla Germania, Keller,
non è soltanto grande, è troppo grande, ormai. Tu non
vedi più altro che una carta geografica e quello che si
scrive oggi su questo pezzo della nostra strana terra. Ma a
furia di cifre, numeri, lettere e puntini non riesci più a
vedere gli esseri umani. E ogni essere umano che vive qui
ha il suo destino, una sorte solo ed esclusivamente sua.
Tu hai lasciato questo paese nel 1933, io cinque anni dopo.
Così io gli sono cinque anni più vicino di te. La differenza
fra me e te è tutta qui. Ed è enorme. Ti precedo di ben
milleottocento giorni.»
Keller respira profondamente. Un vento leggero porta
fino a lui il puzzo di una latrina. Si volta e riprende a camminare.
Poi risponde: «Io non ti capisco! Tutto questo profondo
amore per il mondo tedesco te lo hanno cacciato dentro
a suon di botte quando eri in campo di concentramento?
Finora ho sempre trovato originale la dottrina di amore
universale che sei riuscito a distillare dalle tue esperienze.,
ma adesso comincia a sconcertarmi.»
Harte si toglie la pipa di bocca e la nasconde nel cavo della
mano. Lentamente e con una serietà insolita in lui dice:
«Non vorrei che quel tempo si ripetesse,» e poi, più piano:
«Nemmeno per altri.»
E Keller, duro: «Neppure se se lo meritano?»
«Nessuno,» risponde Harte, «nessuno merita ciò che è
accaduto laggiù. Non certo per le sue convinzioni.»
Brigitte, moglie dell'internato Hauser, si dirige verso il
cancello d'ingresso del campo.
Viene dall'albergo «Cavallino Bianco». Si è bevuta un
buon cognac, pagandolo naturalmente ai prezzi esorbitanti
che si usano di questi tempi, tanto per «mandar giù», come
direbbe suo marito, lo spavento di quella piccola sparatoria
accanto al filo spinato.
Poi, prima di incipriarsi, si è guardata nello specchietto
un po' più a lungo del solito. Si è esaminata con occhio
critico e ha trovato che non è niente male. Il suo modo di
sbattere gli occhi, lo sa bene, è proprio come quello della
Dietrich.
Mentre si rifaceva le labbra, con gesto sicuro, ha riflettuto
per un attimo se non fosse meglio adoperare un rossetto di
una tonalità leggermente più chiara, un rosso più vivo, più
luminoso. Ma poi si è detta che era molto meglio non dare
subito troppo nell'occhio. Non può sapere che cosa accadrà,
e nemmeno immaginare chi o che cosa potrà incontrare. In
situazioni così poco chiare, lo ha imparato bene, è meglio
tenersi a una certa distanza. Aspettare, finché il suo istinto
sicuro non le suggerisca la mossa giusta.
Così, accuratamente truccata e preparata, avanza lentamente
verso l'ingresso del campo 7.
Nei tempi in cui viviamo, in cui ci tocca vivere, pensa,
tutto è confuso e intrecciato quasi come il cancello di quella
ex caserma: un bel lavoro in ferro battuto, con la vernice
scrostata qua e là e qualche macchia di ruggine, ora tutto
un intrico di filo spinato. E che cosa resterà? Il cancello? Il
filo spinato? Oppure verrà tutto abbattuto? E quanto tempo
ci vorrà perché si prenda una decisione? E sarà poi la
decisione definitiva?
Lei ha molti desideri, ma pochi mezzi. Vuole riavere suo
marito; quello sa come si vive e come si deve fare per vivere
bene. E poi vuol avere il «Cavallino Bianco», l'albergo più
grande e più importante della zona. Vuole disfarsi dell'alberghetto
che le hanno lasciato i suoi genitori e avere in cambio
il «Cavallino Bianco»... è il suo sogno! E proprio ora
l'albergo è rimasto privo del proprietario legittimo. Lo si
potrebbe avere. Ma come fare perché sia suo?
La vita è tutta un calcolo, si dice Brigitte. Che cosa può
chiedere, che cosa ha da offrire? Denaro no; ormai ha praticamente
perso valore. E che altro? La sua piccola proprietà.
Un po' di gioielli. Se stessa. Chissà se basterà? Molto
probabilmente no.
Ma c'è quel braccialetto che Manfred, suo marito, ha
portato a casa dalla guerra. Quel braccialetto di platino.
Vale un patrimonio. È un oggetto raro. Il solo materiale,
il metallo e le pietre, hanno oggi una quotazione molto alta,
ma per un collezionista è un pezzo inestimabile. Con quel
gioiello potrebbe realizzare tutti i suoi sogni.
Ma proprio quel gioiello Manfred non lo vuole usare.
Questa mattina, quando è passata vicino alla barriera di
filo spinato, glielo ha chiesto chiaramente con insistenza,
senza possibilità di equivoco. E Manfred ha detto «no»,
un no deciso, definitivo; si è quasi irritato... o che altro
era? Paura, forse?
Perché?
Una sentinella americana, che sta placidamente appoggiata
al cancello, le sorride benevolmente. Brigitte capisce
di piacergli. Ma ci è abituata, è sempre stato così.
«Hallo!» fa la sentinella.
«Hallo!» Brigitte si avvicina e si guarda ben bene il
ragazzo. Ha un viso tondo e liscio, un viso da bonaccione.
Di sotto l'elmetto gli scende un ciuffo di capelli rosso, bruni
che lui si scosta dalla fronte.
«Be'?» fa la sentinella.
«Posso entrare?»
«Niente ingresso per i civili,» risponde la sentinella e
alza una mano in un gesto di rincrescimento. «Non sono
ammesse visite agli internati.»
«Ma io non voglio andare dagli internati. Voglio vedere
la signorina Meiners.»
«Ah!» esclama il ragazzo. «Sylvia.»
Guarda un po', pensa Brigitte Hauser, la chiamano semplicemente
Sylvia. O è soltanto questo ragazzo che la chiama
per nome? Chi è questa piccola Meiners che le ha scritto
una lettera, una pupa nota a tutti i soldati americani del
comando? O invece è una brava ragazza che gode della simpatia
generale? Potrebbe anche darsi. Ci sono anche quelle.
Bene, dunque, andiamo da Sylvia.
«Bene,» dice la sentinella, afferra il telefono da campo
appeso lì accanto e ci grida dentro a tutta voce, rapidissimo.
Poi sta ad ascoltare, e sulla sua fronte liscia si formano delle
rughe. Infine riprende a parlare, ancora più forte, ancora
più in fretta e finalmente fa un gran sorriso soddisfatto
e riaggancia. «Okay,» dice.
Dall'edificio più vicino al cancello arriva un soldato. Ha
la giubba sbottonata e al collo porta un foulard di un
azzurro intenso. Guarda attentamente Brigitte, si lascia sfuggire
un fischio di ammirazione e strizza l'occhio alla sentinella.
Poi allunga la testa verso Brigitte facendole cenno
di seguirlo.
Poco dopo Brigitte Hauser è davanti a Sylvia Meiners.
Che tipo di donna può essere? si domanda Brigitte. Una
dattilografa di copertura, in cerca di amori stagionali? Non
si direbbe. Esistono leve primitive che possono apparire assolutamente
insignificanti, ma che manovrate bene possono
far saltare in aria delle montagne.
Per di più la piccola è tutt'altro che priva di fascino. Addirittura
una fuori classe, una puledra di razza, mantello
liscio sopra una struttura solida, bei fianchi. Ma orgogliosa
e scostante, un tipo altero, ben decisa a non lasciarsi
avvicinare dal primo che capita. Sono le peggiori.
«Lei mi aveva scritto,» dice Brigitte Hauser molto gentile.
«Infatti.»
Sylvia Meiners è un po' confusa. Non se lo poteva immaginare
naturalmente. Un tipo del genere non se lo aspettava
proprio. Certo, era già capitato che arrivassero fin lì
delle mogli di internati - qualche volta sollecitate più o
meno indirettamente, qualche altra per caso o spinte dalla
costanza, da una indomabile volontà - decise a vedere
Harte. Ma nessuna era mai arrivata più in là. Fino a Keller
mai. E tutte erano, già all'apparenza, tipici esemplari del
momento in cui si viveva: donne spesso inasprite, quasi
sempre ansiose e spaventate, a volte addirittura prive di
ritegno nel supplicare, altre invece chiuse nel loro orgoglio,
altezzose e ostinate; donne chiaramente denutrite, volti invecchiati
dalle preoccupazioni e sciupati dal dolore, malvestite
e piangenti.
Ma questa Hauser! Questa...
Che cosa gli è venuto in mente, a Harte, di mandare a
chiamare un tipo simile? Sapeva già com'era? Che cosa si
ripromette da lei? E da quando in qua Ted Harte si interessa
di donne come questa... già, da quando in qua si interessa
di donne?
Harte per lei è un enigma. Inafferrabile. Inspiegabile.
Impossibile trovare la strada per avvicinarglisi. Keller è molto
meno complicato. Ma Harte è proprio inaccessibile. E
Sylvia ha spesso la sensazione che lui non la veda nemmeno,
come se neppure esistesse.
«Che tipo è questo mister Harte?» vuol sapere Brigitte
Hauser.
«È il capo del servizio investigativo del campo.»
«Questo lo so. Non mi interessa il suo grado e il lavoro
che fa; voglio dire che tipo è come uomo.»
«Questo non lo so,» risponde Sylvia freddamente. «Come
dovrei saperlo?!» E le volta le spalle e si mette a sfogliare
gli incartamenti che ha sul tavolo.
Gli internati della camerata 29, blocco C, sono in attesa
del pranzo di mezzogiorno.
Da dieci minuti gli inservienti si sono messi in moto,
diretti verso la cucina 2. Quello che sta alla finestra dice di
averli visti sparire con i loro pentoloni dentro la cucina:
vuol dire che il rancio è pronto.
Stanno seduti sugli sgabelli e sulla sponda delle cuccette.
Le gavette sono a portata di mano. Nessuno parla.
Per lo più se ne stanno raccolti a meditare. Hauser si è
steso su una panca, le mani piegate dietro la nuca e fissa
il soffitto. L'internato von Hagen, ex ambasciatore del Grande
Reich, che di solito ha il suo posto fisso su questa panca, è
ora alla finestra e guarda fuori.
Alla grande tavola d'angolo siede Mangel, lo specialista
delle ferrovie. I suoi disegni sono accuratamente raccolti
dentro fogli di giornale e riposti sul letto. Ora ha davanti
a sé un mestolo, un misurino e una tabella. Mangel infatti,
oltre che capocamerata, è anche responsabile della 7ª centuria
nell'ambito del blocco C, e fra i suoi compiti c'è anche
quello di distribuire il rancio.
Ora arriverà un bidone pieno, che deve bastare per tutta
la 7ª centuria. Mangel lo prende in consegna e poi infila
l'asticciola nel mezzo del cibo, finché la sente battere contro
il fondo del recipiente. Quindi la toglie e su quella specie
di misuratore che ha ideato e costruito con le sue mani legge
l'esatto quantitativo e, servendosi dell'apposita tabella, fa
rapidamente il calcolo di quanto spetterà a ciascuno. Così
sa con precisione fin dove riempire le gavette, perché ciascuno
abbia la sua parte, divisa con la massima giustizia
possibile.
«Oggi,» dice l'internato Laffrentz, l'Oberregierungsrat,
a l'"extra" tocca a noi.»
L'«extra», di proporzioni quasi sempre minime, è quello
che rimane in fondo al recipiente e che viene assegnato ogni
giorno a turno a una diversa camerata.
«Faccia in modo che ci resti una buona porzione,» avverte
Laffrentz con l'aria di insegnare a Mangel come deve
fare.
Mangel rifiuta di discutere. «C'è la tabella,» dice.
«Dieci giorni fa,» spiega Laffrentz avvicinandosi, «la
camerata 24 ha avuto quasi una gavetta in più per ciascuno,
e di zuppa fitta fitta anche. Noi non vediamo mai
più di una mezza gavetta, e per giunta solo brodaglia.»
«Ma non ha proprio mai altro tema di conversazione?»
si lamenta Herr von Hagen, l'ex ambasciatore, sempre dalla
finestra, senza neppure voltarsi.
«Nossignore,» ribatte Laffrentz. «Questo è troppo importante.
Il signor Mangel da solo non ce la fa. Ha bisogno
di qualcuno che gli rimescoli la minestra mentre lui misura.
Anche questo fa parte di una giusta suddivisione del
cibo.»
«E naturalmente la persona più adatta sarebbe lei.»
«E come no! Supponiamo che tocchi a noi per primi. Io
rimescolerei energicamente il contenuto in modo che tutti
i bocconi vengano a galla. Se invece restiamo per ultimi,
mescolerei piano piano in modo che il fitto della zuppa resti
sul fondo.»
«Herr Laffrentz,» esclama Hauser senza staccare gli
occhi dal soffitto, «faccia il piacere di tener chiuso quel suo
rispettabile grugno. E se non è possibile, cerchi almeno di
cambiare argomento.»
Laffrentz tace, evidentemente offeso. Degli altri nessuno
dice nulla. Continuano ad aspettare, le gavette a portata
di mano.
Hauser guarda ancora il soffitto: grigio, sporco, screpolato.
Chiude gli occhi e gli pare di vedere un azzurro fondo e
luminoso. Come se si trovasse in un bacino d'acqua su cui
vengono riversati fiotti di inchiostro blu. Un azzurro scuro,
come la coperta imbottita del suo letto, nella sua camera,
la coperta sotto la quale dormiva Brigitte.
La sua prima moglie era una pecorella. Un agnello al
pascolo. La prima notte non fece che piangere, e se ne stava
lì distesa come un pezzo di legno. Il giorno dopo era tutta
tenerezza, una gattina per tutta la giornata. Gli preparava
i panini da portar via avvolti nella carta e legati con
un bel nodino. Ogni sera regolarmente ispezionava i calzini
del marito e poi glieli rammendava sotto gli occhi. Non
faceva che recitare la parte della brava donnina di casa. Di
notte però si spaventava ogni volta di più e poi diventava
un pezzo di ghiaccio. La sua prima strada, quando uscì
dal tribunale dopo aver divorziato, fu quella di una chiesa.
Per lui la guerra, che cominciava giusto allora, fu una benedizione.
Ma con Brigitte era tutto diverso, molto diverso. Brigitte
era una forza della natura, un'irruenza contro cui non c'era
nulla da fare. Accadde durante la sua prima licenza, nel
grande repulisti dell'Europa. Lui si era già lasciata indietro
la Polonia, passata al setaccio. La incontrò da queste
parti, qui fra le montagne, dove i genitori di lei avevano un
alberghetto. Proprio in questa zona, a una decina di chilometri
da questo schifoso campo d'internamento.
Già fin dalla prima sera si inseguivano con gli occhi.
«Andiamo a fare quattro passi,» propose lui più tardi,
quando era già notte e la maggior parte degli ospiti avevano
lasciato la sala. «Con lei... sì,» aveva risposto. E se n'erano
andati, in quella bella notte d'estate. Quando erano rientrati
era già quasi giorno.
La seconda sera lei fece in modo di finire presto il servizio.
Salì nella sua camera, automaticamente, come una
marionetta di cui si tirano i fili. E per lui fu lo stesso.
Restarono insieme fino al mattino. Quando la chiamarono,
rifiutò di prendere servizio attraverso la porta chiusa. «Vorrei
tornare sempre da te,» disse lui. «Puoi farlo,» fu la
risposta. «Io sarò sempre qui per te.»
Durante la sua seconda licenza si sposarono. Furono
molto felici insieme. Si intendevano a meraviglia... in tutti
i sensi. «Vivere... vivere meglio che si può!» Era diventato
il loro motto.
Quando erano lontani si tradivano a vicenda senza preoccuparsene.
Ma non appena si rivedevano, si raccontavano
tutto e ne ridevano. E poi andavano di nuovo a letto
insieme.
Hauser, steso sul legno duro della panca, stringe gli occhi
e gli sale alle orbite un'ondata purpurea, cupa e bruciante.
Quelli erano tempi. E che donna! E oggi... oggi fra
loro c'è un filo spinato. Era così vicina, gli pareva di poterla
toccare! Quelle spalle che tanto spesso si erano strette
a lui; quei fianchi che lo accoglievano; quelle mani che gli
si conficcavano nella pelle. Separati. Separati da quel filo
spinato.
E là dove ora sta Brigitte: biancheria profumata sparsa
per la stanza, un lieve alito di cipria sul suo specchio e un
grande letto con una coperta azzurra. E una luce rosata.
Nella camera il suo respiro, sempre un po' caldo.
Qui invece il tintinnare di latta delle gavette in cui si
muove un cucchiaio di stagno; l'ansare pesante di un meteorologo
malato di cuore e di cervello, uno che è qui soltanto
perché ha fatto le previsioni meteorologiche per il
comando supremo; e la voce grassa e pettegola di quel
Laffrentz, ancora troppo ciccioso malgrado l'internamento.
«Be', cosa ho da temere,» sta dicendo Laffrentz e fa ondeggiare
il cucchiaio come se dirigesse un'orchestra, «mia
moglie mi è fedele. È una vecchia barca che non eccita
più nessuno. Ma per me che so come è fatta, ha ancora delle
doti speciali. In questo caso l'età protegge contro le follie.
La mia felicità coniugale è assicurata, e quando tornerò
a casa metteranno ghirlande di fiori sulla porta e sopra
il letto. E intanto mi riposo dagli strapazzi della vita coniugale.
Non è poi così male. Se soltanto il vitto fosse un
po' più abbondante... Finirò col perdere peso se vado avanti
così.»
Gli altri tacciono. Mangel sta facendo i conti sulla sua
tabella. Il barone von Hagen è ancora alla finestra, immobile.
Hauser è sempre disteso sulla panca, ma ora ha gli
occhi aperti. Uno sta grattando via un leggero strato di
sporcizia dal cucchiaio.
«Sicuro,» continua Laffrentz, «se mia moglie fosse una
di quelle puttanelle che camminano facendo ballar le natiche
e hanno gli occhi come cagne in amore! Buon Dio!
In questi casi non c'è che la cassaforte e chiudervele dentro.
Me ne ricordo ancora fin dall'altra guerra. Vogliono
vivere, sicuro. E trovano sempre qualcuno che gli dà una
mano!»
Hauser si raddrizza. Inspira profondamente fino a gonfiare
il petto e poi si china su Laffrentz che subito tace,
come se si sentisse minacciato.
«Mi faccia il piacere di tener chiuso quel suo sporco
grugno,» gli dice Hauser con una calma sinistra, «altrimenti
glielo appiattisco io.»
Poi si rimette disteso e intreccia nuovamente le mani
dietro la testa. Chiude gli occhi. Sente il meteorologo che
ansima. Non ode più la voce di Laffrentz.
Il barone von Hagen annuncia: «Stanno arrivando con
il pranzo.»
Subito la stanza si riempie di rumore e di animazione.
La camerata si svuota rapidamente.
Soltanto Hauser resta indietro. È in piedi in mezzo alla
stanza. Pensa: che schifo di vita! Un cibo che è una porcheria,
niente donne, niente alcool. Niente Brigitte. Dieci metri
ancora e avrei potuto toccarla. Pochi passi soltanto e
avrei sentito sul viso il suo respiro.
Ma c'è il filo spinato.
Il filo spinato. Maledetta vita schifosa! Maledetti americani!
Come faccio a uscire di qui?
Poi afferra la sua gavetta e va fuori con gli altri in
corridoio.
Il capitano F. C. Keller, comandante del campo 7, e Ted
Harte, il suo capo del servizio investigativo, hanno l'abitudine
di mangiare insieme nei locali della Kommandantur in città.
I locali dell ex municipio sono diventati la sede del comando
locale. Lì il capo è il maggiore Forsell, che è imparentato
con mezzo esercito, naturalmente dove ci sono nomi
grossi e influenti. Un ristorante quasi dirimpetto, il migliore
della cittadina, è diventato la mensa degli americani.
Ogni giorno, con grande puntualità, i due raccolgono
i loro incartamenti sparsi sulla scrivania dell'ufficio, dicono
«Buon appetito!», fanno a Sylvia un cenno di saluto e
salgono sulla jeep; Keller si mette al volante, Harte
fischietta una nuova collezione di canzonette, che
assomigliano tutte immancabilmente a «Oh, Susanna!». Giunti alla
mensa si precipitano al bar, si prendono il loro drink, poi
pranzano e le chiacchiere volano allegramente da un tavolo
all'altro.
Oggi però la jeep passa per le strade a velocità più sostenuta
del solito. Keller guarda fisso davanti a sé e tiene
il piede sull'acceleratore. Harte gli siede accanto del tutto
indifferente. Keller non parla. Harte non fischietta.
Il movimento alla mensa è come al solito. Chi vuol venire,
viene. Quando viene, fa lo stesso. Quando se ne va,
pure. Da mangiare ce n'è in abbondanza, dalle 12 alle
14. Un'ordinanza porta il pranzo: pompelmo, bistecca, fagiolini,
pane bianco, vol-au-vent con ripieno di carne, budino
al cioccolato, caffè.
«Tutta questa massa di roba è una provocazione,» commenta
Harte.
«Ai nostri soldati piace così,» ribatte secco Keller, e la
battuta è un chiaro ammonimento.
Oltre a questo non dicono praticamente nulla. Buttano
giù il cibo, più in fretta del solito. Bevono il caffè, troppo
caldo, soffocando le imprecazioni, ma nessuno dei due pensa
a raffreddarlo con un po' di latte.
Poi cominciano a fumare: Keller una sigaretta, Harte un
grosso sigaro. Si appoggiano all'indietro sullo schienale, allungano
le gambe e si guardano intorno.
Chi mangia qui è sempre di fretta. Mai nessuno che consumi
quello che gli portano. Sui piatti restano avanzi che
sono mezze porzioni. Le ordinanze portano via i piatti e
buttano tutto nei bidoni delle immondizie.
Uno degli ultimi a finire è l'ufficiale di collegamento con
l'amministrazione locale tedesca, che rigira nella sua tazzina
un liquido infittito da una quantità di panna e di
zucchero. Poi anche lui si alza e si precipita fuori.
Ora Keller e Harte sono soli.
Keller si spinge indietro sulla seggiola, puntellandosi
sulle punte dei piedi fino a rimanere in bilico, e così si dondola
avanti e indietro.
«Quella Sylvia è proprio una ragazza strana,» dice infine
meditabondo. «È una tedesca sui generis, capisci?
Finora non l'avevo quasi notata. Carina... sì, naturalmente.
Ma niente di speciale. Così pensavo. Ma poi se ti metti a
guardarla meglio...»
Harte non ascolta quel monologo. «Esiste un ordine militare
americano,» dice, «in base al quale la Germania non
va occupata allo scopo di liberarla, ma in quanto territorio
di un nemico vinto. È una sciocchezza. Non esiste soltanto
una Germania nazista.»
«Quella Sylvia,» prosegue Keller, «me la vorrei proprio
guardare un po' meglio. Non è esattamente il mio tipo.
Anzi, una donna così per me è terra inesplorata. La scoprirò.»
«La fraternizzazione è proibita dai regolamenti,» insiste
Harte. «In base a questi criteri è proibito persino essere
gentili con i bambini tedeschi. E come la mettiamo con gli
aiuti ai bisognosi?»
«Sylvia non è di quelle donne che mi eccitano. Si direbbe
che questo tipo in Germania non esiste. Povera Germania.
Ma...»
Harte lo interrompe. «Quel bellicoso idiota del comandante
locale deve aver dato ordine ai sottufficiali della mensa
di distruggere tutto quello che avanza nelle cucine. È
un'infamia. La gente qui muore di fame. Fa' qualcosa,
Keller... tu sei uno specialista della giustizia.»
Keller fa un cenno di diniego. «Sai benissimo che il comandante
locale è il nipote di un generale di corpo d'armata.»
«Lo so,» risponde Harte. «Se non fosse così molto probabilmente
farebbe il lavapiatti invece del comandante di
zona.»
«È fuori discussione,» ribadisce Keller continuando a dondolarsi
cautamente sulla sedia. «Il comandante di zona va
rispettato. Il fatto che non sia una cima è del tutto secondario.
Io devo collaborare con lui. Questo non è soltanto
naturale, ha anche i suoi vantaggi. Per esempio: ha appena
parlato al telefono con suo zio che questa mattina era in
visita a Dachau.»
Harte fa «Aah!», smette di colpo di succhiare il suo
sigaro e butta fuori una nuvoletta di fumo. Poi commenta:
«E accanto allo zietto generale c'era anche lo zietto
colonnello. E il colonnello giudice Cord manda a dire: il comandante
del campo 7 è un buono a nulla. Non fornisce
abbastanza materiale perché il signor giudice possa mandare
a Washington dei bei dossier fitti fitti, pieni di condanne.»
«Pressappoco,» risponde Keller e smette di dondolarsi
sulla sedia. Si raddrizza un po' e senza una intonazione
particolare aggiunge: «Non vogliono più aspettare. Nessuno
vuole aspettare. E tu dovrai sbrigarti a concludere l'inchiesta
sul caso Hauser.»
Harte fissa il suo sigaro che ha un anello di cenere candida
e manda piccoli sbuffi di fumo lievemente increspati.
«Caro Keller,» dice e parla come se si rivolgesse al
suo sigaro, «io condurrò la mia inchiesta nel modo e per
tutto il tempo che riterrò necessario. Finché il caso Hauser
rientra nelle mie mansioni, sono io che decido i metodi per
portarlo a termine.»
«Tu quindi ti rifiuti di eseguire gli ordini del tribunale
militare di Dachau?»
«Sì. Il tribunale non può ordinare le prove, può soltanto
richiederle e finché io non ritengo valide queste prove,
non le posso fornire.»
Keller accende una nuova sigaretta con il mozzicone ancora
acceso. Tira una lunga boccata e poi segue con gli
occhi la nuvoletta di fumo, evitando di guardare Harte.
Finalmente dice, con una certa esitazione, in forma interrogativa:
«E se ti esonerassi dal continuare a occuparti
di questo caso?»
«Devo considerarlo un ordine?»
«Una proposta.»
Harte non risponde subito. Si alza, prende dalla tavola
accanto un posacenere e se lo mette davanti.
Infine dice: «Bene, molto bene.» Tira un'altra lunga
boccata dal sigaro: «E perché no?»
Si mette comodo nella sedia. «Adesso potrei declamare
in tono cupo e solenne: mi piego davanti a un ordine. E
invece ammetto onestamente che la cosa mi dà sollievo. Il
fatto che il tuo ordine mi offenda non voglio prenderlo in
considerazione.»
«Mi dispiace, Harte.»
«Oh no, Keller! Ti dispiace! Di già? Aspetta, aspetta,
questo verrà poi. Mi sono sempre domandato dov'è il confine
fra dovere e delitto. Tu ti fidi a delimitarlo in modo
così netto? Hai il coraggio di fare una suddivisione ben precisa
fra uomini d'onore e assassini? Senza avere prove definitive?»
Keller si alza. Va all'attaccapanni e prende il suo berretto.
«Non vorrai per caso,» dice voltandosi verso il compagno,
«affrontare questa gente senza scrupoli con la filosofia?
È della forza che hanno bisogno... d'ora in poi
userò con loro i loro stessi metodi. Il segreto è tutto lì:
ricattare i ricattatori.»
«E così comincia un'epoca nuova.»
«No, questo fa ancora parte della vecchia. E io non
esiterò a procedere duramente, molto duramente.»
«E allora... comincia!» replica Harte. «Comincia da
Sylvia. Sono proprio curioso di vedere fin dove arriverai.»
Sylvia Meiners siede alla scrivania di Harte. Nella sua poltrona,
davanti alle sue scartoffie e al piccolo elefante di
porcellana che gli serve da fermacarte.
L'elefantino bianco sembra guardarla, sembra quasi che
le sorrida, dolce e ironico. Sylvia aggrotta le sopracciglia e
lo osserva meravigliata.
Sta mettendo in ordine i documenti sparsi sulla scrivania:
gli atti del caso Hauser, rapporti sulle inchieste condotte
dagli ufficiali subalterni di Harte, due cartelle piene
di denunce, in una le lettere che accusano gli internati, nell'altra
quelle che accusano individui non ancora internati.
Sylvia raccoglie l'uno sopra l'altro ritagli di giornali,
lettere, opuscoli. Non trova nulla, assolutamente nulla che
abbia un carattere personale; non una lettera indirizzata a
Harte, non una fotografia, un appunto. Tutto quello che
c'è sulla scrivania riguarda esclusivamente il servizio. E
questa constatazione non fa che approfondire le rughe di
corruccio sulla fronte della ragazza.
Il telefono suona aspro, insistente. Sylvia abbandona le sue
riflessioni e alza il ricevitore. Le annunciano una comunicazione
interurbana, da Dachau. Il colonnello Cord vuol parlare
con il campo 7.
Sylvia non ha difficoltà a immaginare le parole che sentirà.
Ha già parlato diverse volte al telefono con il colonnello e
sa abbastanza bene quello che lui dirà.
Suppergiù questo: sono molto stupito che lì da voi il lavoro
subisca una nuova battuta d'arresto. Noi qui non ce
lo possiamo permettere... lo dica chiaramente a Keller e
specialmente a Harte. Ho bisogno di dossier e voi siete
i miei fornitori, e se non siete all'altezza del compito, dovrò
rivolgermi a un'altra ditta. Mi capisce, signorina Meiners?
Voglio dire che quando il capo è un buono a nulla, tutta
la ditta non vale nulla! Lo dica, lo dica a Keller e specialmente
a Harte.
«Riferirò, signor colonnello,» risponde Sylvia e fa per
riattaccare.
Ma Cord, il giudice capo, questa volta esce dal solito schema.
«Mi stia a sentire,» dice, «ho l'impressione che i miei
ammonimenti non arrivino neppure a mettere in pericolo
il pisolino pomeridiano di questi signori.»
«Mister Keller e mister Harte non vanno mai a dormire
dopo pranzo,» risponde Sylvia.
«Evidentemente dormono sempre,» ribatte il colonnello,
«ma questa volta mi permetterò di disturbarli. Sarò
lì fra un paio d'ore. Farò un'ispezione del campo e conferirò
con gli ufficiali. Arrivederci!»
«Arrivederci, colonnello,» risponde Sylvia.
Chiede subito la comunicazione con il ristorante. Al telefono
viene Harte. Sylvia gli riferisce che il colonnello
ha annunciato la sua venuta.
«E allora?» domanda Harte con la massima calma e indifferenza.
«Come facciamo?»
«Abbiamo ancora due ore di tempo; tre addirittura, dato
che il colonnello non è un direttissimo. Del resto le
ispezioni del campo non fanno parte delle mie competenze.
È compito del Provost-Marshall... Si rivolga al tenente
Colman, Sylvia. C'è altro?»
«Lei non mi prende sul serio, mister Harte.»
«Ah,» risponde lui, «capisco. Lei vuol parlare con qualcuno
che la prenda sul serio... con Keller, non è vero?»
Sylvia riattacca con un gesto indispettito. È proprio furente.
Spinge via il telefono. «Che individuo!»
Ma si calma subito. Bisogna avvertire il tenente Colman.
A quest'ora il Provost-Marshall fa il bagno di sole sul balcone,
ingurgita quantità incredibili di Coca Cola e ascolta
canzonette da una radio tenuta al massimo volume. A
quest'ora la stazione AFN usa rallegrare i suoi ascoltatori
con un programma jazz. Il pianista prediletto di Colman è
Kats Waller; non appena risuona la sua musica, il grosso
Colman non sta più nella pelle e le sue mani si mettono a
correre sui braccioli della poltrona come su una tastiera.
Il tenente Golman è molto seccato di vedersi disturbare
durante la pausa meridiana. Ma che cosa può farci! Ufficialmente
è Provost-Marshall e fa le veci del comandante: è
responsabile quindi del servizio di controllo del campo, ed
è lui che deve occuparsi degli alloggi, del vettovagliamento
e del vestiario degli internati. Ufficialmente! In pratica è
l'uomo tutto fare, una specie di fattorino qualificato di un
certo capitano Keller che vuole essere promosso al più presto
maggiore.
Bene, Colman decide di sacrificare all'America e all'esercito
una parte del suo riposo meridiano. Dà subito ordine
di chiamare Reiter, il comandante tedesco del campo.
Dopo un quarto d'ora Reiter si presenta sul balcone dove
Colman sta disteso al sole. Non gli è stato difficile trovarlo;
per trovare Colman basta seguire l'onda della musica, dove
lo strepito è al massimo.
L'ufficiale non si dà molta pena, alza la mano destra senza
neppure sollevare gli occhi, in una specie di vago gesto
di saluto, e indica uno sgabello poco lontano.
Reiter siede, aspetta e intanto osserva Colman con cordialità.
Colman muove ancora leggermente la mano e Reiter
capisce al volo, e subito abbassa il volume della musica.
«Sigaretta?» domanda l'americano.
«Volentieri,» risponde Reiter. «Io bevo anche Coca
Cola, sir.»
«Prenda.» Colman si volge a Reiter. «Nuova ispezione
in vista,» dice.
«E quando?» domanda Reiter fumando.
«Oggi pomeriggio. Fra tre ore circa. Un colonnello in
funzione di primo giudice del tribunale militare. Mi capisce?»
Reiter annuisce. Certo che capisce. Lui Colman lo capisce
sempre. Hanno in comune più di quanto si potrebbe
credere all'apparenza. Sono entrambi ufficiali, e per di più
ufficiali che hanno capito perfettamente come stanno in
realtà le cose nella vita militare. Non c'è trucco e stratagemma
che non conoscano fino in fondo, non c'è servizio
che non siano in grado di portare a termine, non c'è compito
in cui non siano in grado di districarsi. Si comprendono
a meraviglia. C'è di fatto che appartengono a nazioni diverse;
ma il mestiere della guerra segue in tutto il mondo
schemi molto simili, ha quasi dovunque gli stessi principi
e gli stessi riti.
«Che cosa vuol vedere?» domanda Reiter.
«È un colonnello,» dice Colman.
«E anche magistrato.»
«Un uomo pio,» dice Colman.
Reiter riflette. «Potremmo mettere insieme una lettura
della Bibbia.»
«Bene,» fa Colman. Anche lui evidentemente sta riflettendo.
«Bisognerebbe far cantare il coro. Come si chiama
quella canzone... Wer hat dich, du schbner Wald...»
«Benissimo,» risponde Reiter. «Sarebbe anche bene che
gli internati potessero fare una doccia. La pulizia della persona
fa sempre buona impressione.»
Colman si raddrizza un po'. «Lei è un maledetto furbacchione,»
esclama. «Vuol fare un... come si dice?... sì
insomma, un affare con me, come al mercato, eh?»
Reiter sorride. «Il colonnello sarà soddisfatto,» risponde.
E poi in fretta stappa una terza bottiglia di Coca Cola.
Colman si lascia ricadere nella sdraio. Un mercato, pensa.
Questo Reiter garantisce un'ispezione che soddisfi il
colonnello, e in cambio pretende la doccia. Doccia per
quattromila uomini. Ma l'acqua è scarsa e il combustibile
anche.
«Al combustibile,» Reiter interrompe i suoi pensieri,
«possono provvedere gli internati stessi. Qui intorno è
pieno di boschi.»
«Le piacerebbe, eh, Reiter?» Colman sa benissimo che
cosa significherebbe un ordine del genere: interi plotoni
di truppa per la sorveglianza fuori del campo, mezzi di trasporto
non preventivati, turni supplementari di sentinelle,
aumento delle razioni. Ci mancherebbe anche questa! Davvero,
non è un gioco da bambini tenere a bada una baracca
di questo genere. Se soltanto lo sapessero, gli internati,
quanto pochi sono gli uomini di cui dispongono gli americani
per il servizio di sentinella... e tutti soldati che non si
sentono tranquilli al pensiero di dover sorvegliare quattromila
uomini di cui alcuni hanno l'abitudine, risaputa, di far
cadaveri.
Reiter sorride cortese, quasi cameratesco. Ha la precisa
sensazione che Colman stia riflettendo sulla sua proposta, e
si prende due sigarette.
«Prenda tutto il pacchetto,» dice Colman.
Reiter esita un momento. «E la doccia?»
«Concesso,» risponde Colman.
«Grazie,» dice Reiter e aggiunge: «L'ispezione avrà
successo.»
«Lo so!» Colman agita debolmente la destra.
Reiter volonteroso alza la radio al massimo e si allontana
in punta di piedi.
La jeep passa il grande cancello, d'ingresso e va a fermarsi
con una brusca frenata davanti alla palazzina degli uffici.
Keller salta fuori, Harte lo segue con più calma. La sentinella
saluta gli ufficiali con un bel sorriso e con l'abituale
indolenza. Harte dà al ragazzo un colpetto sulla pancia e il
soldato scoppia a ridere.
Keller sale di corsa le scale che conducono al suo ufficio,
percorre in fretta il corridoio, nota alcune donne sedute
in un angolo. Le vede appena, di sfuggita.
Una è grande, grossa e grassa, un'altra distinta e impolverata,
la terza è un tipo indefinibile; della quarta vede
soltanto, passando velocemente, dei grandi occhi, occhi che
potrebbero diventare pericolosi. Si preoccupa di non vederla,
né questa né le altre.
Va di corsa per tutto il lunghissimo corridoio e arriva alla
sua stanza di lavoro come se si buttasse, spalle in avanti,
contro una boscaglia di rovi che gli ostacola il cammino.
Harte, dietro di lui, si guarda invece intorno con calma.
Si volta verso le donne e, cosa che evidentemente le lascia
sbalordite, dice: «Gruss Gott!»
Una di loro gli si fa subito incontro. «Posso parlarle?»
domanda con voce esitante. «La prego, posso parlarle?»
Harte tenta di sorridere. «Lo sta già facendo,» dice.
«Potrò vedere mio marito, parlargli?»
«Vederlo... forse; parlargli... assolutamente no. Ma
provvederò perché lei venga informata delle condizioni di suo
marito.»
«Mio marito...»
«È uno fra quattromila,» replica Harte. «Che cosa accadrà
di lui non lo so. Per il momento la situazione è uguale
per tutti; ognuno ha una cuccetta e almeno una coperta; il
vitto è un po' scarso, come del resto in tutta la Germania, ma
nessuno morirà di fame. Il suo passato deciderà del suo
avvenire, per lo meno del suo avvenire più prossimo. Ma
fino allora dovranno passare ancora settimane, forse dei
mesi. Quindi dovrà aspettare. E forse lei saprà, certo meglio
di me, fino a che punto questa attesa potrà essere inutile.
Comunque, in base ai miei calcoli, direi che le probabilità
di un prossimo rilascio sono di dieci contro uno.»
Keller intanto è già in ufficio.
Sylvia Meiners gli si fa incontro. «Chi sono quelle donne
in corridoio?» domanda Keller.
«Visite, mister Keller.»
«Le mandi via. Non può entrare nessuno. È stata la regola
finora e da questo preciso momento diventa un ordine
tassativo. Noi qui abbiamo degli internati... vale a dire
degli isolati. Non ci sono orari di visita e quindi neppure
dei visitatori. Lo dica a quella gente. Mi dispiace, ma non
ci posso fare nulla.»
«Ha telefonato il colonnello Cord.»
«Questo lo so. Ha fatto avvertire Colman?»
«È già avvertito, mister Keller.»
Keller le sorride. «Fidatissima come sempre,» dice. «Lei
è diventata per me un aiuto prezioso, Sylvia.»
«Molte grazie, mister Keller.»
«Lo dovremmo festeggiare alla prima occasione,» dice
lui. «Quando è libera?»
Harte sta nel vano della porta. «Chi c'è là fuori in
corridoio, Sylvia?»
«Quattro persone. Tutte mogli di internati.»
«Questo lo so,» replica Harte. E poi, come per caso:
«C'è anche Frau Hauser?»
«Come lei aveva chiesto, mister Harte.»
Keller, che è davanti alla sua scrivania, alza gli occhi
meravigliato. Come un cane da caccia che fiuta l'aria.
«Cosa? È stato organizzato? Che vuol dire questa storia?
La prego di spiegarmi che cosa significa tutto questo, signorina
Meiners.»
Sylvia è un po' disorientata. Si passa una mano sulla fronte
per respingere i capelli. Quando è confusa è ancora più
deliziosa, pensa Keller; bisognerebbe proprio dargliene più
occasione.
«Già,» dice Sylvia, «lei non sapeva?...»
«No, lui non lo sapeva,» dichiara Harte in tono brusco.
«Persino ai comandanti capita qualche volta di non sapere
proprio tutto ciò che capita nel loro settore. Questa è appunto
una delle cose che non sa. Dunque... glielo racconti...
illumini il comandante.»
«La prego, Sylvia. Perché esita?»
«Ma io pensavo che fosse tutto a posto.»
«Ma è a posto, Sylvia. Oppure crede che qui si lavori
uno alle spalle dell'altro? Non abbiamo ancora motivo di
farlo.»
«Allora, signorina Meiners?»
«La signora Hauser abita qui nelle vicinanze. Le ho
scritto un biglietto, dicendole che suo marito era internato
qui e che forse sarebbe stato possibile farle sapere qualcosa
di più su di lui.»
«Ma come le è venuta un'idea tanto assurda?»
«Sono stato io a dirglielo. Come hai avuto or ora occasione
di constatare, le idee assurde sono la mia specialità.
Inoltre ho dato io l'ordine di scegliere tra la folla di gente
che sta sempre ad aspettare ai cancelli sperando di poter
vedere i parenti, quattro o cinque donne tra cui la presenza
della signora Hauser potesse dare meno nell'occhio.»
Keller non sa trovare la reazione giusta. Sfoglia nervosamente
i suoi dossier. «E che cosa ti riprometti di ricavarne?»
«Adesso non mi riprometto più niente. Non sono io che
conduco l'inchiesta. Ma forse potresti utilizzare tu la mia
idea. Potrebbe diventare loquace quando ti vede.»
«Ma come può entrarci una donna con i guai che suo
marito ha combinato in Polonia?» esclama infine Keller.
Harte sta raccogliendo tutti i documenti del dossier
Hauser, li mette nella cartella e li posa infine sulla scrivania
di Keller. «Mi pare che questa donna sia abbastanza
furba da sapere un mucchio di cose. È un pericoloso
esemplare. Perché, mi sono chiesto, non potrebbe diventare
pericolosa anche per suo marito? O per se stessa. Basta
dargliene l'occasione.»
«Bah, non lo so,» fa Keller indeciso.
Sylvia Meiners interviene inaspettatamente nella conversazione.
«Sarebbe un sistema abbastanza insolito, un sistema
che qui finora non è stato adottato.»
«Insolito è soltanto il fatto che lei si immischi nei nostri
discorsi,» replica Harte seccamente.
«E perché non dovrebbe farlo?» scatta Keller. «È la
nostra più stretta collaboratrice.»
«Che cosa intendi per stretta?» domanda Harte.
Keller lo guarda indignato. «Ma insomma che cosa sta
succedendo qui dentro? Lavoriamo... o che altro?»
Harte si allontana da Keller. «Voglio sapere una cosa
sola,» dice ancora. «La signora Hauser deve essere fatta
passare o no?»
«Aspetti.»
«Giustissimo, Keller. Aspetti! Aspetti finché ti sei fatto
le idee chiare. Finché ti sei fatto consigliare dai tuoi più
stretti collaboratori. Mai precipitare le cose! Esattamente
quello che si deve fare per i dossier da passare al tribunale
di guerra.»
Con stupore Sylvia si rende conto che questa volta Harte
è veramente un po' eccitato. E le torna nuovo. Non ha mai
creduto quest'uomo capace di reazioni emotive, di nessun
tipo. Lo ha sempre considerato un individuo per cui il
mondo esiste soltanto perché possa prendersene gioco. E invece,
a quanto pare, ci sono delle cose capaci di fargli accelerare
il polso. Ed ora eccoli lì... uno di fronte all'altro, come
due galli pronti a darsi battaglia, con le penne arruffate.
Molto strano!
Sylvia tenta di allentare un momento la tensione. Per distrarli
dice: «A proposito, sono arrivate informazioni su
Slembeck.» E fa per porgere dei fogli a Harte.
Ma quello rifiuta. «Tutto quanto si riferisce al caso Hauser
riguarda il capitano Keller, Sylvia, d'ora in poi soltanto
il capitano Keller.»
Sylvia si stupisce di nuovo, ma non dice nulla e porge
i documenti al capitano. Poi va a sedersi al suo tavolino
e sta tutta tesa in ascolto di ciò che avviene alle sue spalle.
Keller scorre i fogli e volta le pagine con un gran fruscio
di carta. Infine dice: «Queste informazioni su Slembeck
non ti interessano più?»
Harte evade la domanda. «In base agli ordini, no.»
«E altrimenti?»
Harte, con aria indifferente: «Qualcosa di particolare?»
«Notizie di un servizio d'informazioni polacco. Slembeck,
Johann, si fa chiamare Jan, figlio di un assistente della tenuta
dei Patocki, presso Mlawa. Dà a intendere di essere
polacco, molto probabilmente invece ha soltanto lavorato
laggiù per qualche tempo. Dopo il saccheggio della tenuta
da parte dei tedeschi, Slembeck ha lavorato in Germania.
Presumibilmente costretto dagli occupanti. La famiglia Patocki
riuscì a fuggire in tempo, abbandonando però tutti i
beni personali. Questa sì che è bella!»
«Un momento,» esclama Harte. «In che cosa consistevano
tutti questi beni personali?»
«Il solito.»
«Anche gioielli?»
«Anche gioielli.»
«C'era qualche pezzo di valore?»
«Niente di speciale, Harte. All'infuori, forse, di un braccialetto
di platino.»
«Un braccialetto di platino?»
Keller ripiega i fogli che ha in mano e li getta sul tavolo.
«Nulla comunque che aggravi la posizione di Slembeck.
La tua diffidenza nei suoi riguardi, Harte, sembra del tutto
infondata.»
Harte agita nella mano un righello come se fosse un fioretto.
Sembra che voglia tagliare l'aria a fette. «Keller,»
dice, «un braccialetto di platino da mettere sul tavolo,
questa sì sarebbe una prova! Le chiacchiere di Slembeck non
bastano da sole a scodellarci caldo un tipo come Hauser.
Che cosa è mai una testimonianza? Oggi la verità è definita
una questione di opinione.»
Si avvicina a Keller agitando il righello: «Dieci testimoni,
Keller, e ognuno è spinto, garantito da una motivazione
diversa. Uno pensa alla vendetta, l'altro è guidato
dall'invidia, l'altro dall'avidità; poi c'è quello che affligge
il prossimo con un malinteso senso della giustizia, quello
che agisce per patriottismo, per rappresaglia, per ambizione
o per calcolo, oppure che è capace di mandare uno al patibolo
solo perché ha le idee confuse, o che invece tace per
paura di non dire le cose nel modo giusto. Tutto questo
può venire utilizzato e, per così dire, fecondato artificialmente.
Ma al momento buono può anche dissolversi come
nebbia al primo sole.»
Harte colpisce un nemico immaginario: «Qui invece,
Keller, abbiamo un gioiello rubato. E accanto al gioiello
Hauser. E in più testimonianze o informazioni a confermare
che Hauser e il bracciale erano nello stesso luogo
al momento del saccheggio e del delitto. Questo sì che darebbe
un vero fondamento! Prove che bastano a far innalzare
delle forche.»
«Non so,» dice Keller e ripiega l'angolo di un foglio.
«Non so esattamente su che cosa basi queste tue ipotesi. Tu
vedi dappertutto problemi, io invece solo fatti, e tristi per
giunta. Tu continui a cercare prove per cose che ormai
tutto il mondo sa.»
«Quello che tu chiami "tutto il mondo", Keller, per
me è solo un enorme cumulo di pregiudizi. Centomila uniformi
uguali e centomila individui completamente diversi.
Che cosa vuoi fare? Vuoi comportarti come il Padre eterno
in persona? Ti auguro soltanto di non sbagliare i calcoli!»
«Ma io so che cosa voglio!» esclama Keller.
«E con questo? Che cosa significa?» Harte batte con forza
il righello sul piano della scrivania. «Questo lo diceva
sempre anche Hitler. Ma gli hanno dimostrato esattamente
il contrario.»
Dopo il pasto gli internati stanno stesi sulle loro cuccette,
e quelli che per giaciglio posseggono soltanto un pagliericcio
steso per terra durante la notte stanno allungati sul grande
tavolo. Cercano di dormire per dimenticare.
La prima cosa da dimenticare è il pasto di mezzogiorno,
quella brodaglia di acqua, patate e bruscoli di carne. Tutto
cotto insieme fino a disfarsi e confondersi. Versato nelle
gavette. Inghiottito.
Poi starsene distesi. Sentire che lo stomaco non si è acquietato.
Sapere che la grande gioia della giornata è passata,
finita, finita l'attesa di quel presunto litro di cibo,
finita la speranza, che si ripete ogni giorno, di riuscire -
una volta almeno - a sentirsi sazi. Starsene lì almeno una
volta distesi a pancia piena, con il fiato appesantito dalla
digestione, stanchi come ci si sente quando si è mangiato
troppo. Almeno una volta, una volta sola. Sentirsi il ventre
gonfio fino a scoppiare. Ruttare!
E invece niente di tutto questo. Niente.
Da tre mesi sempre lo stesso: zuppa di cereali, tritello,
patate. E poi, all'improvviso, del tutto inatteso, un pastone
molto spesso, vischioso come una pasta da dolci, fatto di
uova in polvere e uvetta. E frammezzo una volta persino del
vero caffè. Autentico, aromatico - oh, quel profumo! -
squisito caffè! Lo stomaco si sentiva mancare, si contraeva
dall'emozione!
Uno degli uomini che trasportavano il recipiente si sentì
male. Gli si piegarono le gambe, inciampò e andò a sbattere
per terra. Il recipiente si rovesciò e il contenuto gli si riversò
addosso, ustionandolo. E l'uomo, quasi svenuto, leccava
il liquido intorno. I cento uomini del suo gruppo
non ebbero caffè e lui, un provveditore agli studi, dovette
essere trasportato in infermeria, in parte per le ustioni, in
parte per i calci furiosi dei compagni.
E così di tanto in tanto, ma senza che ci si potesse fare un
conto, c'era anche quel pastone di uova e quel buon caffè.
Buono, buono davvero, mio Dio! Ma troppo poco. E altrimenti
sempre la stessa cosa: tritello, farinata, zuppa di patate.
Mangime da stalla!
Una massa che i succhi gastrici fanno fermentare fin che
ritorna indietro e in bocca rimane un gusto nauseante,
stantio. E la testa duole e davanti agli occhi cala come una
pesante cortina lattiginosa.
È l'ora delle visioni, immagini trasparenti che si dissolvono
e dileguano come brandelli di nebbia. Passano impalpabili
e tumultuosi davanti agli occhi, le donne, gli amici,
i cadaveri, le bottiglie di acquavite e i cesti pieni di cibo
di tutta una vita.
Il corpo giace spossato sulla paglia, le braccia abbandonate;
la testa è vuota e il vuoto è trafitto da miasmi. Oppure
la testa è piena di piombo, piombo liquido ma freddo.
Laffrentz russa con la bocca aperta. Mangel sta disteso
con la rigidezza di una statua rovesciata. Il barone von
Hagen si è messo un fazzoletto sul viso; non si sa mai se
dorme o se è sveglio. Kurtz si è arrotolato su se stesso come
un riccio e ronfa leggermente.
Di colpo si spalanca la porta, e nella camerata compare
un uomo della polizia tedesca del campo. Si guarda in giro
scrutando le facce. Evidentemente è in servizio.
«C'è un certo Hauser?» vuol sapere. E senza aspettare risposta
prosegue: «Hauser è chiamato per un interrogatorio.»
Hauser si alza senza parlare.
Subito tutti gli altri sono svegli. «Buona fortuna,» dice
cordialmente Mangel. Il barone gli fa un cenno di saluto.
«Stia attento a non lasciarsi mettere nei guai da quei
mercanti di bestiame,» esclama Laffrentz. «Con quello
che avranno messo insieme nel suo dossier non ci sarebbe da
meravigliarsi.»
Anche Kurtz guarda giù dalla sua cuccetta. «Le auguro
di andare in mano di Harte. È un uomo che non fa una
cattiva impressione.»
«Quello!» Laffrentz si eccita. «Quello è un venditore
di anime. Lo si vede a cento metri di distanza. Ha mai
visto i suoi occhi, Hauser? Freddi, le dico, freddi come il
ghiaccio. E poi si occupa soltanto dei casi più gravi, solo di
casi gravissimi. È specialista in criminali di guerra.»
«Ma non dica sciocchezze!» esclama Mangel irritato.
«Harte è anche il responsabile dei rilasci.»
Hauser non ascolta una parola, non vede un gesto. Si
dirige verso la porta e se la richiude alle spalle.
L'uomo della polizia lo precede e cammina frettoloso;
è chiaro che non vuol far aspettare gli americani. Quelli non
hanno imparato ad aspettare, vogliono la rapidità e si impazientiscono
facilmente.
E poi fare il servizio di polizia è un riconoscimento speciale
e porta dei vantaggi. Durante le ore di servizio ci si
può muovere liberamente all'interno del campo, si può
perfino andare in cucina dove c'è sempre modo di rimediare
dei rifiuti. Del resto quest'uomo è soltanto un personaggio
minore, un Ortsgruppenleiter; il suo dossier porta
un AA, vale a dire «arresto automatico», un'accusa generica
dovuta al grado: ecco perché può fare il poliziotto qui.
«Cammini più in fretta,» dice a Hauser.
Il passo di Hauser invece è esitante. Non è ancora completamente
sveglio, ha ancora in bocca il gusto nauseante
del cibo cattivo. Non bada neppure al tizio che gli sta accanto
e lo rimbecca.
Le scale che discende sono sporche e consunte, il muro
lungo la scala è imbrattato, migliaia di mani ci si sono posate
sopra. La prima cosa che vede uscendo dal blocco C è
il filo spinato.
Filo spinato!
Nella sua giovinezza c'era una fotografia: filo spinato.
E dietro, con l'elmetto, il capitano di complemento Hauser.
Suo padre. In grigioverde, fondina della pistola posata
sul ventre, nastrini e Croce di Ferro sul petto. Il padre
sorrideva sicuro della vittoria, gli occhi fissi sul mirino.
Molti anni dopo quella fotografia era ancora appesa
dietro la scrivania di suo padre, procuratore di una ditta di
utensili metallici. Pentole. Più tardi cucine da campo al
completo. Suo padre era soldato nell'anima, lo sarebbe stato
tutta la vita. Ogni passo che faceva pareva fissato da un
regolamento militare e quando dava un ordine, tutti dovevano
ubbidire: la moglie, il figlio, la cameriera.
Un filo spinato coronava il muro di cinta della fabbrica.
Suo padre stava là con l'orologio in mano e comandava:
«Pronto? Via!» E lui, il figliolo ubbidiente, prendeva la
rincorsa, si arrampicava sul muro, lo scavalcava e si lasciava
cadere dall'altra parte, poi gridava: «Primo tempo!»
tornava ad arrampicarsi, scavalcava il muro e veniva a cadere
ai piedi di suo padre, che confrontava i tempi con il suo
cronometro e distribuiva lode o biasimo, secondo i casi. Se
si era strappato l'abito impigliandosi nel filo spinato, la
scalata del muro non era considerata valida e doveva essere
ripetuta. La sera: pulirsi le scarpe e rammendarsi i calzini,
sotto il controllo del padre: «Un tipo in gamba devi diventare!»
Filo spinato sopra la siepe dietro il recinto nella fattoria
di suo zio, dove una servotta contadina lo buttava giù nell'erba
e vi si rotolava con lui. Cielo azzurro, sole, un corpo
sudato, un vago senso di nausea e una voce di donna, sazia
e soddisfatta: «Sei un tipo in gamba!»
E poi di nuovo il padre. Con voce di comando. «Hai una
brutta pagella. Due settimane agli arresti in camera tua durante
le vacanze estive. Ogni giorno i compiti di scuola
dalle 14 alle 18. Dalle 18 alle 19 esercizi sportivi.» E
quando cercava di sfuggire al vecchio, magari per correre
da una ragazza, doveva saltare una siepe coronata di filo
spinato.
Poi il suo cavallo. Lezioni di equitazione. Il richiamo
improvviso: «Op, salta!» L'animale che si drizzava in tutta
la sua altezza, saltava l'ostacolo, rimaneva impigliato e
si rovesciava insanguinato, avvolto nel filo spinato.
Da qualunque parte guardasse, una dura scuola, che doveva
dargli forza, vigore. E piano piano aveva cominciato
a prenderci gusto e a trovare una certa soddisfazione nel
regolare la sua vita sul cronometro, nel vedere le siepi
di filo spinato come ostacoli da superare. Quello era sport.
Più tardi zuffe violente in cui il padre fungeva da arbitro.
E infine la prima mensura con la sciabola, la guancia dell'avversario
con uno squarcio che si apriva come il coperchio
di un orologio. Aveva sanguinato come un maiale al mattatoio,
quel disgraziato, e suo padre si era congratulato con
lui, pieno di orgoglio.
Poi le SS. La guerra. Fuoco e sangue. E di nuovo filo
spinato per quelli che erano nemici dello stato o comunque
considerati criminali. E frammezzo zuffe da ubriachi, donne.
Nel filo spinato restavano impigliati capi di biancheria,
uomini, preservativi.
E infine la guerra era giunta alla sua conclusione. I vecchi
fili spinati venivano abbattuti, ne venivano eretti di
nuovi. Bisognava diventare fabbricanti, fabbricanti di filo
spinato.
«Venga, su, più in fretta,» lo incita il poliziotto. «Lo
aspettano.»
«Va bene, va bene,» risponde Hauser. «Da quelli ci si
arriva sempre troppo presto.»
Ha molto vissuto, ha visto molte cose, troppe. E non è
più tanto facile fargli perdere l'equilibrio. Ha registrato attentamente
tutto ciò che è avvenuto e ha saputo trarne la
sua lezione. Sa che cosa è la vita. Masse di individui come
colonne di numeri che scaturiscono da una macchina calcolatrice.
Cadaveri sovrapposti come mattoni. Un accoppiamento
fugace e una mano al portafogli. La vita è tutta
un calcolo solo!
Ha dietro di sé una lezione duramente imparata. Adesso
si tratta di saperne fare buon uso! Non deve lasciarsi mettere
alle corde tanto facilmente. Si può rinchiudere chiunque
dentro un filo spinato, può succedere, è quasi un passaggio
obbligato, un'espressione del cambiamento dei tempi,
ma poi passa. Quello che importa è tener duro! Tutto
il resto va a posto da sé. E chi è in grado di provare qualcosa
contro di lui? Metterlo nel sacco, lui! Non è un gioco
da ragazzi.
Lui conosce il fatto suo. Sa come vanno queste cose. A
suo tempo ha avuto anche lui in un Lager duemila persone
in una volta sola. Non sapeva che i nomi, nient'altro. E
non sapeva neppure se i nomi erano giusti. Impossibile
controllare. Non c'era niente, allora, che si potesse controllare.
Questa è una vecchia storia.
Il trucco è tutto lì: quello che non si può dimostrare lo
si afferma, semplicemente! E lo si rinforza magari con le cosiddette
testimonianze. Testimoni se ne trovano sempre. Ma
per testimoniare, uno vuole la sua parte di compenso, e
questo è facilissimo. È un giochetto: prima li rinchiudi, poi
li fai parlare e per compensarli li lasci andare. E intanto,
pur di tirarsi fuori, quelli dicono tutto quello che vuoi, accusano
chiunque gli additi. Ti vendono anche la nonna
senza battere ciglio.
Ma questo con lui, Hauser, non lo possono fare. Lui conosce
troppo bene il mestiere. E ne farà uso, e come se ne
farà uso! Senza riguardi, senza scrupoli. Vuol tornare da Brigitte.
A qualunque prezzo. Da quando l'ha rivista quella
mattina...
Arrivano al cancello che collega il campo con l'edificio
dove lavorano gli americani. Un soldato allampanato sta
fumando, la schiena appoggiata a un pilastro.
«Nome?» vuol sapere.
«Hauser,» annuncia il poliziotto. «Hauser, comandato
per l'interrogatorio.»
L'americano controlla sulla sua lista. «Okay,» dice.
«Avanti!»
Harte richiude il dossier che ha davanti, si alza lentamente
ed esce dalla stanza.
In corridoio si ferma, si guarda nel grande specchio che
riflette la sua figura per intero e si studia attentamente.
Sulla fronte gli si formano delle rughe e infine scuote lentamente
la testa.
«Non si piace, mister Harte?» domanda una voce alle
sue spalle.
Harte non si volta. «No,» dice con convinzione. «No,
non mi piaccio affatto. E a lei forse?»
Da principio Sylvia Meiners tace. Poi dice: «Come se
qui contasse la mia opinione!»
«Keller tiene molto alla sua opinione.»
«Ma lei non è Keller.»
Harte si volta bruscamente. «Grazie a Dio... no!»
«Ne è molto fiero?» domanda Sylvia seriamente.
Harte le si avvicina. «Ma che cosa vuole veramente, signorina
Meiners? Vuole minare un ufficio... o che altro?»
«È il nostro ufficio, mister Harte. Anch'io ne faccio parte.»
«Il suo superiore è il capitano Keller, non io.»
«Ma è stato lei a scegliermi e ad assumermi.»
«Può essere,» ribatte Harte. «Ma ora lei mi scuserà, devo
andare giù al cancello.» Si avvia lentamente, come se esitasse,
lungo il corridoio, verso la scala.
«Facciamo la stessa strada,» dice Sylvia e gli si mette
al fianco.
Harte scende le scale a passo lento, evitando di guardare
Sylvia. Sente vicino a sé il suo passo leggero e ha l'impressione
di poter sentire anche il suo respiro. D'improvviso si
ferma, si volta verso di lei e le sbarra la strada posando
un braccio sul corrimano. Quel braccio teso è come una
barriera.
«Che cosa vuole sapere da me, signorina Meiners... e
per chi lo vuol sapere?»
Sylvia lo fissa bene negli occhi, con uno sguardo molto
serio, solo in fondo alle pupille scintilla un bagliore ironico.
«Vorrei parlare un po' con lei,» risponde.
«Allora parli,» fa Ted Harte senza scomporsi.
«Fa molto caldo oggi,» dice Sylvia, e lo scintillio nei
suoi occhi si fa più vivo.
«Beva acqua ghiacciata!»
«Anche ieri faceva molto caldo e domani sarà lo stesso.»
«L'acqua ghiacciata serve!»
«Questo caldo mette addosso una gran stanchezza,»
continua Sylvia. «Rende pigri. Fa passare la voglia di lavorare,
quella voglia alla quale tiene tanto il colonnello giudice
Cord.»
«Cara signorina,» replica Harte seccato, «il colonnello
Cord non viene qui per giudicare la nostra voglia di lavorare...
approfitta semplicemente della bella giornata per
prendersi un pomeriggio libero a spese dello stato. E per
essere sicuro di non annoiarsi troppo, viene a visitare gli
internati.»
«Io una volta avevo un gatto,» lo interrompe Sylvia,
«che mangiava i topi.»
«Succede.»
«Ma li mangiava proprio. E quando era sazio, andava
avanti lo stesso a mangiare topi. Per pura abitudine. Così,
tanto per fare qualche cosa.»
«Cord non è un gatto, e noi non siamo topi. Ma se dovesse
fare il gatto per davvero, con noi si romperà i denti.»
Sylvia lo guarda e sorride. «Non volevo offenderla, mister
Harte.»
«Che cosa voleva allora?»
«Soltanto domandarle se si è stancato; se è il caldo che
l'ha stancata.» E dopo una breve pausa, in un impulso di
sincerità: «Volevo domandarle se è proprio vero che lei
ha passato il caso Hauser al capitano Keller. Il capitano
non è un ufficiale inquirente.»
«Ma è il comandante. E come comandante può fare quello che vuole. Può far mettere cento internati agli arresti
di rigore e può rilasciarne altri mille... io non ho il diritto
di impedirglielo, non sono responsabile di quello che fa lui.»
«Ma lei si sentirebbe ugualmente responsabile!» esclama
Sylvia.
«Sciocchezze!» sbotta Harte. «Non ho una coscienza
tanto cristallina e neppure un carattere ferreo e tanto meno
uno spiccato senso dell'onore o come vuol chiamare tutti
questi bei sentimenti intercambiabili. Sono un essere umano,
un semplice, comunissimo essere umano che ha visto e
provato molte cose.»
«Che cosa posso fare per lei, mister Harte?»
«Mi si tolga di torno oppure venga a passeggio con me;
mi lasci in pace oppure si ubriachi insieme a me. Soltanto...
faccia qualche cosa che mi permetta di farmi un'idea esatta
di lei. Mi capisce?»
E la pianta in asso, si volta di scatto e scende le scale
a precipizio.
Fuori in cortile tira un lungo respiro. Col palmo della
mano si asciuga il sudore dalla fronte. Una giornata calda,
pensa, una giornata molto calda.
Verso di lui viene l'internato Hauser. «Buon giorno,
mister Harte.»
«Heil Hitler,» dice Harte.
Hauser è tutto gioviale. Riesce persino a ridere e si
sforza di farlo con tutta la cordialità possibile. «Avremmo
avuto bisogno di gente come lei. Sono sempre stato contrario,
fin dal principio, all'idea di buttare fuori gli uomini
migliori dalla Germania, soltanto perché non avevano preso
in tempo la curva giusta. E l'antisemitismo, mister Harte,
quello alla lunga è diventato una gran bestialità. Una scemenza.
Un boomerang, dal punto di vista politico.»
«Espettori pure tranquillamente,» dice Harte e si volta
a guardare verso la porta, e poi su alla finestra, senza
vedere Sylvia.
Hauser continua a parlare. Crede di conoscere esattamente
il suo uomo. Nei lunghi interrogatori ha cercato di
tastare il terreno. Secondo lui, Harte è un furbo di tre
cotte. Difficilissimo da agguantare. Ma evidentemente anche
lui non può fare tutto quello che vorrebbe. A quanto pare
con le loro cosiddette disposizioni umanitarie hanno castrato
la sua volontà d'azione.
«Vada avanti,» ripete Harte. «Vada pure avanti.»
Hauser prende un certo tono di superiorità. È convinto
che faccia sempre impressione. «Gli uomini migliori la
nostra politica li ha messi in fuga,» dice. «Gente di cervello!
Pensi a Thomas Mann, a Einstein, a Remarque, a
Kortner! Avremmo dovuto assicurarceli, invece... perché
poi buttate fuori tutti subito!... Ecco l'errore più grosso
degli anni passati. Io l'ho sempre detto: i muscoli c'erano,
in abbondanza, ma i cervelli, quelli ci sono venuti a mancare.
Un paio di decine di uomini come lei, mister Harte...
e l'Europa ce la saremmo messa in tasca.»
Harte sorride e sta ad ascoltare. Fa parte dei suoi principi,
lasciar sempre che l'avversario si sfoghi. Così lo si viene
a conoscere più a fondo e senza fatica.
«Interessante,» dice soltanto.
Da principio questa maniera così tranquilla e mansueta
ha lasciato Hauser perplesso, lo ha reso diffidente. Questo
sentirsi come avvolgere nell'ovatta è addirittura snervante.
Poi lentamente ci si è abituato. Sicuro... questo Harte è un
dritto. Ma non può assolutamente fare niente di pericoloso.
Qui sta il segreto: fra disposizioni, decreti e regolamenti
gli hanno addirittura legato le mani. Nessun principio direttivo,
e ognuno dice la sua. A forza di democrazia quel
poveretto non può più neanche muoversi!
«Allora... come va, mister Harte? Che cosa ha di bello
da annunciarmi? Vuole finalmente comunicarmi che il
mio internamento è finito?»
«Io non ho proprio più niente da comunicarle, Hauser.
Per il momento almeno no. In futuro il suo caso verrà
trattato da mister Keller.»
Harte fa qualche passo indietro e si appoggia al muro come
se sentisse il bisogno di strofinarsi la schiena. Osserva
Hauser attentamente, come si guarda un frigorifero che si
ha intenzione di acquistare.
Questo Hauser ha una faccia che è come un blocco di
cemento. Lineamenti duri. Ha l'aria di uno che ha passato
la vita a digrignare i denti. Un mento che sembra uno
schiaccianoci. Una scorza maledettamente dura... chissà come
è il nocciolo dentro?
«Che significa ora questa storia?» domanda Hauser.
«Forse che si ricomincia un'altra volta da capo? Vogliono
farmi aspettare ancora un pezzo?»
«Al contrario, Hauser. Adesso andrà tutto molto speditamente,
immagino.»
Potrebbe essere un brutto segno, pensa Hauser. Potrebbe
significare semplicemente che il mio caso è andato a finire
in mano di qualcuno che è in grado di agire più energicamente.
Che se lo può permettere. Quel Keller qui è il comandante,
un arrogante, un duro, che va in giro come se un
vetro lo separasse da tutti gli altri, come se portasse sul
petto un cartello con scritto: vi disprezzo! Questi sono tipi
capaci di passare sopra i cadaveri, pur di avere ciò che
vogliono. Non per nulla li conosciamo, dopo tanti anni di
pratica.
Ma chissà se può procedere con metodi diversi dai normali?
Improbabile. C'è sempre la faccenda dei diritti dell'uomo!
Dopotutto la guerra è finita. Dal gran calderone
in cui gli uomini non erano più che una massa, ora tornano
a delinearsi i singoli destini individuali. Ma, soprattutto,
ognuno di questi americani tiene d'occhio l'altro,
loro lo chiamano sistema democratico. È questo che bisogna
sfruttare.
«Io al suo posto,» dice Harte «non sarei scontento di
questa soluzione. Forse può essere vantaggiosa... per lei.»
Hauser si sforza di mantenere un tono ironico di superiorità.
Sorridere, continuare a sorridere come faceva il
vecchio Roosevelt. «Lei è davvero molto premuroso, mister
Harte, se lo lasci dire. Ma non è che le cose si chiariscano.
La sua tattica di tirare per le lunghe mi costa molte settimane
di libertà.»
Harte si accorge che il muro al quale si è appoggiato gli
ha sporcato la giubba. «Forse lei vede le cose da un punto
di vista sbagliato,» risponde, mentre si scuote la polvere
di dosso. «Forse un giorno potrebbe capitarle di pensare:
vorrei viverne ancora di quelle settimane.»
Hauser si insospettisce. Come ha già fatto parecchie volte,
tenta di scoprire nel volto di Harte un punto di riferimento.
Qualcosa che indichi brutalità o una bestiale stupidità
o qualcosa di simile. Nulla. Una faccia che è come un
corso d'acqua, scivola via senza che si possa vedere nulla
sotto la superficie.
«Conosco i suoi scherzi, mister Harte. Non che mi abbiano
mai divertito, ma neppure mi mettono in agitazione.»
«Tanto meglio. Così le sarà meno doloroso separarsi da
me. Addio, Hauser, e che Dio gliela mandi buona, ammesso
che sia ancora possibile.»
Harte segue Hauser con lo sguardo, mentre questi si incammina
dietro la sentinella americana. L'uomo sale le
scale con le spalle leggermente ricurve.
Harte va al posto di guardia, solleva la cornetta del telefono
da campo e si fa passare il suo ufficio.
Risponde Sylvia.
«È molto in collera con me?» domanda Harte.
«Molto!» risponde lei con voce divertita.
«Allora va tutto bene,» dice Harte e sorride. «Adesso
vado da Gernsbach.»
«Bene,» fa Sylvia, «molto bene.» E l'affermazione suona
come una lode.
Harte riaggancia e continua a sorridere.
Parlerà con Gernsbach. Gernsbach, che si occupa della
denazificazione di questa zona e che conosce le situazioni
ancora meglio di lui. Gernsbach reagisce come un termometro,
è un uomo che ha ancora i nervi a fior di pelle.
Si tratta solo di vedere fin quando resisterà, questa pelle.
Nei suoi confronti si comporta con una certa leggerezza.
Harte solleva un'altra volta il ricevitore e richiama il
suo ufficio. «Senta, Sylvia... che cosa fa questa sera?»
La risposta si fa aspettare. «Non lo so ancora,» dice
Sylvia infine. E poi, dopo una pausa: «Ci penserò. Forse
glielo farò sapere.»
Rolf Gernsbach dipinge.
La tela rimanda un viola luminoso e un rosso che fa pensare
a un vino scuro visto al lume di candela. In mezzo
a uno spazio reso immenso dalla prospettiva si stacca una
figura composta di superfici larghe, disegnate con una precisione
quasi matematica, da compasso, isolata e tuttavia
come soffocata da sogni scintillanti che le stanno intorno,
come in agguato.
Gernsbach osserva il suo lavoro e si sente scoraggiato.
Regge il pennello nella destra alzata come se fosse un bastone
con cui colpire. Si sente strozzare dalla furia che gli
sale alla gola. I colori non vivono, non bruciano. Non gridano
neppure, lasciano udire soltanto lamenti inarticolati.
Gernsbach getta a terra il pennello con violenza. Si
preme la mano sulla fronte e si scompiglia i capelli. E infine
siede, tutto chino in avanti, come schiantato.
Fissa la tela. Se è tutto quello che riesce ancora a fare,
è proprio alla fine. Vuol dire che non sa più dipingere. Allora
può mettersi a fare l'imbianchino.
O che altro potrebbe fare? Trasformare la politica in
un mestiere? Portare avanti l'opera che ha iniziato per
intima convinzione e tramutarla in un affare, in una fonte
di guadagno? Niente gli sarebbe più facile! Infatti è a
capo di un ufficio che ha la sua sede nell'edificio amministrativo
del campo 7 e ha sulla porta un cartellino: Special
Branche - Rolf Gernsbach.
In quell'ufficio Rolf Gernsbach si occupa dei problemi
della denazificazione. Esamina e controlla le situazioni personali
e patrimoniali degli abitanti della città e della provincia.
Agenti, mediatori, amministratori che trattano questioni
patrimoniali sono sotto il suo diretto controllo. Nel
suo ufficio si decidono conti in banca e destini di uomini.
Vive in questa provincia da quindici anni. Conosce bene
la zona e i suoi abitanti. Ha imparato ad amarli e a temerli,
e poi li ha anche odiati. La sua unica colpa fu
quella di dipingere in modo sbagliato. La sua pittura venne
definita arte degenerata, gli portarono via i pennelli e in
cambio gli misero in mano una vanga e gli buttarono addosso
un'uniforme di internato in un campo di concentramento.
Questo lo chiamavano un lavoro positivo. Per la
Germania, gli dissero. Tutto per la Germania.
Quando la storia fu finita, venne da lui un certo Harte
che gli disse: «Abbiamo bisogno di lei!» Lui esitò, tentò
di rifiutare, ma Harte riuscì a convincerlo. «Le sue capacità
ci interessano soltanto in seconda linea,» gli disse Harte.
«La sola cosa che ci importa veramente è che lei non è
un nazista!» «Non me ne hanno dato l'occasione,» aveva
risposto. Harte si era messo a ridere: «E allora deve
scontarlo!»
Così aveva accettato di lavorare per il servizio Special
Branche. A una sola condizione: non avere un orario
fisso. Voleva poter dipingere quando gli saltava. E Harte
glielo promise.
Ma ora non sa più dipingere! Non può più vedere quello
che dipinge.
Gernsbach chiude gli occhi, come se questo lo aiutasse
a capire meglio lo sgomento e le ferite del suo spirito. Si
volta, per non dover vedere per prima cosa il suo quadro
quando riaprirà gli occhi.
È stanco. In lui non c'è più fuoco, non c'è più coraggio.
È diventato vecchio. I suoi trentacinque anni li dovrebbe
contare doppi. Bruciato come un fascio di paglia. Tutto ciò
che è venuto dopo è stato solo il tormento di dover scavare
pozzi neri, trincee per i soldati, fosse comuni per i morti.
Adesso non ha più energia. Vittima del suo tempo, forse?
Può darsi, in parte. Un cencio è, un relitto!
La sua vita è stata quella di un artista, di un grande artista
in un primo tempo. Da ragazzo era più avanti degli
altri. A scuola studiava poco e sapeva tutto. Metteva in tremendo
imbarazzo il suo insegnante di religione ponendogli
domande ch'erano trabocchetti, e sapeva già tutto di Maometto,
quando il suo bravo maestro era ancora alle nozze
di Cana. Dopo la terza lezione di disegno definì il professore
un modesto fotografo.
All'Accademia delle Belle Arti lavorava come un fanatico.
«È geniale,» dicevano di lui i suoi pochi amici. «È matto,»
affermavano i suoi numerosi nemici. Era allegro e presuntuoso,
spesso sfrenato, quasi sempre priva di rispetto. E
credeva in se stesso e nel proprio lavoro.
A quel tempo dichiarava che Manet era il primo geniale
libertino del pennello; Bocklin, affermava, era l'idiozia della
voluttà. Su Rembrand taceva, impressionato. Van Gogh lo
mandava in estasi, un'estasi fiammeggiante, e dopo aver visto
i quadri di Kathe Kollwitz, per la prima volta lo colse
il grande smarrimento, la sofferenza. «Non so disegnare,»
disse. «Se non si sa disegnare così, non si sa fare niente.»
E poi si mise a lavorare. Per anni. Lavorava, dormiva, si
svegliava e riprendeva a lavorare. Nessuna donna lo disturbava
nel suo lavoro. Le donne erano delle modelle, come
tutto il mondo era solo un grande, immenso modello.
Nel 1932, a ventidue anni, era un nome che i mercanti di
arte già segnavano con una crocetta nei loro cataloghi. Un
critico scriveva di lui: «È in anticipo di dieci anni sul
suo tempo. Dove sarà fra dieci anni?» Esattamente dieci anni
dopo era in un campo di concentramento, scavava le buche
per le latrine e riempiva le fosse di calce.
Non riuscì mai a rendersi ben conto perché lo consideravano
un nemico del nazionalsocialismo. La politica non lo
interessava molto. Lui dipingeva... quelli facessero il loro
lavoro. Chiedeva soltanto che lo lasciassero dipingere. Ma
gli organi ufficiali classificarono la sua arte, in blocco, come
arte degenerata e lui personalmente come un imbrattatele
e peggio. L'edizione locale del «Suddeutscher Beobachter»
lo definì uno «squallido e corrotto torturatore di pennelli».
Lui replicò qualificando gli autori del pezzo semplicemente
e inequivocabilmente degli «idioti». Questo avvenne in
pubblico e davanti a molti testimoni, tre dei quali dichiararono
per iscritto che si era trattato di una «dimostrazione
antipopolare e distruttiva».
Il resto era inevitabile: tre anni di campo di concentramento,
due anni di compagnia di disciplina dopo un mal riuscito
tentativo di fuga, dichiarato negli atti come «diserzione»
e quindi di nuovo campo di concentramento.
Fino alla fine, a quella fine «amara» per gli uni, «felice»
per gli altri.
Ora era libero. Poteva fare quello che voleva. Poteva
nuovamente dipingere. Ma non ne era più capace.
Quei mesi nello sforzo di ricominciare erano stati una
fatica immane. Era sopravvissuto al campo di concentramento.
Là erano morti il suo orgoglio, la sua presunzione, la
sua sregolatezza. Ma anche la sua capacità se n'era andata,
come trascinata via dalle acque di scolo. Rimaneva soltanto
uno smarrimento pieno di modestia e un appassionato, disperato
abbandono a una fantasia che la sua mano non sapeva
più trasferire sulla tela. Lo aveva colto una profonda
insicurezza. Quella paurosa vertigine cui possono seguire
soltanto l'abisso o l'ascesa. Gli restava una sola certezza:
ricominciare da capo! Tutto dal principio.
Ricominciare dunque! E restare di nuovo solo? Ancora
una volta senza nessuno a cui tenersi vicino?
C'era una persona che avrebbe voluto tenersi vicino. Una
sola persona che valeva la pena di amare. Quella ragazza...
Suona il campanello. Gernsbach si raddrizza, si alza e si
avvia verso la porta infilandosi una giacca e poi apre.
Ted Harte sta sulla soglia. «Posso disturbare, Herr Gernsbach?»
«Lei non disturba mai,» risponde Gernsbach. «Nessuno
può disturbarmi.»
«Così librato nelle alte sfere dell'arte?» esclama Harte
sorridendo con affettuosa ironia.
«Così sprofondato fino in fondo,» ribatte Gernsbach e
fa posto al suo visitatore.
Harte siede su un consunto divano, si appoggia all'indietro
e si guarda in giro: delle tele, una tavola, qualche sedia,
una tenda grezza. Vetri sporchi alle finestre. Un modesto
atelier.
«Lei dipinge anche ritratti?»
Gernsbach fa un cenno di diniego. «Io non dipingo niente,»
dice. «Tento semplicemente di spennellare qualche
metro quadrato di tela. Ma perché proprio ritratti? Sente
il bisogno di vedere appesa la sua effige in qualche salotto?
Magari in veste di vincitore raggiante?»
«Lei è molto amaro, Gernsbach. Perché? C'è qualcosa che
non va? Incontra delle difficoltà nel suo lavoro di denazificazione?»
«No.»
«No? Tanto meglio. Allora parliamo di pittura. Io non
ne capisco molto. O meglio, per essere del tutto sincero,
non ne capisco nulla. Ma credo di poter almeno dire che
cosa mi piacerebbe vedere dipinto. È qualcosa?»
«È già molto,» concede Gernsbach.
Siede accanto a Harte sul sofà. Il suo viso segnato dalle
rughe è pieno di interesse. Allunga le gambe come se fossero
molto stanche. «E che cosa le piacerebbe veder dipinto?»
«Non si dipingono le cose, ma quello che è nelle cose.
Non la realtà, ma la verità. Non un volto, ma un'anima.
È così?»
Gernsbach si stira. Non è del tutto sbagliato! Ma le speculazioni
teoriche per lui sono sempre merda. Sotto il sole
non esistono due cose uguali. «E quale sarebbe la verità che
sta cercando, mister Harte?»
«Io cerco molte verità, Herr Gernsbach. Che cosa si
nasconde dietro le cose. Che cosa avviene dentro gli uomini
che abbiamo internato? Come sono veramente quelli che
lavorano con noi?»
«Per esempio? Dentro chi, secondo lei, varrebbe la pena
di indagare?»
«Be', facciamo un esempio... Sylvia Meiners.»
«Hm!» fa Gernsbach e ritira le gambe che aveva allungato.
«Interessante!»
«Perché?» domanda l'altro.
«Non mi sono sbagliato nel giudicarla, mister Harte,»
dice Gernsbach e sorride un po'. «Lei ha il dono di vedere
attraverso le persone. È un istinto. Lei sa molto, e quasi
sempre sa più di quanto dice. L'ho osservata: lei cerca
sempre di aiutare gli altri; ma si preoccupa di non lasciarlo
capire. Ha la stoffa del benefattore che vuol restare anonimo.
In altri tempi sarebbe diventato un pastore di anime.»
«Lei mi sopravvaluta,» risponde Harte, un po' sorpreso.
Non si aspettava questa reazione. «Lei sarà una bravissima
persona, ma della vita non capisce gran che. Io un benefattore...
come può venirle in mente?»
Gernsbach si sente salire dentro una lieve ilarità. «Adesso
che ci penso,» dice, «lei era presente soltanto due o tre
volte quando ho avuto occasione di venire in contatto con
la signorina Meiners per ragioni di lavoro. Eppure ha
subito capito il mio interesse per la signorina. E ho anche
notato che lei ci osservava. Non mi sono sbagliato, dunque.»
Harte si raddrizza. È stupito. Scuote la testa come se si
meravigliasse di se stesso. «Non avevo intenzione di comportarmi
come una specie di paraninfo,» dice finalmente.
«E nemmeno io l'ho mai pensato. Ma prendo al volo la
sua idea. Le vengo incontro. Però non prometto nulla; solo
che cercherò di afferrare la palla che lei mi butta. La sua
proposta è ottima; più ci penso, più mi pare un'idea felice.
È... forse... una strada. Vuole aiutarmi?»
«Ma non a dipingere, Gernsbach!»
Gernsbach ride, poi di colpo ammutolisce. Infine dice:
«Davvero una magnifica idea! E lei crede che la signorina
Meiners accetterà di farsi fare il ritratto da me?»
«Non lo so. Non so molto di lei. Glielo domandi.»
Bene, Gernsbach lo farà. È contento, eccitato come non si
sentiva più da tempo, e guarda il suo visitatore con occhi
riconoscenti. Che viso, questo Harte, con mille riflessi diversi.
Non si potrebbe mai coglierlo e fissarlo. Ora si è fatto
pensoso, stranamente pensoso; c'è in esso calma e anche
meraviglia, quasi stupore. E un'espressione di attesa.
Perché? si domanda Gernsbach. Che cosa aspetta Harte?
Certo aspetta qualcosa! «E lei?» gli domanda.
Harte si riscuote dai suoi pensieri. «Cosa?»
Gernsbach crede di sapere che cosa sta succedendo a Harte.
E si sforza di andargli incontro. «La capisco. Lei rifiuta
di farsi considerare un filantropo. Lei ci tiene alla razionalità,
ai conti che si presentano e che tornano. Bene, allora... facciamo
l'affare.»
«Che cosa sta dicendo?» fa Harte stupito. «Che cosa
vuole insinuare?»
«Lei vuole farmi credere che non è venuto qui soltanto
per me. Se questo le fa piacere, lo crederò volentieri. Allora,
che cosa posso fare io per lei?»
Harte si riprende. «E va bene,» ammette, «se proprio
vuol fare qualcosa per me, mi racconti tutto quello che
sa di una certa Frau Hauser. Sì, Frau Hauser. Abita nella
sua provincia. Da molti anni, ormai. I suoi genitori devono
avere, se non sbaglio, un alberghetto qui nei dintorni.»
Frau Hauser, dunque! Ecco dove punta Harte. Comprensibile,
certo, ma anche triste. Perché quella Hauser...
Gernsbach si sforza di rimanere imparziale. La Hauser, che
da ragazza si chiamava Zehntner, lui la conosce bene. Eccome!
È una donna che non è possibile ignorare.
«Parliamo allora di Frau Hauser,» dice.
«Certamente gli stanno tirando le gambe,» dice l'internato
Laffrentz. «Adesso sono le tre. Lo stanno cucinando
già da due ore. Diventerà molle come il burro, quel cane
arrogante di un Hauser. Non vorrei essere nei suoi panni!
Per fortuna io ho la coscienza pulita. Innocente come una
verginella, mi sento. Io sono sempre stato a Berlino, soltanto
a Berlino. Ho sempre fatto il mio lavoro di consigliere governativo,
esattamente quello che il consiglio di amministrazione
del ministero voleva da me. Solo questo e niente
altro, assolutamente niente di più. E per questo dovrei
essere ritenuto responsabile?»
«Già, signor consigliere, ma se ora il consiglio non c'è
più?» L'architetto Kurtz solleva la coperta e si gratta un
gomito. «Già, e che fa lei allora?»
«Ma è semplice. Sopra il consiglio c'era il direttore generale,
e sopra ancora il sottosegretario. E poi c'era ancora
il ministro vero e proprio, così almeno si chiamava, e adesso
quello è al fresco a Norimberga. Vuole sapere cos'è questo,
architetto? Sicurezza quadruplicata. Che cosa può succedere
a uno come me! Io ho fatto soltanto il passacarte. Non ho
mai preso in mano una rivoltella in tutta la mia vita.»
«Cosa vuol dire!» esclama Kurtz. «A voi per far crepare
la gente bastava l'inchiostro.»
«Già, e lei? Che cosa ha fatto lei?»
«Di tutto, Herr Oberregierungsrat, un po' di tutto. Persino
cimiteri per gli eroi ho progettato! E il giorno che dovesse
toccare a lei le faccio volentieri un mausoleo, e gratis.»
«Ma signori, per favore!» esclama Mangel. «Un po' di
educazione!» Lo dice circa sei volte all'ora.
La camerata 29 nel blocco C si sveglia lentamente dalla
pausa pomeridiana. Più di due ore di sonno dopo mezzogiorno
non sono consigliabili, altrimenti poi di notte non
si riesce a chiudere occhio. Tutte le possibilità sono già state
sondate e sperimentate. Meglio starsene a meditare durante
il giorno che rigirarsi sulla paglia la notte, oppressi
dai pensieri, in balia dei rumori e degli odori che emanano
da tutta quella massa dormiente.
Mangel si è già rimesso a lavorare alacremente ai suoi
progetti ferroviari. È un po' preoccupato perché non riesce
più a ricostruire la stazione merci a nord di Scolpje. È andata
distrutta due volte, poi è stata completamente demolita
e infine, alla terza ricostruzione, sono stati aggiunti una
serie di binari di smistamento, e adesso non ricorda più se
c'era un solo deposito o se erano addirittura due, cosa che
stenta a credere. È un problema molto interessante, che lo
affascina enormemente.
La faccia di frittata di Laffrentz si volge intorno alla
ricerca di qualcuno con cui imbastire una conversazione.
Gli occhietti vivaci si muovono continuamente, quasi fossero
di mercurio. Il barone von Hagen gioca a scacchi da
solo. Il meteorologo butta giù con aria assente uno schizzo
che dovrebbe rappresentare Copernico. Un altro trasforma
dei barattoli di conserva vuoti in portacenere, cosa del tutto
assurda, dal momento che quasi nessuno riesce a mettere
insieme qualcosa da fumare. Due uomini sono indaffaratissimi
a sbrogliare un gomitolo di filo che hanno trovato
per caso in un mucchio di rifiuti. In un modo o nell'altro
sono quasi tutti occupati. Soltanto l'architetto Kurtz accetta
di ammazzare il tempo chiacchierando con Laffrentz.
«Mi spieghi, signor consigliere, come mai parlando con
Hauser lei dice soltanto Herr Hauser e mai Herr Standartenführer?»
«È un problema di tatto,» spiega Laffrentz.
«Ma perché il tatto per lei è un problema?»
Laffrentz sembra non capire lì per lì dove Kurtz voglia
parare.
Mangel si dice disposto a dare una risposta; si è reso conto
che per il momento non riesce a far quadrare il problema dei
binari di smistamento di Scolpje. «Vede, signor Kurtz, il
fatto è questo: vi sono dei titoli a vita e dei titoli transitori.
Vi sono denominazioni meritate, e altre soltanto ricevute.
Nell'esercito è una distinzione ben chiara, cioè fra il grado
e la funzione. Prenda me, ad esempio. Tenente colonnello
è il mio grado, quindi un titolo permanente. Ma poi io ero
anche capo del settore operazioni, sottosezione trasporti per
il Sud-est. Questa è la funzione, che varia e si riferisce quindi
alla sfera operativa, non al nome.»
«Molto interessante,» risponde Kurtz, «ma anche molto
complicato. Per me "Herr" davanti al nome è molto più
semplice.»
«Certo, certo,» conferma Mangel gentilmente, «ma non
basta. "Herr" da solo è una pura convenzione. La dizione
del titolo è invece una classificazione. Significa: ordine,
gerarchia.»
«Al Comando Supremo,» dice il meteorologo Trost e
deglutisce tossendo gonfio di orgoglio, «quando io ero a
capo del servizio meteorologico e la mia consulenza in questo
senso era determinante, avevo diritto al titolo di
Oberregierungsrat. Il capo di stato maggiore propose al Führer...
hm... voglio dire a Hitler di iniziare la campagna in Russia
soltanto quando io fui in grado di prevedere le condizioni
atmosferiche favorevoli.»
«Io,» spiega Laffrentz, «avevo la nomina a consigliere
ministeriale si può dire già in tasca. Ma la guerra fu più
rapida di quei burocrati dell'ufficio personale.» Si asciuga
la fronte e passa il braccio unto sul tavolo, come a spazzare
via tutti quei funzionari indolenti.
«D'ora in poi abbia allora la compiacenza di chiamarmi
Herr Baurat. Era il titolo che portavo quando costruii la
caserma per contraerea a Goppingen,» dice Kurt ridendo.
Laffrentz rinuncia a fare commenti. Si sta ripulendo scrupolosamente
il naso. Anche gli altri tacciono.
Il barone von Hagen alza gli occhi dalla sua partita a
scacchi. «In avvenire vorrei consigliare,» dice, «di non
escludere il signor Hauser dai nostri discorsi in maniera così
brusca. Dopotutto fa parte di questa nostra comunità.»
«Ma si comporta come un porco,» interviene Laffrentz.
«Dev'essere molto duro per lui.»
«Perché è facile per noi?»
«Per noi, signor Laffrentz, si tratta di qualche mese, al
massimo di qualche anno della nostra libertà. Ma per lui
a quanto pare ne va della testa. Non augurerei a nessuno
di essere al suo posto.»
«La minestra che uno si cuoce,» declama Laffrentz, «poi
se la deve mangiare.» E con le unghie della mano sinistra
si pulisce quelle della destra.
«Nessuno di noi ha molto da stare allegro,» dice ancora.
«Ma per lo meno ci comportiamo correttamente.»
Herr von Hagen solleva il cavallo con l'intenzione di portarlo
avanti, poi lo rimette al suo posto. «Una volta da
giovane possedevo un cavallo,» dice perduto nei suoi ricordi,
«ed era un animale molto testardo. Invece di educarlo,
lo frustavo. In poco tempo divenne inutilizzabile.»
«Sentite, sentite,» esclama Laffrentz. «Confessioni dal
diario di un allevatore di cavalli.»
«Ma allora,» si informa il meteorologo Trost, dopo aver
ultimato l'ombreggiatura intorno all'orecchio del suo Copernico,
«il signor von Hagen era ambasciatore e come
tale gli spetta il titolo di eccellenza. Sentiamo, questo è
un grado o una funzione? Dobbiamo chiamarlo Sua Eccellenza,
signor ambasciatore oppure semplicemente Herr von
Hagen? Come la mettiamo, Eccellenza?»
«Signori!» esclama l'architetto Kurtz e annusa il suo
unico paio di calzini, per giudicare se è davvero tempo di
lavarli. «Non c'è internamento senza il suo Knigge o il suo Gotha.
(Nota del traduttore: Knigge è un manuale di buone maniere, dal nome del suo autore. Fine nota.)
Mia moglie mi chiama "Jupp". I miei uomini
prima della capitolazione mi chiamavano "Herr Baurat"
e dopo "porco nazi". Il caporale che mi dirozzò da militare
- perché sono stato anche soldato - mi definiva "troia
fottuta". Vedano un po' di scegliere loro.»
Hauser sta lì seduto e aspetta.
Aspetta da due ore. Era l'una quando l'hanno portato qui.
Ora sono le tre. Aspetta. Siede con il largo deretano su
uno sgabello e non sa che cosa fare delle sue gambe; le
incrocia, le accavalla, le allunga, le ritrae sotto lo sgabello.
E intanto aspetta. Già da due ore.
Il locale dove l'hanno portato è una cella. Una delle celle
in cui si svolgono gli interrogatori. Evidentemente una delle
ultime trovate di questi gangster americani: pareti nude
intonacate di bianco accecante, pavimento sporco e consunto,
sul lato più stretto, di fronte alla porta, un buco
in alto, che dovrebbe rappresentare la finestra, e dietro una
porta di grosse travi grezze. Come arredamento uno sgabello,
un tavolo e una sedia. Nient'altro.
Hauser siede con le spalle alla porta. Dietro di lui, nel
corridoio, è tutto silenzio. Nella porta c'è uno spioncino,
come nella cella di una prigione. È probabile che qualcuno
dal di fuori lo osservi. Forse la sentinella che lo ha accompagnato
sonnecchia in corridoio, appoggiata al muro oppure
comodamente seduta. È possibile. Qui qualunque cosa
è possibile.
Questa cella è un incubo. Non un solo punto a cui appigliarsi.
Superfici bianche, nient'altro. Non un segno di matita,
nemmeno un piccolo avanzo di ragnatela da cui la
fantasia possa trarre delle immagini. La tavola che ha davanti
è come un macigno squadrato, monotona da far venir
sonno.
La sedia dietro il tavolo, con la spalliera leggermente
ricurva, è l'unico elemento che movimenti in qualche modo
l'ambiente. Se non altro ci si può immaginare qualcuno
che vi stia seduto. Purtroppo non Ted Harte. Purtroppo.
Harte lo aveva sempre ricevuto nel suo ufficio, gli aveva
persino offerto delle sigarette, una volta addirittura un
whisky. White Horse, limpido e forte. Gli aveva regalato
il minuto più piacevole di quegli ultimi tre mesi.
Passi brevi e cadenzati vengono ora dal corridoio. La porta,
che ha una sola maniglia all'esterno, viene aperta.
La sentinella americana fa il gesto appena abbozzato
di nascondere la sigaretta nel cavo della mano sinistra. Lascia
passare il capitano Keller e poi richiude la porta dietro
di sé.
Hauser si è alzato, con ostentata svogliatezza.
Keller fa un cenno, passa davanti a Hauser, gira intorno
al tavolo, ci sbatte sopra con forza un dossier e si siede.
Hauser torna lentamente a sedersi.
Keller si tasta nel taschino della giubba, tira fuori una
matita automatica e l'avvita con brevi movimenti circolari
fino a farne comparire la mina. Poi apre il dossier e si
mette a sfogliarlo. Non parla.
Hauser ritiene opportuno iniziare lui il discorso, possibilmente
in tono energico, tanto per dimostrare come si
senta maledettamente sicuro. «Spero,» dice, «che finalmente
si arriverà a chiarire il mio caso.»
Keller smette per un attimo di sfogliare le pagine che
ha davanti, ma si sforza di non alzare gli occhi. «Per me,»
afferma, «lei è un caso chiarissimo.» E va avanti a sfogliare.
Hauser cambia registro e passa al tono cordiale di superiorità.
«Tanto meglio!» esclama. «Così verrò trasferito in
un normale campo di prigionia.»
Secco, senza enfasi particolare, assente e freddo Keller
dice: «Penso piuttosto a un trasferimento al tribunale militare
di Dachau.»
Hauser mantiene il controllo: «Ma lei non pensa sul
serio che io sia un criminale di guerra?»
«È la mia convinzione.»
Hauser è interdetto, poi dice: «Non andrà molto lontano.
Per sostenere questa sua convinzione dovrà portare
delle prove, prove valide e ineccepibili.»
«E se ci riesco?»
Keller alza gli occhi. Per la prima volta i loro sguardi
si incontrano, ma si lasciano subito. Hauser inspira profondamente.
«Nemmeno lei ci crede. Signor... io sono stato soldato...
soldato delle SS. Soltanto un soldato. E questo non è un
delitto. Ho sempre fatto parte di unità di fanteria, sul fronte
dal primo all'ultimo giorno di guerra. Nient'altro. Non
ho mai partecipato ai rastrellamenti delle retrovie e delle
zone occupate. Ho combattuto solo in prima linea, in un
chiaro e onesto confronto con il nemico. Lavoro di soldato,
con l'arma alla mano, un servizio al quale nessuno può sottrarsi,
capisce? Questo è tutto. Provi il contrario se può.»
A voce bassa, senza asprezza, come se gli battesse con un
dito sul petto, Keller domanda: «Conosce Mlawa?»
Hauser non batte ciglio. È pronto ad affrontare molte
cose, anche questa domanda. «Dalla carta geografica,» risponde
con voluta disinvoltura. E poi, dopo una breve
pausa, aggiunge con sfacciataggine: «Lei c'è stato?»
«La tenuta Patocki... le dice niente questo nome?»
«Non sono mica un agricoltore,» dichiara Hauser. «Gliel'ho
già detto: sono un soldato e basta.»
Keller depone la matita fra due fogli e si appoggia allo
schienale della sedia. «La tenuta Patocki nel 1939 è stata
saccheggiata e incendiata,» dice senza espressione, come se
si limitasse a dare una notizia.
«Sono cose che succedono in tempo di guerra.»
«Abbiamo i testimoni.»
«Testimoni di che? Quanti?»
Keller stringe un po' gli occhi, come se fosse lui, invece
di Hauser, a sedere contro il sole che entra a fiotti dalla
finestrella in alto. «Ce ne sono comunque alcuni che erano
presenti.»
Hauser si sente sicuro. Non è certo con quel sistema che
si pesca uno come lui. Diventa audace. «Benissimo,» dice,
«si rivolga dunque a loro.»
«E quelli sostengono che lei, signor Hauser, ha partecipato
all'impresa.»
Ma neppure questo lo spaventa ancora. «Mai sentito
parlare di false testimonianze?» domanda ironico. «Lasci
che le spieghi; ce ne sono, eccome. Le ragioni per cui un
tizio testimonia il falso possono essere della più svariata
natura. Vuole da me una conferenza sull'argomento?»
Keller si preme le palme delle mani una contro l'altra.
Che razza di farabutto! Si aspettava un osso duro, ma non
fino a questo punto. È il caso peggiore che gli sia capitato
finora. Lascia ricadere le braccia, una mano si posa sulla
gamba, l'altra gli ricade lungo il fianco.
«Hauser,» dice con voce bassa, carica di velata minaccia,
«lei sottovaluta la gravità della situazione in cui si
trova!»
Hauser finge di non sentire quella pericolosa sfumatura
nelle parole di Keller. È piuttosto soddisfatto di sé. Eh, non
è così facile metterlo alle corde. «Vede,» spiega, «io rifiuto
la qualifica di criminale di guerra. È il mio buon diritto.»
«Dubito molto che il suo diritto sia così buono.»
«Questo è affar suo.»
Keller spinge in disparte il dossier con un gesto secco,
come se avesse finito di occuparsene. Si china verso Hauser,
lo guarda dritto negli occhi, senza più evitarlo, e infine gli
dice: «Hauser... lei non ignora certamente che ci sono molti
modi di arrivare a una prova. Il più sicuro è la confessione.
E non è neppure il più duro.»
Questa volta Hauser non finge più di non capire. Queste
allusioni le conosce molto bene, per esperienza personale.
Questo è il passo più sicuro che prelude a minacce molto pesanti.
Ritira sotto lo sgabello le gambe che aveva allungato.
«Così lei vorrebbe strapparmi una confessione?»
«Potrebbe venirmi la tentazione di dimostrarle che i metodi
che lei ha usato con altri ora possono servire anche
con lei.»
Solo a fatica Hauser conserva ora quell'aria di sicurezza
e quasi di superiorità che prima gli riusciva così facile.
«Questo vuol dire...» esclama e poi si ferma.
Vede davanti al suo un volto deciso, duro, e anche un po'
incuriosito. Sente salire dentro di sé, sempre più imperioso,
il bisogno di saltare addosso a quell'uomo, di colpirlo al
petto con la testa, con tanta forza da mandarlo a sbattere
all'indietro, contro il muro. Ma sono fantasie. Sciocchezze.
E quella maledetta luce che gli batte sul viso, quel sole-
che gli toglie la vista. Non riesce più a distinguere chiaramente
i particolari dell'uomo che ha di fronte. Comincia una
seconda volta: «Questo significa...» E di nuovo si ferma.
Keller si alza. «Nulla. Non ancora. Per il momento è
soltanto un'idea.»
Keller esamina Hauser come se lo soppesasse. Come un
mercante di bestiame che esamina la merce, pensa Hauser
e sente che il cuore gli batte forte.
«Lei è un uomo solido, Hauser. Il suo sistema nervoso
dev'essere intatto, la sua resistenza non è ancora intaccata.
Ma quanto potrà durare, secondo lei? Quanto pensa che le ci
vorrà per essere completamente a terra, ridotto a uno straccio
senza più volontà? Diciamo, una decina di ore?»
Ecco, ci siamo! Esattamente quello che temeva. Hauser
questa minaccia l'aveva sentita venire. E Keller è uno che
non ci pensa due volte a tradurla in realtà. È un tipo deciso,
il ragazzo! Basta guardargli gli occhi. Sono gelidi come
il ghiaccio! E quella calma! Se è ira, è quell'ira fredda che
è la più pericolosa di tutte.
Dieci ore. Un gioco da bambini mettere a terra anche
uno come lui, se si conosce il mestiere. Dopo trenta minuti
il primo choc, messo a punto secondo le regole. Poi qualche
secchio d'acqua. Poi il trattamento a caldo, per far
bollire il sangue. Dopo altri venti minuti uno è uno straccio,
un ammasso di carne senza più volontà. Poi di nuovo
acqua, possibilmente con una pompa ad alta pressione. Poi
un'altra scarica di colpi, nel ventre o nelle reni. L'unica
cosa importante è di non farlo crepare. E un'altra cosa: il
cervello deve continuare a funzionare, sia pure con quel
poco che rimane. Perciò tenersi lontani dalla testa. Dieci
ore! Una cosa da nulla.
Hauser respira pesante. «Da lei c'è da aspettarselo,» dice.
Keller siede davanti a lui sul bordo del tavolo e si mette
una mano in tasca. «Vedo che cominciamo a capirci.»
Hauser ha un gesto stanco: «Ma lei si sbaglia.»
«Facciamo una prova,» propone Keller.
Hauser scuote la testa. «Lei non sbaglia certo a valutare
la mia capacità di resistenza. Ma quello che lei pensa di me
è assurdo. Ho la coscienza pulita.»
Keller dondola leggermente il piede sinistro come a
portarlo nel suo campo visivo per poterlo meglio osservare.
«E se non mi importasse proprio niente che la sua coscienza
sia pulita o no? Se la cosa mi lasciasse del tutto indifferente?
E se volessi soltanto la sua confessione? Se fossi deciso
a ottenerla?»
Hauser si accorge che la mano gli si contrae sullo spigolo
dello sgabello. Si sente improvvisamente svuotato. Ho mangiato
troppo poco, pensa d'un tratto. E poi pensa: con Harte non
sarebbe successo, assolutamente! Ma questo individuo,
pensa ancora, fa impallidire tutto quello che ho visto
fino ad oggi in fatto di americani. Neppure noi avevamo
tanti esemplari del genere. Nei nostri, si trattava quasi
sempre di furia primitiva, uno era spinto dall'ambizione
o da un fanatico senso del dovere, molti lo facevano per
puro sadismo. Ma questo procede freddamente, con la massima
naturalezza, come un operaio alla catena di montaggio.
«Così,» dice Hauser, «è in gioco la mia vita.»
«Lasciamo stare le parole grosse. Voglio solo la sua confessione.»
«Già,» fa Hauser amaro. «Sicuro! E se io le rilascio
questa confessione, sono un criminale di guerra. E mi sono
fottuto con le mie mani.»
«C'è sempre la possibilità della grazia,» spiega Keller
freddamente.
«Be', una possibilità troppo incerta... Meglio...» Si ferma.
«Meglio... che cosa?» vuol sapere Keller.
Hauser non risponde. Spinge il petto in avanti, puntellandosi
con le mani sulle ginocchia.
Poi si alza e resta lì nella stanza, grande, massiccio, di
una testa più alto dell'americano, benché stia un po' curvo
di spalle.
L'altro lo guarda senza scomporsi.
«Ho intenzione,» dice Keller tranquillo, «di chiarire il
suo caso entro domani. Lei ha quindi ventiquattro ore di
tempo... meno dieci, naturalmente. Lei sa a che cosa mi
servono... se proprio insiste a volerlo.»
Le pareti bianche sono accecanti. La luce del sole arriva
pungente dalla finestrella e cade sul viso di Hauser. Si posa
sulla nuca di Keller e il suo volto diventa una superficie
sfumata, tutta in ombra.
«Non c'è altra strada?»
«Non ne vedo altra.»
Pochi minuti dopo il capitano Keller è seduto alla sua
scrivania, sbatte le palpebre contro il sole e riflette per un
momento su Hauser.
La stanza è silenziosa: solo in lontananza si distingue il
coro del campo che si esercita in canti liturgici e canzoni
popolari. E Keller si ferma un attimo a pensare se non sarebbe
opportuno dare ordine a uno dei suoi ufficiali di controllare
i testi delle canzoni, che potrebbero anche essere patriottiche,
canti militari forse... o addirittura canzoni naziste.
La porta si apre, ed entra Sylvia Meiners con un fascio
di carte. Si dirige verso gli scaffali e si drizza sulle punte
per raggiungere il ripiano più alto dove ci sono i dossier
della lettera A. Il capitano la osserva rasserenato. E gli
viene in mente che aveva deciso di occuparsi un po' più a
fondo di Sylvia Meiners. È stato Ted Harte a suggerirglielo.
Sembra che a Ted Harte questa Sylvia stia addirittura
sulle corna. Chissà perché. Parla sempre malvolentieri di
lei, e quando lo fa non è mai particolarmente cordiale. Che
ci sia stato qualcosa fra i due? Può darsi benissimo! Harte
avrà provato ad allungare le zampe e lei non ne avrà voluto
sapere.
Keller sorride con una certa superiorità. Quel bravo Harte...
un tipo in gamba, un po' ostinato e ribelle, intelligente
però e furbo come il demonio... ma quanto a donne
deve capirci poco. Un dongiovanni non è di certo.
Keller osserva le spalle di Sylvia. La testa, leggermente
gettata all'indietro, i lunghi capelli di seta, che le ricadono lisci
sulle spalle; spalle piuttosto larghe, ma non angolose,
anzi quasi pienotte, e poi una linea morbida che scende
giù fino ai fianchi, stretti nella gonna...
Keller si alza e le si avvicina silenziosamente, sul tappeto
folto. Sylvia si volta di scatto.
«Vuole aiutarmi, capitano?» domanda seccamente.
Keller non risponde. Le si ferma accanto, molto vicino e
la fissa.
Sylvia si tira leggermente indietro fino a sentire il legno
degli scaffali nella schiena. Gli occhi della ragazza si stringono.
Keller si china in avanti e dice: «Che cosa ne direbbe di
un bell'intervallo?»
«Niente,» risponde Sylvia.
«Ci prendiamo una macchina,» continua lui, «e andiamo
da qualche parte e dimentichiamo per un po' questa
maledetta baracca. Vuole?»
«No,» risponde Sylvia. «No.» E poi, a voce più alta:
«Ci vada lei. Io ho da fare.»
Keller allunga le braccia, le posa sullo scaffale
imprigionandovi Sylvia nel mezzo. «Non faccia così,» dice.
Sylvia lascia cadere gli incartamenti e con tutte e due
le mani respinge Keller, che la lascia andare.
«Fa molto caldo qui,» dice Sylvia e tenta di ridere.
«Già,» risponde infine Keller, «molto caldo.»
«Beva dell'acqua ghiacciata!»
«Non si dia delle arie, ora,» esclama Keller. Resta lì ancora
qualche secondo indeciso, e infine torna alla sua
scrivania.
«Non mi do affatto arie,» ribatte Sylvia seccata. «Io sono
qui per servizio. O pensa che ci sia un'altra ragione?»
«Va bene, va bene, signorina Meiners. Dimentichi tutto.»
«Io non mi ricordo di nulla.»
«Tanto meglio.»
Sylvia si sente ancora nella schiena lo spigolo dello scaffale
al quale si è addossata. «C'è altro, capitano? Ha istruzioni
per me?»
«Faccia chiamare il comandante tedesco del campo. E
quando viene resti qui, e scriva tutto quello che verrà detto.»
«Va bene,» risponde Sylvia Meiners.
«Dov'è mister Harte?»
«Non lo so.»
«Quando lo ha visto l'ultima volta, signorina Meiners?»
«Una mezzora fa circa.»
«Che cosa faceva?»
«Una telefonata.»
«Con chi? E perché?»
Sylvia alza gli occhi e li pianta in faccia a Keller. Nel
suo sguardo c'è un gran stupore. Non è abituata a sentirsi
interrogare in quel modo. Ma è pronta a fingere di non
aver udito le domande. Quindi non risponde e dà così a
Keller il tempo di ripeterle o di dimenticare di averle fatte.
«Con chi telefonava e perché lo faceva?»
«Mister Harte,» risponde Sylvia freddamente, «cercava
di mettersi in contatto con un gioielliere, per avere informazioni
sul valore di un braccialetto di platino.»
«Davvero,» esclama Keller stupito. «Davvero,» ripete
ancora.
Sylvia Meiners aspetta. Quello che ha detto, a quanto pare,
interessa molto il capitano.
Da quella mattina nell'ufficio c'è qualcosa che non funziona
più come si deve. Li conosce da tre mesi, quei due, e
da tre mesi è la prima volta che li vede comportarsi a
quel modo. Si girano intorno come galli da combattimento,
con le penne sollevate, e danno l'impressione che se dovessero
saltarsi addosso, si farebbero a pezzetti.
Sylvia sorride. Tutto sommato non le dispiace neppure.
A volte questo Keller sembra proprio la réclame di
un dentifricio: il sorriso del vincitore, spalle da giocatore
di base-ball, scintillanti occhi da gatto e denti che sembrano
verniciati. Insomma, è quel che si dice un bel fusto, secondo
il gusto corrente, e lui lo sa benissimo.
«Aha,» dice ancora Keller e raddrizza le spalle. «Si interessa
del valore di un braccialetto di platino.»
«Se poi se ne interessi non lo so, mister Keller. Le ripeto
quello che diceva al telefono.»
«Bene,» fa Keller. «È ancora fuori la signora Hauser?»
«Io non l'ho mandata via. È andata a mangiare qualcosa
in città, e ora è di nuovo lì che aspetta.»
«Bene. Le parlerò. Ma più tardi.»
«Come vuole, mister Keller.»
«Che tipo di donna è?» E poiché Sylvia esita un po' e
non sa trovare la risposta, insiste: «Be', signorina Meiners?»
La ragazza alza le spalle. «Come vuole che possa giudicare
io?» dice in tono seccato.
Keller alza gli occhi e ride brevemente. «Signorina
Meiners,» dice, «una donna che alza le spalle quando le si
chiede il suo parere su un'altra donna, dà una risposta chiarissima.
Questa Hauser, dunque, dev'essere una cover-girl.»
«Non ho motivo di contraddirla.»
Keller ride. La Hauser non le piace, dunque! Buffo.
Chissà perché poi?
«Che succede, Sylvia? È gelosa? E di chi? Di Harte che
ha pescato questa donna? O di me, che sto per occuparmene?»
«Quello che lei o mister Harte fa nella sua vita privata
mi è del tutto indifferente.»
Una strana personcina, questa Sylvia. Difficile da avvicinare.
C'è gente che difende la sua vita privata, la tiene
come dietro un paravento. E nessuno sa che cosa nasconde.
Negli Stati Uniti, Keller ha un amico, e nell'ufficio di costui
c'è una cassaforte, assolutamente inespugnabile: doppia
porta d'acciaio, una serratura con sei diversi sistemi di
sicurezza, che si apre con una sigla di ben dodici lettere. Sicura
al mille per cento! E che cosa ci tiene? Tre riviste
scelte, un notes rosso con degli indirizzi e una bottiglia di
cognac.
«Lei si occupa troppo di dossier, Sylvia. Dovrebbe badare
un po' di più alla sua vita privata. Lei è letteralmente
ammuffita in un ambiente tipico di burocrati tedeschi. Voi
qui in Germania non sapete che lavoro e vita privata vanno
tenuti ben distinti.»
«Non abbiamo avuto molta possibilità di impararlo.»
Ecco! Tipico! Suo padre era Landrat in Prussia, non
è vero?»
«Sì. Fino al 1933. Landrat in Prussia e deputato al Reichstag
del partito socialdemocratico tedesco.»
E lo rivede, un ometto piccolo, un po' corpulento. Un
gran lavoratore, che prendeva appunti anche a tavola, leggeva
giornali, ascoltava rapporti. Per anni e anni aveva parlato
con lei soltanto per dirle: «Buongiorno, Sylvia, buonanotte,
Sylvia.» Per anni.
«Un funzionario! Nel 1933 era stato arrestato, automaticamente,
perché aveva scelto il partito sbagliato, ed era stato
portato in campo di concentramento. Allora i campi di
concentramento non erano luoghi particolarmente pericolosi.
Ci era rimasto quattordici mesi. Poi lo avevano rilasciato
e da allora aveva lavorato come esperto di pubblicità
per una ditta di automobili.»
E rivede quell'ultima notte del gennaio 1933. quando
suo padre era venuto a casa tutto agitato, tremante. «Mamma,»
aveva gridato: chiamava sempre «mamma» sua
moglie. «Mamma, che cosa faranno? Mi porteranno al macello.»
E lei, Sylvia, era in camicia da notte nel vano della
porta, una bambina di dieci anni, tremante di paura, e
sentiva i passi di suo padre che si perdevano in un inquieto
camminare senza via d'uscita. C'era una finestra aperta, lei
sentiva il vento che le gelava i piedi, ne aveva alzato uno
strofinandolo automaticamente contro l'altro. «Che cosa devo
fare?» diceva suo padre. E la mamma: «Scappa!»
«Non doveva guadagnare male,» dice ora Keller. «Le
case automobilistiche pagano bene. E così nel 1939 partì
per la guerra, per la grande Germania e per Adolf.»
«Pressappoco,» dice Sylvia. «Era ufficiale di complemento,
maggiore. E nel luglio 1944 venne arrestato di nuovo.
Per puro caso.»
«Sono al corrente. Allora misero dentro tutti gli elementi
anche solo vagamente sospetti. Domandi un po' a quei
quattromila là fuori che cosa facevano il 20 luglio 1944.
Mille facevano parte della congiura, mille erano dei simpatizzanti,
gli altri duemila non ne sapevano nulla. Così
stanno le cose... per il momento almeno!»
«Papà deve essere rimasto ucciso in campo di concentramento
agli inizi del 1945, durante un bombardamento.»
«Un bombardamento americano, non è vero, signorina
Meiners? È questo che voleva dire?»
«Sì.»
E rivede: un vaso di terracotta. Un'urna. E insieme un
biglietto: le spese ammontano a 246,30 marchi e devono
essere versate alla cassa dell'ufficio competente entro quattro
settimane. «A volte,» aveva detto la mamma, «il contenuto
non è neppure la cenere del morto. È tutto automatico.
Diciamo: ottantaquattro urne, ottantaquattro lettere: e non
importa se il biglietto va con l'urna giusta o con un'altra.»
«Quelli erano ancora tempi balordi!» dice Keller. «Ma
ormai è tutto passato. Lei non dovrebbe più pensare che
è la figlia di un alto funzionario.»
«Il fatto che mio padre fosse un alto funzionario mi ha
sempre lasciato indifferente.»
«Me lo auguro. Certo lei è giovane, ma ha l'aria ingenua.
Anzi, sono persino disposto a credere che lei sappia essere
realistica. Ora mi interessa questo: che cosa farebbe lei,
signorina Meiners, se possedesse un braccialetto di platino?»
«Io non ne avrò mai uno.»
«Non ho detto questo. Faccio soltanto un'ipotesi. Allora?
Che cosa ne farebbe lei di un bracciale di platino?»
«Probabilmente lo nasconderei.»
«Giustissimo,» esclama Keller. «Giustissimo. È proprio
quello che pensavo. Chi possiede oggi un braccialetto di
platino, non lo porta in giro, non lo fa vedere, lo nasconde.
Trovare il nascondiglio... ecco qual è il problema!»
Gli internati si affollano davanti al locale delle docce nel
blocco C. Come animali all'abbeveratoio, pensa il capogruppo
della camerata 29 tenente colonnello Mangel, guardando
davanti a sé con occhi rassegnati. Ma poi riprende il
suo contegno energico e sta alla testa del suo gruppo come
se fosse al Comando in attesa di istruzioni.
«Ordine, signori, per favore!» grida Reiter di ottimo
umore.
L'internato Laffrentz squadra con i suoi occhietti il comandante
tedesco del campo. «Era ora che si facesse una
doccia,» esclama.
«Non è stato facile ottenere il permesso,» risponde Reiter
cortesemente. «Bisogna andare dieci volte all'attacco,
prima di strappare un favore.»
«Ma qui non si tratta di un favore,» ribatte Laffrentz.
«Docce a intervalli regolari sono nel regolamento della
convenzione di Ginevra. Quindi ne abbiamo diritto.»
«Ma che cosa sono queste storie per una doccia! Meglio
sudicio come un maiale e in libertà!» esclama l'architetto
Kurtz.
«Signori, un po' di ordine, per favore!» ripete ancora
Reiter.
Laffrentz si spinge avanti. «Sono già le 15,16,» dice.
«Alle 15,15 avrebbero dovuto aver finito quelli dell'altro
gruppo. Hanno già un minuto di ritardo. È tutto tempo
che verrà tolto a noi.»
«Stia calmo,» replica Reiter. «Lei avrà esattamente quindici
minuti per lavarsi, glielo garantisco io.»
«Cosa vuol dire quindici minuti!» grida Laffrentz eccitatissimo.
«Quelli sono dentro già da sedici. Perché ci
devono stare più di noi? Sono le solite parzialità.»
«La prego, signor Laffrentz, la prego,» dice Mangel e si
guarda intorno con occhi severi.
Dietro a Mangel tutta la camerata 29 sta in fila già spogliata
a metà, per avere poi più tempo sotto la doccia.
Chi è già pronto può scegliersi la doccia migliore. E le
docce con il getto più largo sono quelle da cui l'acqua
viene prima. Tutto già studiato, già provato. Lo sanno tutti.
«Quindici minuti completi!» dice ancora Laffrentz. «Insisto.
Non un secondo di meno. È un regolamento scritto.»
«Va bene, va bene,» cerca di calmarlo Reiter, «garantisco
io.»
«Mi pare di essermi fatto capire,» replica Laffrentz a
torso nudo, e sotto la cintola si intravede il primo rigonfiamento
dell'adipe. Mentre aspetta si gratta fra le pieghe
della pelle, fra stomaco e pancia.
Il leggero massaggio aiuta Laffrentz a concentrarsi su pensieri
profondi. Si accosta confidenzialmente a Reiter: «A
che punto siamo, camerata comandante, con la distribuzione
dei viveri? Il posto è libero. Devo prenderlo io? È un
incarico che mi andrebbe a pennello!»
«Non è questo il luogo per parlarne.»
«Come crede! Parliamone altrove, allora. Ma presto.»
La camerata 27, ventidue uomini in tutto, lascia il locale
delle docce. Un'ondata di aria calda e umida investe
gli uomini che aspettano, non appena si aprono le porte. I
capelli bagnati luccicano appiccicati al capo sopra il collo
avvolto nell'asciugamano o nella camicia. Parlando animatamente
fra loro passano davanti a quelli della camerata 29
abbottonandosi gli abiti, asciugandosi la nuca e le orecchie
e si disperdono nel corridoio.
«Ordine, per favore!» grida Reiter. «Restare in riga
per due.»
«Adesso dentro e basta!» grida Laffrentz.
«Un momento,» ammonisce Reiter. «Non tanta furia.
Il locale deve essere prima ripulito.»
«Così perdiamo altri due minuti.»
«Ne avrà due in più alla fine.»
«Io esigo i quindici minuti regolamentari di bagno. È
mio diritto e lo pretendo.»
«Del resto il gruppo non è ancora completo,» constata
ora Reiter, dopo aver contato rapidamente i presenti. «Ne
manca uno.»
«È Hauser,» comunica Mangel. «Non è ancora tornato
dall'interrogatorio. Devo pregarla di permettere che si aggreghi
a un altro gruppo. La doccia è un vero refrigerio.
Vorrei che anche il signor Hauser ne potesse fruire.»
«Le solite cattiverie!» esclama Laffrentz. «Quello yankee
sa benissimo che è l'ora della doccia. Lo tiene là apposta,
per puro sadismo.»
«È vero,» conferma Kurtz, «proprio così.»
Il meteorologo annuisce, il barone von Hagen cerca di
tenersi chiusa la camicia sul petto, si stringe addosso la
giacca e intanto traffica con le stringhe, senza occuparsi
di quello che gli accade intorno.
Le piastrelle del lungo corridoio, che porta al locale
delle docce, sono di un grigio-marrone, lavate a spazzola,
opache. Da una finestra lontana fluttua una luce smorta.
Reiter è davanti alla porta della doccia e accanto a lui
sta uno dei poliziotti del campo con in mano la lista dei
presenti. Fra questi in prima fila, ben diritto e con la sua
aria marziale, Mangel, capogruppo della camerata 29. Dietro
a lui Laffrentz, che si sta già sbottonando i calzoni e a
piedi nudi aspetta soltanto il via, poi, ancora tutto vestito
perché teme di prender freddo, il meteorologo Trost,
con il viso sofferente e gli occhi appannati. Più indietro
Kurtz, che si strofina la schiena contro la parete; il barone
von Hagen sta rigido come gli avessero infilato in corpo un
palo. Gli altri si perdono nell'ombra del corridoio.
Hauser viene ora ad unirsi al gruppo; avvicinandosi
cammina con ostentata indifferenza. Dice soltanto: «Eccomi!»
Si mette in fila e aspetta il suo turno.
«Be',» domanda Laffrentz, «come è andata? Le hanno
rotto i...?»
Hauser non risponde.
Mangel si volta per raccomandare a Laffrentz le buone
maniere. «È una domanda tendenziosa, Herr Laffrentz.
Nella nostra situazione non è consigliabile sostenere cose
che non si possono dimostrare.»
«E in quali situazioni, signor colonnello, è consigliabile
farlo?» rimbecca Laffrentz.
«Giustissimo,» interviene Reiter, che però intende riferirsi
alla frase di Mangel.
«Che cosa significa "giustissimo", comandante?» risponde
Laffrentz. «Intanto noi siamo qui ad aspettare da quattro
minuti. O si tratta di totale incapacità organizzativa oppure
di un'angheria bell'e buona.»
«E lo può dimostrare?» interviene Kurtz.
«Sissignore, per quanto riguarda i quattro minuti lo
posso provare.»
«E se non ci sbrighiamo correremo il rischio di buscarci
un malanno,» si lamenta il meteorologo.
«Effettivamente,» commenta il barone von Hagen, «la
organizzazione lascia a desiderare.»
«Pronti per la doccia!» grida Reiter.
Il gruppo si butta in avanti. Laffrentz si precipita, ma
Mangel lo blocca contro la porta. Fra i due scivola Kurtz
che si sfila di dosso i vestiti mentre sta ancora correndo e li
butta su un gancio. Hauser si fa strada in silenzio remando
con le braccia possenti. Il meteorologo resta appoggiato alla
parete, col respiro pesante. Il barone von Hagen, che lascia
passare tutti gli altri, resta un attimo solo in corridoio, poi
si avvia anche lui, esitante.
Nella stanza c'è una gran confusione di braccia, di gambe,
di vestiti, scarpe, biancheria, zoccoli. Kurtz è riuscito a passare
per primo ed è già sotto il getto dell'acqua. Laffrentz
e Mangel cercano ansando di prendere posto sotto la seconda
doccia, ricacciandosi a vicenda. Il barone von Hagen prende
nota che non gli rimane ormai più che l'ultima doccia.
Nel mezzo ferve la lotta, dura e tenace, anche se non necessariamente
scortese, per assicurarsi la propria parte di
getto. Ormai è evidente a tutti che Hauser si conquisterà,
senza fatica, la terza doccia.
Confusione di corpi, per lo più pallidi e flaccidi. Soltanto
il pancione tondo di Laffrentz impone la sua presenza.
Il gruppo della camerata 29 è pronto. Silenzio pieno di
attesa ora che i posti sono definitivamente accaparrati.
Tutti gli occhi sono fissi verso le bocche in attesa di essere
azionate: l'acqua scorrerà alla giusta temperatura sulle
braccia tese, in modo che possa scivolare lungo tutto il
corpo, bagnarlo di calde ondate benefiche. Dopo sette minuti
l'acqua si ferma. Tre minuti di tempo per insaponarsi.
Poi di nuovo il getto caldo, quattro minuti per risciacquarsi.
«Via, forza!»
«Pronti!»
«Fammi un po' di posto!»
«Per favore, possiamo...»
«Su dai! Cosa aspetti, tanghero!»
«Siamo quasi alla fine!»
«Che succede?»
«Vorrei una spiegazione.»
«Che cosa volete che succeda?» dice l'uomo che manovra
l'impianto. «Niente! Appunto! Proprio niente. Non c'è più
acqua!»
«Cosa?»
«Non c'è più acqua. È finita. Si è svuotata la caldaia.
Per oggi almeno.»
«Dev'esserci un errore tecnico,» tenta di spiegare Reiter.
«Niente altro.»
Una voce eccitata chiama dalla porta che dà verso il
corridoio. «Il signor Reiter subito dal comandante americano.»
«Ecco!» esclama uno. «Ecco dov'è l'errore tecnico!»
Reiter si avvia in gran fretta.
Il gruppo è in subbuglio. «E questo lo chiamano errore
tecnico!»
«Una angheria bella e buona è, ecco cos'è.»
Il baccano aumenta. La voce grassa di Laffrentz sale a
toni sempre più alti. Non ce n'è uno, qui, che si distingua
dagli altri. L'eccitazione prende forme violente. Persino
Trost alza la voce. E anche il barone von Hagen è seccato.
Mangel ha perso la voce per l'indignazione.
«Una porcheria!»
«Sicuro, una vera porcheria!»
«Ma una cosa del genere non ce la lasciamo fare!»
«Mai!»
«Ma signori miei, vorrei pregarli!»
«Sa che cosa può fare lei? Lei ci può...»
«Sicuro! È proprio l'occasione buona!»
Quando gli viene annunciato il comandante tedesco Reiter,
il capitano Keller lascia il suo posto dietro la scrivania
e va a sedersi in una grande poltrona.
Vi si sprofonda fino a sentirne le molle nella schiena. Accavalla
le gambe e guarda per prima cosa Sylvia Meiners,
con molta attenzione, e poi la porta, in attesa.
Reiter arriva. Entra e si chiude la porta alle spalle.
Poi si ferma; unisce i tacchi senza rumore, lascia ricadere
le braccia lungo la cucitura dei calzoni e con le punte
delle dita si mette a tamburellare in tono discreto sulla
stoffa. Si sforza di essere cortese, ma al tempo stesso di mantenere
la sua dignità.
Keller trova questa procedura sempre interessante. L'esattezza
con cui viene compiuto ogni singolo movimento, la
sincronia, la perfezione dei gesti è straordinaria; come se
fosse provata e riprovata, davanti a uno specchio.
Poi Reiter aspetta che sia l'americano a rivolgergli la parola.
Anche questa parte della cerimonia Keller la sa ormai
a memoria.
«Novità? Qualche proposta da fare?»
Reiter ha un attimo di esitazione. L'umore dell'uomo che
gli sta davanti sprofondato nella poltrona non è facilmente
individuabile. Non gli è chiaro se è il momento adatto per
fare delle proposte o se è meglio aspettare una giornata
più favorevole.
«Be'?»
Deciso, Reiter toglie un foglietto dal risvolto della manica
e comincia a spiegarlo. Il colloquio sta dunque per diventare
ufficiale. La ragazza che è nella stanza, la segretaria,
è lì seduta con la matita in mano, evidentemente pronta
a stendere un verbale. Dunque lui ora deve fare quello
che ci si può aspettare da un comandante tedesco.
«A mio parere lo sbarramento che separa i singoli edifici
in cui alloggiano gli internati è del tutto assurdo. Lo si
dovrebbe eliminare.»
Keller allunga comodamente le gambe e si sprofonda ancora
nella poltrona. «Perché assurdo? Perché eliminarlo?»
«Il campo è suddiviso in tre settori,» spiega Reiter.
«chiamati blocco A, B e C. E i tre edifici sono separati
l'uno dall'altro dal filo spinato. Quelli che alloggiano nel
blocco A possono parlare con quelli del blocco B solo attraverso
il reticolato. E così gli altri. Poiché attraverso questa
barriera possono parlare fra di loro, una separazione
degli internati praticamente non esiste più.»
«E che cosa ne conclude?»
«Che questi sbarramenti dovrebbero cessare di esistere
anche dal punto di vista teorico.»
Con uno scatto improvviso Keller ritira le gambe che
aveva allungate, si raddrizza e si piega leggermente in
avanti. «Errore, Reiter, errore. Lei sbaglia. La sola conclusione
è che questo sbarramento - creato con intenzioni
ben precise! - va mantenuto con metodi molto più severi.»
Questo cambiamento sorprende Reiter e lo spaventa. Abbandona
il suo rigido contegno militare.
«Un inasprimento?» domanda poi calmo, come se dubitasse
di aver capito bene.
La poltrona di Keller scricchiola. «Già... perché no?
Alcuni segni evidenti fanno ritenere necessario un inasprimento
delle misure. Se vi sarò costretto, farò uso di qualsiasi
mezzo per far valere le mie opinioni.»
Keller sorride a Reiter con cordialità e congiunge le
mani, puntando l'uno contro l'altro i polpastrelli. «Ma
non si formalizzi per le parole. Quello che non si potrà evitare,
lei potrà sempre definirlo "rafforzate misure di sicurezza".»
Reiter pensa al fermento e all'insoddisfazione che cova
già fra gli internati. Neppure lui è molto ben visto, anche
dai suoi ex compagni di camerata. D'altra parte chiunque
assuma l'incarico di comandante tedesco del campo, potrebbe
essere benvoluto. È inevitabile. Ma certo bisogna evitare
con la massima cura ulteriori complicazioni.
Reiter non fa il comandante per i vantaggi che gli offre
la sua posizione: una stanzetta tutta per sé, un cibo migliore
e più abbondante, persino qualche rapporto con il
mondo esterno. Ha accettato questo posto per aiutare i compagni.
Il suo compito è quello di cercare un denominatore
comune per le richieste degli internati e le esigenze degli
americani. Deve barcamenarsi, il più destramente possibile.
Più riesce a essere abile, più la situazione può migliorare.
«Temo che gli internati diverrebbero ancora più irrequieti,»
dice.
«Prenda nota,» risponde Keller come se non lo avesse
neppure udito, «che questo internamento non è inteso a
offrire una vita comoda e tranquilla. Contro l'irrequietezza
non ho proprio nulla, la cosa mi lascia completamente indifferente.
Ma se dovesse sfociare nel disordine, Reiter, ricordi
che il numero degli internati potrebbe diminuire di molto,
anche senza che uno solo venga rimesso in libertà.»
«Ma di che cosa ha paura, in fin dei conti?» domanda
Reiter.
«Oh, sono molte le cose che potrebbero accadere. Un
ammutinamento! Una rivolta! Una fuga! Intravedo segni
sufficienti a giustificare i miei timori. Ma lei faccia sapere
agli internati che ogni tentativo in questo senso, di qualunque
genere, potrà e dovrà essere interpretato come una prova
di colpevolezza. Chi ha la coscienza pulita si affida alla
giustizia, non tenta di eluderla.»
Keller cammina avanti e indietro davanti alla fila di
finestre. La sua voce sonora sale di tono. «Per ridurre le
probabilità di evasione, da questo momento nessun internato
potrà più avvicinarsi al filo spinato; distanza consentita
due metri. Grida e richiami in direzione del filo
spinato sono proibiti. Le mie sentinelle spareranno subito
e senza preavviso a chiunque trasgredisca questi ordini.
Li scriva, signorina Meiners, e ne faccia avere poi una copia
al comandante tedesco. Ha qualcosa da aggiungere, Reiter?»
Keller interrompe il suo continuo avanti e indietro, e si
ferma davanti a una finestra. Ora volta le spalle a Reiter
e guarda fuori, e vede il campo sotto di lui: il campo 7,
sotto il suo controllo.
«Non posso sottrarmi all'impressione che la nostra situazione
sia molto peggiorata,» azzarda Reiter.
Keller risponde secco: «La sua impressione risponde
perfettamente alla realtà.»
«Queste nuove disposizioni devono considerarsi definitive?»
Quello che importa ora a Reiter è di sapere con
chiarezza come stanno le cose.
L'americano si volta molto lentamente. Il tono nuovo
nella voce di Reiter non gli è sfuggito. «Questo non dipenderà
da me, ma esclusivamente dal comportamento degli
internati.»
E adesso Keller sorride, come a una barzelletta che gli è
venuta in mente all'improvviso: «Preservi quella disciplina
che ha reso celebre la Germania, Reiter. Potrebbe diventare
estremamente necessaria, prima o poi.»
Ritorna alla finestra e vi si appoggia. Ora parla calmo
e cortese, ma vagamente assente, come se fosse intorno
a un tavolo da tè e conversasse, annoiato e indifferente,
del tempo che fa: «È sempre possibile che queste disposizioni
vengano abrogate, Reiter, forse anche presto. È anche
possibile che io faccia abbattere gli sbarramenti di filo
spinato fra un blocco e l'altro. Tutto è possibile. Ma fino
allora...»
«La prego di considerare,» dice Reiter cautamente, «che
buona parte degli internati è senz'altro innocente. Molti sono
rinchiusi sotto accuse puramente formali. Altri, del tutto
innocenti, sono denunciati per motivi personali. Non dimentichi
che con le sue disposizioni lei colpisce anche individui
senza colpa alcuna.»
«Dovrei dunque considerare tutta questa baracca come
una raccolta di virtuosi e candidi agnelli? Per la maggior
parte erano quanto meno bravi e ignari spettatori di assassinii
collettivi!»
E a voce ancor più alta: «Non erano capaci di distinguere
fra un bagno di sangue e una messa mattutina.»
Reiter, stupito e anche scosso, si preoccupa di calmare le
acque. «Non voglio dire, non nego che alcuni...»
«Alcuni? Ma sono una folla! Dove si fanno milioni di vittime,
sono all'opera centinaia di assassini. In questo campo
ce n'è un intero campionario.»
D'improvviso Keller interrompe quel fiotto di parole.
Guarda Reiter con occhi indagatori. «Per conto mio,» dice
calmo, «per conto mio può anche essere un gregge di pecore,
in mezzo alle quali si trovano dei lupi.»
Si ficca le mani in fondo alle tasche, come a sottolineare
la sua totale indifferenza. E poi, riflettendo a voce alta:
«Ma perché, mi domando, perché vengono tollerati?»
Reiter tace. A questo punto non sa più cosa rispondere.
Keller appoggia le spalle al telaio della finestra. A voce
bassa domanda: «Conosce Hauser?»
«Sì,» risponde Reiter, senza rendersi ben conto di quello
che dice.
«Vede,» esclama Keller dalla finestra con voce gentile,
quasi benevola, «questo Hauser, per esempio, è uno di
quelli che rendono necessarie le misure di cui si parlava.
Ora le domando: che ne sa lei di Hauser?»
Reiter tace.
«Chi può portare delle prove a suo carico?»
Reiter tace, ancora più colpito.
«Dove ha lavorato? A che cosa ha partecipato? In quali
liste va ricercato? Chi lo ha incontrato? Perché non mi dice
niente? Sono tutte domande che esigono una risposta, una
pronta risposta.»
Reiter è completamente disorientato. Che significa questa
storia? Che cos'è? Un'offerta? Un ammonimento? Uno scherzo?
Come deve reagire? Deve mostrarsi spaventato o divertito,
deve lasciar intravedere dell'interesse o un gelido rifiuto?"
«Significa che...»
Keller gli volta le spalle. «Significa un bel niente! Niente.
Lei è il comandante tedesco di tremila e seicento internati.
Ora io mi domando: è giusto che tremilaseicento persone
debbano star male, soltanto perché qualcuno vuol sottrarsi
alle conseguenze dei suoi misfatti? Su questo la prego di
riflettere. Niente altro.»
Il capitano Keller si avvicina alla grande carta che copre
praticamente tutta la parete dietro la sua scrivania: il
campo 7, con tutti i particolari.
Disegnati in nero pieno, simili a cubi massicci, i tre
blocchi dove alloggiano gli internati, sul lato destro. Sulla
sinistra, tratteggiate leggermente, le due cucine, e un grande
magazzino lungo e stretto. In mezzo, come un budello, la
strada principale del campo. All'estremità inferiore, in verde,
la palazzina degli uffici dove lui lavora e dove risiedono
gli ufficiali inquirenti, l'ufficio centrale di denazificazione,
diretto da Rolf Gernsbach, i posti di guardia per le sentinelle
americane, due locali per le unità di emergenza,
un sotterraneo con i servizi radio, telescrivente, uffici informazioni.
Tutto occupato per lo più da personale americano.
Fra questi, scelti con la massima cura, pochissimi
tedeschi.
Gli occhi di Keller seguono pensosi i segni, le linee e i
cerchi rossi. Tutto quello che è segnato in rosso rappresenta
il suo sistema di controllo: filo spinato, torrette, cavi elettrici,
deposito di armi.
Keller non è soddisfatto al cento per cento del suo sistema
di controllo. Gli impianti hanno delle lacune. Un
uomo di guardia che venisse a mancare in un determinato
punto basterebbe a creare un varco. Occorrerebbero almeno
altri quaranta uomini: allora neppure un topo potrebbe
più entrare o uscire incontrollato dal campo.
Sylvia Meiners interrompe il corso dei suoi pensieri
chiedendo: «Devo trascrivere il rapporto?»
«Naturalmente.»
«Ma io ho stenografato tutto quello che è stato detto
fra lei e l'internato Reiter. Tutto.»
Keller interrompe l'esame dei suoi impianti di sicurezza.
Il suo sguardo rimane automaticamente fisso su una delle
torrette di controllo, a cui un pilastro che sporge dal muro
impedisce una parte della visuale. «Tutto?» domanda con
calma.
Soltanto allora comprende il vero significato delle parole
di Sylvia e continua, come se parlasse a se stesso: «Ci
sono persone disattente, e quelle non mi servono. Poi ce ne
sono altre che sentono più di quanto dovrebbero, e sono pericolose...
se non hanno l'intelligenza di dimenticare molto
presto.»
«Allora, fin dove posso trascrivere?»
«Fino ai miei ordini diretti. Quelli li mette in chiaro.
Il resto lo cancella, lo strappa dal blocco e anche dalla
sua mente.»
Sylvia dà una breve occhiata a Keller, poi strappa dallo
stenobloc uno, due, tre fogli.
Fissando sempre la carta, Keller allunga il braccio. Sylvia
Meiners esita un attimo, poi butta indietro la testa,
fa pochi passi verso Keller e gli posa i foglietti nel palmo
aperto. Le loro mani si sfiorano brevemente.
Keller si sforza di non guardarla. Esamina i fogli, correndo
con lo sguardo sugli stenogrammi, sfoglia ripetutamente le
pagine. Poi le rimette una sopra l'altra, le strappa
in pezzi minutissimi e li lascia cadere nel cestino.
«Cara signorina Meiners,» dice, «perché lei lavora qui?»
«Mister Keller, non è stato lo stipendio che mi ha deciso,
ma le mie convinzioni personali.»
Keller torna alla sua scrivania. «Signorina Meiners, il
fatto di essere un'idealista le fa molto onore. Ma per questo
ufficio non è sempre la qualità più adatta.»
«E lei non ha paura che possano verificarsi grosse perdite,»
replica Sylvia in tono serio.
Keller fa un gesto sprezzante: «Perdite? Per chi?»
Stacca il ricevitore: «Vorrei parlare con Harte,» dice
dopo un attimo e guarda Sylvia.
«Hallo, Harte. Ho sentito che cercavi di metterti in
contatto con un gioielliere. Ci sei riuscito? Bene. E che
cosa vale un aggeggio del genere?... Cosa? Ma no! Incredibile!
Ma è un patrimonio!»
Resta in ascolto, poi ride con voce soffocata. «Naturale!
Chi lo possiede non può essere che una persona di valore!»
Depone il ricevitore con lentezza e intanto fissa ancora
Sylvia. E come per studiarla, per sondarla. Alla fine stringe
gli occhi, come se la luce li offendesse e si volta.
«Devo far entrare la signora Hauser?»
«Sì. Me ne occuperò personalmente. Si direbbe che ne
valga la pena.»
Sylvia esce dalla stanza senza guardarlo e passa nell'ufficio
attiguo.
Questo sarebbe il suo vero posto di lavoro. Nello stesso
ufficio, insieme a un sergente che i compagni chiamano ABC.
Anche lei lo conosce soltanto con quelle lettere.
Il sergente ABC è alle dirette dipendenze del capitano
Keller, ma è molto raro che abbia qualcosa da fare, ABC però
non se ne duole; è un ragazzo senza ambizioni e passa
il tempo leggendo riviste e rotocalchi. Di tanto in tanto
scoppia in una fragorosa risata; poi riprende a leggere.
Il massimo della sua attività consiste nel cercare delle forbici
per ritagliare una pin-up da un giornale, che poi raccoglie
accuratamente in una grossa cartella.
«ABC, sa dov'è Ted Harte?» domanda Sylvia Meiners.
«A me non ha detto che se ne andava,» risponde il sergente
e si guarda intorno come se cercasse qualcosa.
«Le forbici sono sulla scrivania.»
«Grazie,» fa ABC, va a prendersi le forbici e comincia
a ritagliare.
«È molto che conosce Harte?» domanda Sylvia cauta.
«Così, così,» risponde ABC.
«Lo conosce bene?»
«Non ne sento il bisogno!»
«Perché no?» domanda Sylvia, incuriosita questa volta.
ABC tiene sollevata la sua pin-up contro luce e annuisce
soddisfatto. «Queste sì che sono curve, eh?»
«Lei non ha molta simpatia per mister Harte, sergente?»
Quello chiude con un colpo la cartella. «Non voglio
dire questo. Lo conosco troppo poco. E poi., non è un americano,
questo è chiaro.»
«È una cosa così grave?»
«Grave no. Non è affatto grave. Devono pur esserci anche
quelli che non sono americani. Soltanto... mi capisce,
questo Harte lo ostenta un po' troppo.» Getta un'occhiata
soddisfatta nella sua cartella. «Questa la devo mostrare al
tenente Colman,» dice.
«Le raccoglie anche lui?»
ABC ride. «No, lui no, è troppo pigro. Ma se ne intende.
Un conoscitore, signorina Sylvia! Se il capo domanda di
me, gli dica che sono andato a conferire con il tenente
Colman.»
«Va bene, ABC.»
E ABC ripone con cura la sua cartella in una borsa. «Più
di un'ora non impiegherò certamente,» dice, fa a Sylvia un
allegro cenno di saluto e se ne va.
Sylvia, rimasta sola, posa una mano sul telefono. Ha un
attimo di esitazione, poi si fa passare il centralino. «Qualcuno
sa per caso dove si trova in questo momento mister
Harte?»
«Dal signor Gernsbach,» risponde una voce indifferente.
«Mi dia la linea.»
Dopo un secondo la voce di Gernsbach.
«Qui è Sylvia Meiners. Buon giorno, Herr Gernsbach.
Posso...»
«Che piacere sentire la sua voce, Sylvia. Stavamo giusto
parlando di lei un momento fa.»
«E con chi parlava di me?»
«Con Harte... e con chi, altrimenti!»
Sylvia è lievemente turbata. «Appunto. Con chi altrimenti!»
«Che cosa posso fare per lei, signorina Meiners? Vuol
parlare con Harte?»
«Sì.»
La voce tranquilla, leggermente ironica di Harte risponde
subito. «Be'... che c'è di nuovo? Ha ripensato alla
mia proposta?»
«Mister Harte,» dice Sylvia, «è al corrente delle disposizioni
che inaspriscono il trattamento degli internati?»
Harte tace un attimo, poi la voce, una voce in cui non
c'è più traccia di ironia chiede:
«Quali disposizioni? Chi le ha impartite?»
«Il capitano Keller. Pochi minuti fa, durante un colloquio
con Reiter. Che cosa dobbiamo fare?»
«Niente,» risponde Harte. «Assolutamente niente. Io
non c'entro affatto. È una cosa che riguarda esclusivamente
il comandante.»
«Ma...»
«Non conti su di me, signorina Meiners. Non riguarda
me e neppure lei. In questo momento sto cercando di farmi
spiegare come da una tela possa nascere un quadro a olio.
La cosa è infinitamente più affascinante, piacevole e
molto meno pericolosa. La prego, non mi distragga. La
smetta di distrarmi continuamente!»
Nel lavatoio giù nel sotterraneo non c'è molto movimento.
Nei giorni di doccia sono pochissimi quelli che vanno
giù in quel soffocante sotterraneo a lavare la biancheria
sporca sotto l'acqua corrente. La maggior parte degli internati,
dopo il refrigerio del bagno, se ne sta stesa al sole,
oppure in cuccetta, oppure passeggia avanti e indietro pensando
ai casi suoi.
Non però quelli della camerata 29, l'unica camerata di
tutto il blocco C che è rimasta defraudata di mezza doccia.
Il gruppo è sceso quasi al completo nel lavatoio e ora stanno
tutti intorno alla grande vasca di cemento, concordi
nel mettere in fuga quei pochi che stavano facendo il bucatino,
con alte grida di «Occupato!» «Tornate dopo!».
Sfogano la loro rabbia per il bagno mancato malmenando
la biancheria. Il lavello viene colmato d'acqua fino all'orlo.
Laffrentz strofina con tenacia la biancheria con quella
che chiama la «sua» spazzola. In teoria la spazzola è di
tutta la camerata, fa parte, per così dire, del corredo; in
pratica è Laffrentz che l'amministra, vale a dire che il più
delle volte la tiene per sé.
La vasca viene riempita d'acqua, è la prima fase del bucato.
Ci vuole il suo tempo, perché dal rubinetto scenda
un filo sottile. Segue l'ammollo di tutta la biancheria in
una volta sola, e dopo sei o sette minuti comincia il lavaggio
vero e proprio, che viene compiuto con tutti i mezzi
di fortuna, poiché il sapone che viene distribuito - una
masserella viscida e molle che si disfa subito - è quasi completamente
consumato, sempre a detta dell'«amministratore»
Laffrentz, il quale propone di usare la sabbia come
sostituto, e al diluvio di proteste che rovina la biancheria,
risponde che non è vero; tutto dipende dalla mano più o
meno leggera di chi lava.
Dopo che il sudiciume si è ammollato, ed è stato rimosso
dalle fibre dei tessuti fin dove è possibile, l'acqua viene
fatta defluire e la si sente gorgogliare giù per le tubature.
Laffrentz a questo punto impartisce altre istruzioni. «Tutta
la biancheria fuori dalla vasca. Passare al risciacquo.
Far sparire dalla vasca ogni traccia di sudiciume. Ognuno è
pregato di ripulire con le mani la parete della vasca su cui
ha lavato. Tenere la biancheria fuori dalla vasca, per favore.
Risciacquare soltanto quando la vasca è di nuovo piena.
Niente stravaganze, signori. Le stesse possibilità per tutti.
Quando la vasca sarà abbastanza piena, darò il "via!" E
al "via!" dentro tutto, tutti insieme.»
Lentamente la vasca torna a riempirsi. Ogni tanto il
filo si assottiglia ancora, si riduce a uno sgocciolio esitante.
«Come i bambini che fanno pipì,» dice l'architetto Kurtz.
«Niente porcherie, per favore,» ammonisce Mangel severo.
«Come? Porcherie?» esclama Kurtz. «Io parlavo dei miei
bambini. E quella che lei chiama porcheria è una funzione
del tutto naturale.»
Per Laffrentz questo non è un tema di conversazione.
Troppo futile, troppo poco pepe. Discorsi da cui non c'è
proprio niente da cavare.
«Ma questa faccenda della doccia è una vera vergogna,»
dice ancora in tono da congiurato.
«Mi sembra che il suo bisogno di igiene vada assumendo
proporzioni cosmiche,» osserva Kurtz. «A quanto pare lei
giudica il carattere dalla pulizia dei piedi...»
Mangel, che sta esaminando le sue mutande alla ricerca
di nuovi buchi, interviene: «Io continuo a sostenere che
c'è sempre un piccolo gruppo che va a perdersi dietro le
cose più banali.»
Laffrentz sbatte con forza i suoi calzini bagnati contro il
bordo della vasca e vi appoggia il pancione. «Che cosa
vuole intendere?»
«Non possiamo far nulla per cambiare le cose.»
«Certo che possiamo!»
«Che cosa? E come? Cerchi di essere più concreto.»
«Abbiamo la disgrazia di avere un comandante tedesco
che gli andrebbe anche nel culo agli americani.»
«Con lei,» ribatte Kurtz, «non correremmo certo questo
pericolo. Non c'è un buco abbastanza capace per le sue
dimensioni.»
Risate. Laffrentz è abbastanza furbo per prendere la
frase di Kurtz come una battuta di spirito. Perché una
cosa è e rimane chiara: lui è l'uomo che ci vuole. Lui sì
saprebbe tenere in pugno la situazione.
«Signor Trost!» grida al meteorologo, richiamandolo all'ordine.
«La sua biancheria è già dentro la vasca. La tiri
fuori. Lei sperava di risciacquarla di nascosto, mentre noi
si chiacchierava. Niente da fare! Lei aspetta, e poi si fa
tutti insieme. Al mio comando!»
Il barone von Hagen all'altra estremità della vasca strofina
pensoso il colletto della camicia. Non riesce a togliere
lo sporco. Il guaio è che manca il sapone. Strana vasca, però,
questa! Un truogolo! Fosse solo un po' più bassa e più
profonda e con i bordi centinati, potrebbe trovarsi nella sua
tenuta, dalla parte delle scuderie. Bisognerebbe però allora
ricoprire di ghiaia il pavimento sporco e consunto, di
ghiaietta bianca. E le pareti dovrebbero essere lontane, molto
più lontane l'una dall'altra. E sotto una sottile striscia di
prato, larga quanto le ruote del suo carrozzino da caccia.
E sopra il sole; un bel sole allegro e ridente.
«Niente ancora biancheria nella vasca!» ammonisce
Laffrentz. «Dev'essere piena, così si può risciacquare meglio.»
«Signorsì, signor comandante!» ride Kurtz.
«Lei che ne dice, Hauser?» domanda Laffrentz.
Hauser, che sta strofinando meccanicamente un paio di
calzini e degli slip, non alza nemmeno gli occhi.
«Be', Hauser, che ne dice?»
«Di che cosa?»
«Di tutto questo!»
Hauser si guarda intorno attentamente. «Merda!» dice,
e va avanti a strofinare la sua roba.
«Appunto quello che penso io!» esclama Laffrentz tutto
soddisfatto. «Il comandante tedesco è una grossa delusione.
Un fiasco totale! Una completa nullità!»
«Non dimentichi che è stato nostro compagno di camerata,»
interviene Mangel.
«Be'... e allora? Che cosa ne abbiamo ricavato? Quanti
posti ci ha riservato? Chi di noi lavora nelle cucine? Chi
è stato assegnato alla distribuzione dei viveri? Uno di noi,
forse?»
«Questo è il punto,» fa Kurtz. «Quando c'è lei che sarebbe
tanto adatto per compiti del genere!»
Laffrentz si guarda intorno. «E perché no? Certo la camerata
non se la passerebbe così male.»
«E lei meno che mai.»
«Ci sarebbe più giustizia.»
«Ne siamo convinti.»
«Comunque non succederebbe che il giorno della doccia
l'acqua si esaurisca proprio quando tocca a noi. Per tutti
gli altri c'era acqua, solo per noi no.»
«Vuol dire che è stata tutta colpa del nostro comandante
Reiter?» domanda Kurtz.
«Non lo penso affatto. Gli americani hanno chiuso i rubinetti
e Reiter se ne è stato lì sull'attenti e ha detto
"signorsì!" Il giorno che chiudono questa stalla Reiter riceverà
la medaglia di leccapiedi di prima classe, e intanto noi
saremo ammuffiti o ci saremo beccati la TBC, la dissenteria,
il colera o che so io.»
«Effettivamente queste malattie, in condizioni di vita antigieniche,
si manifestano più spesso di quanto non si
creda,» conferma in tutta serietà Trost.
«Questo comandante si lascia corrompere,» afferma Laffrentz,
«con cibarie, belle chiacchiere e sonni tranquilli. E
noi? Noi intanto andiamo in malora.»
«Il suo prezzo sarebbe ben più alto,» dice Kurtz sogghignando
e immerge le mani nell'acqua.
«Tiri fuori le zampe,» ordina Laffrentz. «Mi sporca
l'acqua del risciacquo.»
«Dunque lei vuol dire,» fa Trost fingendosi dubbioso,
«che chiunque è corruttibile?»
«La maggior parte. Cambia soltanto il prezzo.»
«Per quanto riguarda la mia persona respingo tassativamente
tali affermazioni,» esclama il tenente colonnello
Mangel, con voce tagliente.
«Ma lei che vuole? Chi parla di lei? Lei fa parte di quelli
che non hanno bisogno di essere corrotti. Lei ha sempre ubbidito
e basta, indipendentemente da chi fosse a comandare.
Oh no, lei è uno di quelli a buon mercato!»
Mangel tace indignato. Trost scuote con gesto di rincrescimento
la testa grigia. Il barone von Hagen sta pensando,
trasognato, come entrerebbe il sole in questo locale sotterraneo
se le intelaiature delle finestre fossero di ferro battuto
e le vetrate color ambra. Kurtz invece sembra divertirsi.
Hauser continua a strizzare con dita nervose gli stracci
bagnati che ha davanti. Senza alzare gli occhi dice: «Quelli
possono fare di noi tutto quello che vogliono. Siamo nelle
loro mani.»
«Ah, sciocchezze!» esclama Laffrentz. «Ogni cosa ha il
suo prezzo. La porcheria sta soltanto nel fatto che noi non
possiamo pagare. O non vogliamo. E perché dovremmo, del
resto? I tempi sono quello che sono, dentro come fuori.
Dodici anni ho lavorato per la grande Germania. E altri
dieci anni prima per la repubblica tedesca. Adesso mi
riposo. Tanto non mi possono nuocere. Sì, figurarsi! Credono
forse che io sia disposto a sacrificare qualcosa del mio
patrimonio o dei miei beni? E a che scopo poi? Per trasportare
fuori i sassi? Sarei scemo!»
Le mani di Hauser tengono stretta la biancheria ma non
la strizzano più. Guarda fisso Laffrentz, con occhi molto attenti.
«Lei crede che questi americani si possano comprare?»
«Ma certo!» risponde Laffrentz. «Cosa crede, che siano
venuti qui per farci felici? C'è la sua ragione! Guadagnare
vogliono! Vede: i russi sono duri e ostinati, i francesi vogliono
soltanto divertirsi, gli inglesi sono felici se possono
fare dei buoni affari. E gli americani? Tutti gangster!
Vogliono incassare il prezzo del riscatto. Creda a me, tutto
quello che hanno inscenato qui è una gran montatura per
poterci ricattare. E pagare tocca sempre al popolo, naturalmente.
Ma anche una trattativa diretta, se è un buon
affare, non credo che la disdegnino.»
«È sicuro?»
«Ma certo, diamine. Quanti dollari vale lei? Diecimila?
Cinquantamila? Centomila? Li ha da parte? Glieli metta
sul tavolo e questo Keller la considererà tutto commosso un
onorato cittadino. Glielo mette persino per iscritto. Il denaro
contante è una bocca che ride. O ha dei beni immobili?
Gli intesti una casa, a lui o a un suo cugino! Oppure gli
metta al collo i gioielli di famiglia. O nel letto una bella
donna, come gratifica o come acconto, secondo i casi. E poi
vedrà.»
«Ma stia zitto!» grida Hauser. «La pianti!»
Laffrentz getta nell'acqua la sua biancheria. «Adesso si
può risciacquare,» dice.
Brigitte Hauser aspetta in anticamera. Segue con occhi
attenti tutto quello che le accade intorno. Nulla la lascia
indifferente. Nulla le sfugge, il suo orecchio registra ogni
suono. Nelle poche ore passate ad aspettare in questa anticamera,
ha appreso sull'apparato più di quanto possa far
piacere agli americani. Ora sa quali sono gli orari del
comandante, dove si trova il suo alloggio privato, dove prende
i suoi pasti, e conosce alcuni tratti della sua persona e
ha visto con i suoi occhi come si comporta con la gente.
Fra l'altro.
Attraverso una porta aperta ha potuto ascoltare due discorsi
di scarsa importanza e inoltre osservare, a suo agio, la
carta del campo 7. In base alla carta suo marito dovrebbe
trovarsi nel blocco C. Da quel punto il collegamento
con gli esterni, attraverso il filo spinato, è abbastanza difficile.
Diventerebbe molto più facile dalla finestra della cucina!
Il sentiero che fiancheggia la caserma passa proprio
lì sotto. A quella distanza si potrebbero decifrare chiaramente
delle scritte a grossi caratteri.
Il capitano Keller entra nella stanza. Si ferma, alto,
slanciato, disinvolto. Si guarda intorno con aria interrogativa.
Infine vede la donna e il suo sguardo si ferma.
«Lei è la signora Hauser?» domanda dopo una pausa
ben calcolata.
«Sì.»
«Lei voleva parlarmi?»
Brigitte si irrigidisce un po' e alza gli occhi su di lui.
«Se è possibile,» dice.
Gli occhi verdi si fanno ancora più grandi e scintillanti,
ma il viso della donna resta senza espressione; è liscio e
inerte, ma bello come quello di una statua. E pieno di
attesa.
«Non rientra nelle regole,» dice Keller. «Non ho mai
ricevuto finora parenti di internati, e non vedo perché dovrei
fare un'eccezione per lei.»
Il gelo che irrigidisce il volto di Brigitte si scioglie e un
lieve sorriso le piega gli angoli della bocca. Gli occhi, che
hanno visto tante cose, si rimpiccioliscono, si fanno scuri e
luminosi.
«Nessuna possibilità, allora?» domanda.
«Ufficialmente nessuna.»
«E ufficiosamente?»
«Ora vado in città a prendere un caffè e a fare alcune
commissioni,» dice Keller. «Se vuole può accompagnarmi
per un pezzo di strada.»
«Volentieri.»
Brigitte si alza subito e gli sta accanto. È più piccola di
lui, gli arriva appena alla spalla. La scintillante chioma
rossa, una criniera da leonessa, pensa lui - le scorre giù
per le spalle. Lo guarda francamente negli occhi, come se
lo conoscesse bene, da molto tempo.
«Allora, che cosa aspettiamo?»
Keller apre la porta e la lascia passare.
La donna si avvia con passo sicuro lungo il corridoio. Il
centro di gravità di ogni suo movimento è nei fianchi: ogni
muscolo, ogni parte del corpo sembra prendere di qui lo
slancio, il ritmo, le spalle dritte, le belle braccia, le gambe
che si allungano sul pavimento come a prendere possesso
del suolo che calpestano.
Con intenzione Keller si lascia precedere da lei di qualche
passo e, sostando un attimo sulla porta, coglie il quadro
completo. Poi le si affianca e, senza guardarla, si incammina
a passi rapidi.
Il corridoio è di un grigio biancastro. Le scale, coperte
di una stuoia marrone, restano alle loro spalle. Di nuovo
Keller la precede e apre un'altra porta che dà sul cortile.
Brigitte vi si dirige sicura, senza parlare.
Attraversano il grande riquadro, pavimentato di lastroni.
Il cancello viene aperto con un lungo cigolio. La sentinella
fa un gesto svogliato di saluto. Keller guarda attentamente
il ragazzo: sicuro, quello sembra aver la faccia tagliata a
metà da un gran sorriso.
Non ha tutti i torti, pensa Keller, seccato solo a metà. Il
sorriso infatti è tutto a suo favore, indubbiamente ammirativo.
Magnifica donna, deve aver pensato il giovanotto. E
ancora: un uomo in gamba, il capitano, ha gusto, si dà
da fare. Un uomo invidiabile, perché è davvero una donna
fantastica! Un esemplare di lusso! Keller capisce benissimo
quello che passa nella testa del giovanotto.
La donna che gli cammina accanto con le spalle leggermente
gettate all'indietro, il petto morbido e pieno, quei
movimenti flessuosi che appaiono al tempo stesso studiati
e pieni di grazia... è davvero di una bellezza eccezionale.
Camminarle accanto dà una sensazione di eccitante piacere.
«Allora,» dice Keller infine, «che cosa vuol sapere da
me?»
«Mio marito è internato in questo campo.»
«Lo so. Hauser, SS-Standartenführer. Conosco lui e la
sua vicenda. È inutile che cerchi di darmi delle spiegazioni.
C'è altro?»
«Potrei parlargli?»
«Sono spiacente, ma lo escludo nel modo più assoluto.»
«Neppure per qualche minuto? Soltanto un paio di domande?»
«Neppure un minuto.»
Lei lo guarda mentre cammina. Guarda il suo profilo,
l'onda dei capelli che sfugge dal berretto; una fronte diritta,
un naso leggermente pronunciato che poi rientra
con un angolo deciso alla radice; labbra piene, mento
angoloso.
«Assolutamente no?» domanda ancora. Nella sua voce
trema il rincrescimento, ma anche un'ombra lieve di dubbio.
Keller evita di guardarla. «Desidera tanto rivederlo?»
domanda, perché non gli viene in mente niente di meglio.
Brigitte ride con voce soffocata, appena percettibile, e
questo lo sorprende. Si volta a guardarla e vede che lei
lo sta osservando. I loro sguardi si incontrano, rimangono
un momento impigliati.
La strada si stende davanti a loro per chilometri e chilometri,
fittamente alberata; alberi tutti uguali per altezza,
dimensione; con le corone tagliate allo stesso modo come
da un unico, enorme coltello, tutti alla stessa distanza.
Ogni ottanta metri una panchina che guarda verso le
montagne. Pochissime case. La cittadina, con gli antichi edifici
a travi scoperte tutti fittamente addossati, è ancora a
poco più di mezzo chilometro. Niente traffico sulla strada.
Non anima viva. Loro due soli.
«Sediamoci un momento,» propone Keller.
Brigitte si dirige verso una panchina, si siede proprio al
centro e lascia a lui di mettersi dove preferisce. Molto vicino,
comunque. Per forza.
«Non è un desiderio,» dice quasi assente, come se parlasse
per sé. «No, non è questo. Ho altre preoccupazioni.
Mi sono sposata in piena guerra. Il nostro matrimonio è durato
praticamente solo poche settimane, poi non ho più
visto mio marito. Fra noi non c'è nulla che possa definirsi
passione.»
«E allora?»
«Durante la guerra sono morti i miei genitori e da loro
ho ereditato un alberghetto qui nei dintorni, più una locanda
che un vero albergo, l'"Agnello d'Oro". Ora però
mi si presenta l'occasione di fare un grosso affare. Avrei la
possibilità di rilevare un'impresa molto più grande, più
importante, proprio qui in città. Il "Cavallino Bianco".»
Lo sguardo di Keller scivola giù dalle montagne, sfiora
le chiome degli alberi, i prati, fino alla ghiaia sotto la panchina
dove sono seduti. Guarda i piedi piccoli della donna,
risale lungo le gambe, fino alle mani delicate ma al tempo
stesso ferme ed energiche di Brigitte Hauser, che posano
mollemente sulle gambe.
«E lei vorrebbe parlarne con suo marito,» dice Keller
dubbioso. «Suo marito è un uomo d'affari? Mi sembra piuttosto
un militare.»
«Devo conoscere esattamente la situazione. Come sua moglie
tutta la mia esistenza dipende da lui, almeno finché
appunto sono sua moglie. Può darmi informazioni précise
in merito?»
Keller esamina le sue scarpe e poi quelle di lei. Brigitte
accavalla le gambe e tutto il corpo si piega leggermente
verso destra, incontro a lui. «Informazioni?» risponde calmo.
«Che cosa vorrebbe sapere, ad esempio?»
«Se mio marito verrà mandato in un campo di prigionieri
di guerra, o se...»
«O se?...»
«O se verrà dichiarato criminale di guerra.»
«Se suo marito dovesse passare di qui in un campo di
prigionia, lei pensa, verrebbe rilasciato in un futuro relativamente
prossimo... e lei lo potrebbe riavere. Avevo ragione,
dunque: un grande amore.»
Brigitte scuote leggermente la testa. «Si può vedere la
cosa anche da un'altra prospettiva,» spiega. «Se lui viene
dichiarato criminale di guerra, non incontrerò ostacoli e
potrò comperare il "Cavallino Bianco". Ma come moglie di
un criminale di guerra non riuscirei mai a ottenere la licenza
per la gestione dell'albergo.»
«E lei quella licenza la vuole a qualunque costo?»
«Pagherei qualsiasi prezzo per averla.»
«Qualsiasi prezzo?» Keller si china un po' verso di lei.
Gli occhi della donna si fanno grandi, la bocca si socchiude.
Si appoggia all'indietro, le braccia abbandonate in
avanti, come priva di volontà.
«Qualsiasi prezzo,» ripete e lo guarda fermo negli occhi.
«Venga,» dice lui infine. «Ne dobbiamo riparlare. Ora
andiamo a bere un caffè.»
«Caro Gernsbach,» dice Ted Harte chino su un blocco di
schizzi, «dica quello che vuole, ma non riesce a convincermi.
Perché continua a dipingere se non riesce a cavarne fuori
niente di buono?»
Gernsbach, seduto accanto a Harte, risponde con una
domanda: «Allora il mio lavoro non la convince proprio?»
«Ma non è questo. Supponiamo che io lo trovi buono.
Supponiamo che mi entusiasmi. Ma - è questo che importa - non lo posso comperare. Perciò lei, Rolf Gernsbach,
non riesce a venderli. Lei dipinge, ma fa la fame.»
«Ma dipingo!»
«Lei è un uomo strano, Gernsbach.» Harte continua a
sfogliare il blocco scuotendo la testa.
«Strano perché?»
«Non so se lei abbia una personalità singolare come pittore.
So soltanto che molta gente la considera un animale
piuttosto strano.»
Gernsbach ride. «Se è per questo! Sono abituato a ben
altre cose!»
Harte prende un altro foglio e lo osserva attentamente.
«E allora a che punto siamo con questa Sylvia Meiners?»
domanda improvvisamente. «Che cosa sa di lei?»
«Probabilmente quel poco che ne sa lei, Harte.»
«E che cosa si potrebbe fare per saperne di più?»
Gernsbach porge a Harte un altro schizzo. «Se potessi
farle il ritratto, la conoscerei meglio.»
«Ci provi.»
«Lei crede che... verrebbe?»
«Dovremmo fare le cose un po' bene,» dice Harte con
un sorriso. «La inviti per questa sera. Verrò anch'io, tanto
per la forma, diciamo, in veste di angelo custode.»
«Ottima idea,» fa Gernsbach. «Sicuro, passiamo una bella
serata insieme, parliamo di questo e di quello e se vuole,
nemmeno una parola sull'arte!»
Harte si trova davanti uno schizzo a matita buttato giù
sulla carta come se l'artista si trovasse in uno stato di sfinimento.
Un locale immenso, parallelepipedi sovrapposti,
torreggianti. E dentro fagotti di stracci, creature con grandi
orbite vuote nel cranio, al posto degli occhi. Innumerevoli
orbite, che si perdono in lontananza. Occhi che non ci sono,
ma che vedono, guardano, fissano.
Harte evita lo sguardo indagatore di Gernsbach. «Tormento.
Sofferenza, nient'altro che sofferenza. Non c'è altro?»
«Lei vede dell'altro in un tempo come il nostro, Harte?»
«Il riso, Gernsbach. Anche la morte, Gernsbach, ha la
sua risata. Lo legga nell'Antico Testamento.»
«Una strada difficile.»
«E come vuol sopportare tutto questo?»
Gernsbach toglie il blocco di mano a Harte, lo chiude. «Un
altro discorso, Harte. Mi spieghi, posto che questo sia un
altro discorso, perché io sono un animale strano.»
«Volentieri,» esclama Harte e si guarda intorno nel
laboratorio. «Finanziariamente lei non sta bene. In compenso
lei oggi amministra patrimoni di molti milioni. Tutte le
proprietà non private, cioè tutto il patrimonio della città,
dello stato, compresi i cosiddetti beni del nazionalsocialismo,
sono nelle sue mani. Per un valore di milioni e milioni.
Qui non se ne vede traccia.»
Gernsbach è sbalordito. «Ma, lei pensa...» Non riesce
a proseguire. Ciò che quelle parole sottintendono è troppo
assurdo per lui.
«E perché no!» esclama Harte. «Sarebbe più che naturale.
Il nazismo le ha rovinato l'esistenza, la carriera e anche
la salute. La salute non è sostituibile, ma una nuova
esistenza si può cercare di farsela. Perché non ci riprova?»
«Lei vuole fare il diavolo tentatore,» replica pensoso
Gernsbach. «Dove vuole arrivare?»
Si sente bussare piano. Senza esitazione, ma con mano cauta,
leggera. Gernsbach attraversa la stanza e va ad aprire.
«Potrei parlarle un momento?» dice una voce.
«Mi dispiace,» risponde Gernsbach. «Ho gente.»
«Ma no!» esclama Harte. «Lasci entrare il mio amico
Slembeck. Sono curiosissimo di sapere che cosa vuole da lei.»
Dal vano della porta Slembeck abbozza un inchino in
direzione di Harte. «No, no!» si schermisce. «Non vorrei
disturbare. Assolutamente. Tornerò un altro momento.»
«Niente falsi riguardi,» dice Harte. «Venga dentro! Una
visita come la sua ci mancava proprio.»
«Venga avanti, allora,» ripete Gernsbach.
Slembeck si porta oltre la soglia. «Ma no,» dice ancora.
«Non è poi così urgente.»
Come si è fatto bello, nota Harte sorridendo fra sé. Cravattino
giallo luminoso, camicia azzurra, abito a righe blu,
scarpe marroni tirate a lucido.
«Ma come è elegante, Slembeck. Per me non si era mai
messo così in pompa magna. Venga, venga avanti, voglio
sentire se si è anche profumato.»
Slembeck siede su una seggiola che Gernsbach gli porge
ed è molto sorpreso, sgradevolmente sorpreso.
«Ma non è niente di importante,» dice esitando. «Volevo
soltanto una piccola informazione. Niente di più.»
«Il mio ufficio è al comando del campo 7,» spiega
Gernsbach in tono quieto.
Harte ride. «Ma il signor Slembeck lo sa benissimo.
Probabilmente sa anche che io controllo ogni giorno la lista
dei suoi visitatori, Gernsbach. Per questo ha preferito
farle una visita di carattere privato. Ma prego, facciano
pure, io non voglio disturbare.» ,
Harte si alza compito, prende un paio di cartelle piene
di disegni e si porta verso la parete a vetri, preoccupato,
sembra, di trovare la luce giusta per studiare gli schizzi.
Anzi, dà l'impressione di osservarli con particolare interesse.
«Prego,» dice Gernsbach in tono molto formale.
«Una sciocchezza. Ma davvero, non intendevo disturbare.
Torno volentieri un altro momento.»
«Ora è qui, quindi dica pure che cosa vuole.»
Slembeck si passa le mani sui calzoni per asciugare il sudore
che gli bagna il palmo. «Già,» dice imbarazzato e guarda
di sbieco verso Harte, che tiene un disegno davanti a sé,
a una certa distanza per poterlo osservare meglio. «Già.
Vorrei sapere che succede quando uno prende una cosa
che è di un altro.»
«Si tratta di furto,» dichiara freddamente Gernsbach.
«E questo riguarda la polizia.»
«No, non intendo questo,» spiega Slembeck faticosamente.
«Voglio dire, se un nazi per esempio ha qualcosa che
una volta era di un altro.»
«Il legittimo proprietario deve portare una documentazione
che comprovi la sua proprietà. Prove chiare e inconfutabili.»
«E se non ci sono prove?»
«Possono bastare dei testimoni.»
«E glielo ridanno?»
«Certamente.»
«Ecco, era questo che volevo sapere», fa ancora Slembeck
e si alza.
«Su, su!» esclama Harte dalla finestra. «Non sarà certo
tutto qui quello che voleva sapere.»
«Sì, mister Harte, mi può credere.»
«Mi guarderò bene dal credere qualcosa di quello che
lei dice. Ma questa storia mi interessa, Slembeck. Chi è questo
proprietario? Lei? E di che proprietà si tratta? Gioielli,
forse?»
Slembeck si ritrae come colpito in pieno viso. «Ma che
cosa pensa, mister Harte! L'ho chiesto per un amico.»
«Ma no! Ma che altruismo! E come si chiama questo
amico? Slembeck anche lui?»
Slembeck si rende conto che la sua unica via d'uscita è
l'aggressività. «Non sono da lei per un interrogatorio, mister
Harte. O mi sbaglio?»
«No,» risponde Harte e gli volta le spalle. «Né ora né
in futuro. Il caso Hauser ormai è nelle mani di mister
Keller.»
«E che cosa c'entra il caso Hauser?»
«Niente? Strano, credevo! O lei ha più corde al suo
arco, Slembeck?»
«La ringrazio per l'informazione,» dice Slembeck rivolto
a Gernsbach.
«Prego.»
È come se per Slembeck Harte non esistesse neppure. Fa
un generico inchino e se ne va.
«Strano individuo,» dice Gernsbach.
«Non lo trovo affatto strano,» dichiara Harte.
«Chissà che cosa voleva? Lei lo sa, Harte?»
«Che cosa poteva volere un tipo come lui! Prepararsi
un piccolo impiego di capitale. Gli uni vengono derubati,
perché gli altri possano rimettere in sesto le proprie finanze.
Ogni guerra costa denaro. L'unica cosa importante è trovare
qualcuno che la paga. Ma niente è più facile da trovare che
gente decisa a guadagnarci sopra.»
«Lei è davvero molto diffidente, Harte.»
«Può darsi. Ma forse è lei, caro Gernsbach, a essere troppo
fiducioso. Sia prudente. La sua buona volontà, di cui non
ho mai dubitato, non può bastare a evitare gli errori. Si
dice che errare sia umano. Belle parole. Ma noi viviamo in
un momento, Gernsbach, in cui errare può diventare inumano.
Mortale, persino. Guardiamoci quindi dagli errori.
E adesso mi dia qualcosa da bere.»
Brigitte Hauser siede di fronte al capitano Keller.
Sono in una delle salette adiacenti alla mensa ufficiali.
Un'ordinanza ha servito silenziosamente il caffè e poi altrettanto
silenziosamente se n'è andata, senza che Keller
neppure gli facesse cenno. Ora sono soli.
La calda luce del pomeriggio d'estate fluttua nella stanza,
smorzata appena dal velo sottile dei tendaggi, e batte contro
le pareti tappezzate di stoffa verde. Nell'aria aleggia il fumo
dolce delle sigarette. Dalla sala accanto viene un mormorio
di voci.
«La aiuterei volentieri,» dice Keller e sposta la sua
poltrona in avanti di qualche centimetro, verso di lei. «Volentieri,
proprio... se lo potessi fare.»
Brigitte Hauser posa la sua tazza sul tavolino accanto.
«Il fatto che lei, mister Keller, si voglia anche solo occupare
del mio caso, mi colma di gratitudine. Piano piano mi
convinco che lei troverà certo una strada. Riprendo coraggio.
Grazie a lei.»
«Mi lasci pensare,» fa Keller e tira una boccata dalla
sigaretta. Soffia fuori il fumo molto lentamente, lo segue
con gli occhi mentre sale e si perde nell'aria.
Dice: «Una cosa è chiara: a lei serve che suo marito
venga scagionato. Ma io non posso scagionarlo senza danneggiare
la giustizia e me stesso.»
«Vuol dire che potrebbe essere davvero un criminale
di guerra?»
«Lo è. Su questo non ho dubbi.»
«Allora,» mormora Brigitte Hauser con profonda delusione,
«questa è la fine di tutti i miei progetti.»
«Sì, ma ci vuole troppo tempo. E intanto sfumano tutte
le possibilità di acquistare il "Cavallino Bianco". È un
gran peccato.»
Lo guarda, un po' stanca e rattristata, ma non del tutto
priva di speranza. Sente che Keller non ha ancora finito.
Sente che sta pensando, che vuole qualche cosa. Non lei,
non soltanto lei, questo lo intuisce benissimo. Vuole qualcos'altro.
Ma che cosa?
Keller spegne la sigaretta schiacciandola nel portacenere.
«Be',» dice calmo, «se così non è possibile, si può sempre
trovare qualcosa d'altro.»
«Che cosa?»
«Suo marito potrebbe essere dichiarato criminale di guerra
e lei ottenere ugualmente la licenza.»
Brigitte Hauser si protende in avanti istintivamente. Egli
vede l'attaccatura del seno, ma alza subito gli occhi e si accorge
che la donna ansima un poco. Le narici vibrano leggermente,
e le labbra semiaperte scoprono denti candidi. A
voce bassissima gli dice: «E lei farebbe questo per me?»
«Si potrebbe vedere,» risponde Keller e si accende un'altra
sigaretta, «in particolari circostanze. Io, qui, comando il
campo degli internati. Ma la mia attività non finisce qui.
Mi occupo anche dei problemi di denazificazione per la
provincia. Forse lei saprà che il centro di questo settore è
solo a poche porte dal mio. Per me, prendere una decisione
sul suo caso, significa soltanto dare un colpo di penna. Perché
non dovrebbe essere possibile?»
Brigitte, senza cambiare posizione: «Le sono molto grata.
Lei mi dà nuova speranza.»
«Dipenderà naturalmente da alcune circostanze.»
«Conti su di me. In tutti i sensi. Mi dica sinceramente:
che cosa posso fare?»
Keller mette da parte la sigaretta con un certo imbarazzo,
la schiaccia nel portacenere finché anche l'ultima scintilla
si spegne.
Ha preso la sua decisione, pensa Brigitte. Non c'è voluto
molto. Questo mi piace in lui. Anche lui è un tipo che sa
quello che vuole; e questo facilita molto le cose. No, non è
difficile trattare con un uomo così, non è antipatico. La
cosa potrebbe diventare persino piacevole.
«Allora?»
«Lei vuole la licenza,» ripete ancora Keller, «e l'avrà.
Ma naturalmente io voglio qualcosa in cambio - lei capisce:
dare e avere - ho diritto a una contropartita.»
«E cioè?»
«Un braccialetto di platino.»
Nella stanza pesa un silenzio profondo, opprimente. La
tappezzeria di seta verde, il tappeto, le poltrone sembrano
gonfiarsi di silenzio. Le voci della sala accanto sembrano diventate
più alte, minacciano di penetrare nella stanza.
Brigitte Hauser si raddrizza molto lentamente sulla poltrona
e poi si appoggia allo schienale. «Mi dia una sigaretta,»
dice.
Keller afferra l'astuccio, si alza e si china verso di lei,
appoggiandosi al bracciolo della poltrona. Senza guardarlo,
la donna prende una sigaretta, se la fa accendere e si mette
a fumare a boccate brevi, nervose.
Keller resta piegato su di lei. Chiude un attimo gli occhi
come se volesse raccogliersi. Poi, abbassando lo sguardo le
chiede a voce bassa: «Suo marito non le ha regalato un braccialetto
di platino? E se non è così, signora Hauser... sa almeno
dov'è il gioiello?»
Brigitte alza gli occhi a guardarlo. E per vederlo meglio
scivola ancora più giù nella poltrona.
Egli se la vede distesa sotto. È bellissima, pensa, molto
più bella di tante donne che ha conosciuto finora. Se non
stessi trattando un affare, credo che me ne innamorerei.
«La sua proposta è molto insolita,» dice Brigitte Hauser.
«Ma merita di essere considerata. Venga a trovarmi questa
sera. Parleremo con più calma. Anche di questo. D'accordo?»
«Volentieri. Alle sette?»
«Va bene. E quanto alla licenza, mister Keller... credo
che possa già farla preparare.»
Il colonnello Cord, primo giudice del tribunale militare,
arriva al campo alle 16,15 precise.
Il tenente Colman è lì ad aspettarlo all'ingresso principale
nella sua veste di Provost-Marshall. Si avvicina all'enorme
automobile, si presenta e il colonnello gli stringe la
mano.
Nel frattempo il centralino telefonico ha diramato la notizia
a tutti gli interessati. Al cancello sono ad attendere il
capitano Keller e l'ufficiale Ted Harte. Al cancello interno
aspetta Reiter, il comandante tedesco del campo,
con due uomini della polizia interna, che fungono da portaordini.
«Vogliamo prendere un drink nel mio ufficio?» domanda
il capitano Keller. «Consiglio B and B.» «B and B» è il
cocktail speciale di Keller, Brandy e Benedectine in parti
uguali. Il colonnello Cord lo conosce e lo apprezza.
«Più tardi,» risponde il colonnello e si guarda intorno
con occhi indagatori. «Prima il dovere e poi il piacere.»
«Come preferisce, signor colonnello,» dice Keller e lo
precede verso il cancello interno.
«Sono anche molto spiacente di dover poi ripartire subito.
Non potremo cenare insieme questa sera.»
«Peccato davvero,» esclamano Keller e Harte a una
voce, meccanicamente, e devono fare uno sforzo per non
sorridere. Questa ultima comunicazione del loro superiore
li ha sollevati molto di morale.
«Il generale comandante mi aspetta questa sera,» spiega
Cord.
«Gran peccato davvero,» dice ora anche Colman, con
notevole ritardo. A lui non importa proprio niente di quello
che il colonnello fa o non fa.
Reiter, al cancello interno, accenna una posizione di attenti.
Keller fa le presentazioni: «Reiter, il comandante tedesco
del campo.»
«Aha!» fa il colonnello Cord con un cenno di benevolenza
e punta un dito della destra in direzione del berretto.
Reiter riconosce immediatamente il gesto come una specie
di saluto militare, abbassa la testa e accenna un inchino.
«Particolari lagnanze?» domanda Cord in inglese. Keller
si assume volonteroso la parte dell'interprete.
«Il cibo non è sufficiente,» risponde Reiter apertamente.
Keller non lo guarda. «Il cibo potrebbe essere più sostanzioso,»
traduce.
«Questo non è un sanatorio,» ribatte Cord.
«Questo non è un sanatorio,» ripete Keller in tedesco.
Reiter si arrischia ancora più in là. «Sulle torrette di controllo
c'è un foglio di istruzioni per le sentinelle, in cui gli
internati sono definiti assassini.»
E Keller traduce a uso di Cord: «Domanda se è vero
che tutti gli internati vengono definiti assassini.»
Il colonnello Cord fa un gesto stizzoso con la mano: «Che
stupidaggini!»
Keller traduce per Reiter: «Lei non dovrebbe dire stupidaggini!»
Cord è un po' seccato, la sua faccia liscia e rotonda si è
un po' arrossata: la fronte gli si imperla di sudore ma la
colpa potrebbe essere della temperatura. Si avvia e percorre
la strada centrale del campo.
Harte trattiene Reiter e, tirandolo per la manica, lo trae
un po' in disparte. «Sia prudente,» gli dice a bassa voce.
«Lei dimentica che il silenzio è quasi sempre saggezza.»
«Ma quando me lo chiedono!»
«Molte domande non aspettano risposta,» dice Harte.
Fra il blocco A e il blocco B si sentono le note di un coro:
«Wer hat dich, du schoner Wald...» A quattro voci.
Il colonnello si ferma di botto e rimane in ascolto. Poi
annuisce soddisfatto. «Alla scuola di guerra, io ero secondo
basso. I secondi bassi erano sempre molto ricercati. Lo
sente? Anche qui il secondo basso non è gran che.»
Il tenente Colman scambia un rapido sguardo con Reiter,
che dà un colpetto sul braccio di uno dei due uomini della
polizia, il quale a sua volta parte al piccolo trotto. Tutto è
stato accuratamente studiato; la visita continua secondo i
programmi e tutto va per il meglio.
Ispezionano l'infermeria, dove, guarda caso, stanno giusto
cambiando la biancheria dei letti; poi un locale sotterraneo
in cui si tiene una lettura della Bibbia; un alloggio, che
odora di cera da pavimenti data di fresco.
«Non c'è male,» commenta il colonnello Cord. E prima
di licenziare Reiter, gli dice: «L'impressione che ho riportato
dalla mia visita avrà il suo peso sul futuro trattamento
degli internati.»
Keller traduce queste parole così: «Il colonnello Cord
dice che gli internati si accorgeranno dell'impressione che
ha ricevuto.»
Reiter resta immobile, rigido, senza aprire bocca, segue
con gli occhi il colonnello che, affiancato da Keller e Harte
e seguito da Colman, torna verso la palazzina degli uffici.
Il colonnello prende Ted Harte sottobraccio, con paterna
benevolenza. «Vada pure avanti, capitano,» dice. «E porti
con sé il tenente. Noi dobbiamo ancora discutere alcuni
particolari.»
«Mi stia a sentire, Harte,» dice il colonnello quando rimangono
soli. «Lei sa quanto noi apprezziamo il suo lavoro.
Lei è uno dei nostri funzionari più capaci. Intendo
dire che abbiamo piena fiducia in lei.»
«Mi dica subito che cosa vuole da me, sir.»
Cord sorride con aria di superiorità. «Abbiamo bisogno
di risultati, ragazzo mio. E di risultati rapidi il più possibile.
Non possiamo aspettare.»
«Faccio quello che posso,» risponde Ted Harte impettito.
«Ma qui il lavoro non è facile. Incontro una difficoltà
dopo l'altra.»
Il colonnello sorride confidenzialmente. «Mi stia bene a
sentire, Harte, non voglio che lei si lasci intenerire. Le prometto
tutto il mio appoggio. Chi crea delle difficoltà? Keller
forse? Be'? Non mi risponde? Caro Harte, un capitano
Keller per noi non è un ostacolo. Se dovesse inceppare il
libero decorso della giustizia, lo facciamo saltare. Una comunicazione
da parte sua con una base solida è più
che sufficiente.»
Harte è sbalordito e insieme indignato. Ma prima ancora
che riesca a spiccicar parola, il colonnello lo ha già
lasciato, per fare il suo discorsino personale, questa volta
con Colman.
Lentamente salgono le scale, traversano il corridoio e
entrano nell'ingresso dell'ufficio.
Cord si dirige immediatamente verso Sylvia. «Lei è la
signorina Meiners,» esclama cordiale e le stringe la mano.
La osserva con soddisfazione, poi si volta verso Keller e
Harte e osserva: «Avete buon gusto, ragazzi miei!»
Sylvia ride e il colonnello è tutto contento. «Mi stia a
sentire, cara signorina,» le dice mettendole paternamente
un braccio intorno alle spalle, «sono proprio contento che
lei sia qui. Persone come lei sono diventate rare oggigiorno.
Spero che lei rimanga molto tempo con noi. E se un giorno
dovesse avere delle difficoltà, cara signorina, parli con me,
mi telefoni. A me può rivolgersi in qualsiasi momento con
la massima fiducia.»
Nel frattempo il capitano Keller ha preparato il suo famoso
B and B.
Levano i bicchieri e il colonnello Cord esclama: «All'importante
lavoro che voi tutti svolgete qui. Lasciatemi
dire che sono fiero di voi. Mi aspetto molto da voi, ma
sono certo che non mi deluderete.»
Tutti bevono in silenzio.
«Bene!» fa il colonnello soddisfatto. «Vorrei intrattenermi
un momento con il capitano. Un colloquio personale. Ci
vedremo ancora, signori, prima della mia partenza.»
Cord e Keller restano soli.
«E ora, ragazzo mio, raccontami esattamente le tue
difficoltà,» esclama Cord paterno.
Keller diventa evasivo. «Riusciremo a venirne a capo,
sir, non si preoccupi.»
«Che cosa c'è che non quadra? Qualcuno che non va?
Ted Harte, forse?»
Keller esita. «La materia di cui ci occupiamo è tutt'altro
che facile,» dice infine.
«Questo lo so, lo so molto bene! Ma la vostra organizzazione
mi sembra esemplare. Ottimo lavoro. Lo riconoscerebbe
perfino il generale Patton. Però i vostri ufficiali inquirenti
dormono. Ho bisogno di materiale, di tutta la documentazione
su Hauser, caro Keller. Quello per noi è un Uomo-chiave.
Il giorno che lo abbiamo in mano possiamo tirare tutte le
fila.»
«Facciamo tutto ciò che possiamo,» dice Keller. «Da
parte mia mi impegnerò con tutte le mie energie per portare
a termine il caso.»
«Fallo, figliolo,» dice ancora il colonnello. «E se incontri
delle difficoltà... non hai che da telefonarmi. Chiunque
dovesse inceppare il corso della giustizia, lo facciamo
saltare. Si chiami Harte o in qualunque altro modo. Basta
una comunicazione ben motivata.»
«Ancora un B and B, sir?»
«Grazie.»
Poco dopo le 17 cominciano a rientrare al campo i
gruppi dei cosiddetti «esterni», gli internati che vengono
mandati a lavorare fuori della zona del campo.
Di questi gruppi fanno parte naturalmente solo i «casi
non gravi», per lo più piccoli funzionari di località minori,
impiegati di uffici governativi o provinciali senza funzioni
direttive, piccoli Ortsgruppenführer di livello mentale
inferiore alla media, e ufficiali fino al grado di capitano.
Il lavoro di «esterno» è molto ambito. Prima di tutto è
una distrazione, una interruzione della routine quotidiana
del campo, e poi c'è un buon settanta per cento di probabilità
di ottenere razioni extra. In più c'è l'inoltro della
posta, che riesce sempre, malgrado i severi controlli comprendenti
anche la visita personale. La tariffa normale per
una lettera è una razione di mezzogiorno; in casi speciali,
quando ad esempio il gruppo è al comando del sergente
Copland, un piccoletto duro con la faccia da pugilatore,
viene richiesto un sovrapprezzo di una mezza razione di
pane. L'espressione tecnica di questo extra è: «indennità
di rischio». Un solo gruppo di «esterni» esporta quotidianamente
da sette a quindici lettere.
Questi gruppi, detti anche «Kommandos», lavorano quasi
tutti presso uffici americani e in campi sportivi requisiti.
La formazione dei gruppi avviene giorno per giorno, con
un ricambio continuo del personale. Le eccezioni a questa
regola sono molto rare. Ma ce n'è una, l'Ortsgruppenleiter
di ImmenStadt, certo Strauss, decorato con il distintivo
d'oro del partito. L'uomo è di servizio ogni pomeriggio,
pulisce i gabinetti della mensa ufficiali, dove l'ottima
qualità delle sue prestazioni gli ha meritato le generali
simpatie.
Da qualche tempo Strauss gode della particolare amicizia
di Laffrentz. Il quale si sente per un certo verso attratto
da quest'uomo che sa sempre una quantità di cose, che ne
ha viste e ne ha passate tante e che, stando almeno a quanto
dice, ha già saputo stabilire contatti di ogni genere.
Quando Strauss di primo pomeriggio lascia il blocco C
con un gruppo di lavoro, Laffrentz il più delle volte è in
cortile e lo saluta gridandogli: «Buon lavoro, Strauss!» e
quello risponde con un cenno cordiale. E verso sera, quando
rientra, Laffrentz lo accoglie, se appena gli è possibile, all'ingresso
del blocco C e gli chiede: «Be', com'è andata
oggi, Strauss?» E quello racconta.
Anche oggi Laffrentz aspetta.
Finalmente ritornano i primi Kommandos. I pesanti
autocarri varcano l'ingresso principale e vanno a fermarsi
sul piazzale davanti agli uffici. Qui, in base agli elenchi
di controllo, un soldato americano dà in consegna gli uomini
al comando tedesco del campo. Poi, agli ordini di
Reiter, gli internati vengono suddivisi in tre gruppi e raggiungono
i rispettivi blocchi.
I poliziotti tedeschi li scortano lungo la strada principale
del campo, fino agli ingressi che immettono nei cortili
interni degli edifici. Lì i nominativi vengono controllati
un'ultima volta, e finalmente gli uomini possono abbandonare
il drappello.
«Be',» fa Laffrentz, «com'è andata oggi, Strauss?»
L'altro gli fa un cenno di intesa. «Un sacco di novità,
ti dico.»
«Me lo posso immaginare,» dice Laffrentz e gli batte
amichevolmente sulla spalla, cosa che Strauss registra con
grande soddisfazione.
Strauss, piccolo, sparuto, con un collo da tartaruga e una
faccia che è una rete di rughe, è fierissimo della sua amicizia con l'Oberregierungsrat Laffrentz, che per la verità
dovrebbe essere già stato promosso a consigliere ministeriale.
Quello sì che è un uomo! Sempre cordiale, camerata fra
camerati, uomo fra uomini. Senza pregiudizi, senza arie
di superiorità. Un tipo di prim'ordine! Se fossero stati tutti
così, lui non sarebbe qui dentro.
«Buon bottino?» vuol sapere Laffrentz.
«Eccome!» risponde Strauss. «Una buona dozzina di
cicche e due saponette.»
«Te le sei meritate, Strauss.»
«Naturalmente te ne do un po'.»
«Ma no, non importa! Lascia stare, servono anche a te.»
«Ma andiamo, Laffrentz, prendine per favore.»
«Be', tanto per contentarti. Sai che non voglio offenderti.»
Strauss si guarda intorno. Il cortile è pieno di internati.
«Vieni,» dice al compagno.
Si dirigono verso un corridoio, ma anche qui è pieno
di gente. Finiscono nelle latrine, che a quell'ora sono deserte.
Strauss si ficca una mano in tasca e ne ritrae un
pugno di cicche.
«Ma no, ma no!» si schermisce Laffrentz e allunga la
mano.
«Ti do anche un pezzetto di sapone.»
Laffrentz lo prende senza farsi pregare. «Non lo dimenticherò
mai, Strauss, puoi starne certo.»
Per un momento tacciono, occupatissimi.
«E per il resto come è andata?» domanda ancora Laffrentz.
«Oh, te lo puoi immaginare,» risponde l'altro. «Un gran
movimento, come al solito. Questi americani fanno una vita
da nababbi, te lo dico io, e se la passano che è una bellezza.
Hanno un gran da fare a mangiare e bere. E poi le
donne! Misericordia! Mi chiedo che cosa succede lì alla
sera, se sono già a quel punto di primo pomeriggio.»
«Davvero?»
«Eccome!»
«Ragazze tedesche?»
«Ma sicuro! Un vero casino.» Si allontana dalla latrina
e a gambe larghe si avvia verso la finestra.
Laffrentz lo segue. «Roba da matti. Nessuna dignità, eh?»
«Bisognerebbe raparle a zero. Durante l'occupazione francese
dopo la prima guerra, lo facevano regolarmente, dicono.»
«Sicuro.»
«Di' un po', Laffrentz... quel tipo grande e grosso che
sta nella vostra camerata, quel SS-Führer, come si chiama?»
«Vuoi dire Hauser?»
«Non so se si chiama così. Può darsi. Era sua moglie quella
rossa che è passata questa mattina dietro al campo?»
Laffrentz guarda il piccolo Strauss con aria interrogativa.
Non capisce. Ma quello che gli dice l'amico lo interessa.
«Di che donna parli?»
«Questa mattina è passata proprio -a pochi metri dal
filo spinato. E lui stava lì a guardarla come ipnotizzato. E
quel vostro cane da guardia di Mangel gli faceva da palo.
Poi la donna ha fatto un cenno a Hauser, non so bene cosa.
E la sentinella americana ha sparato un colpo nella sabbia.»
«Be', e allora? Storie come queste capitano ogni giorno.
Quelli lassù nelle torrette muoiono di noia e ogni tanto tirano
una schioppettata tanto per fare qualcosa. Sono quei sistemi
da gangster che usano a casa loro. Li imparano al cinema,
è una specialità nazionale.»
Strauss si appoggia al davanzale e guarda giù in cortile.
Il puzzo della latrina gli passa a folate davanti. «Non parlo
della storia in sé,» spiega. «Pensavo a quella donna. Era
la moglie di Hauser?»
«Ma come faccio a saperlo!» Laffrentz sente salire alle
narici quell'odore acuto di latrina e si sporge un po' di più
dalla finestra. Ma quel maledetto puzzo è penetrante e non
gli si sfugge così facilmente.
Questo Strauss! Non lo sente nemmeno, a quanto pare!
Ma già, non c'è da meravigliarsi, lui ormai ci ha fatto l'abitudine.
Non per niente passa la giornata nei gabinetti degli
americani. Proprio il tipo giusto per un lavoro del genere.
«Peccato,» dice Strauss, «peccato che tu non lo sappia!»
«Perché?»
«Perché l'ho rivista oggi nel pomeriggio.»
«Ma va là! È venuta al gabinetto?»
«No. Ma era .alla mensa degli americani. Con un ufficiale.
E non con un americano qualsiasi, ma addirittura con
il nostro comandante, il Keller.»
Laffrentz si raddrizza, aspira profondamente ed è così
sorpreso che non si accorge di aspirare il puzzo penetrante
di latrina. «Accidenti!» esclama. «Ed era la moglie di
Hauser?»
«Non lo so se era la moglie di Hauser. Ma potrebbe benissimo
darsi.»
«E com'era?»
Strauss riflette ben bene. «Com'era? Difficile a dirsi.
Tutta in ghingheri, questo sì. Truccata. E rossa di capelli,
una criniera ramata che non ti dico. Un tipo di quelle.
Non molto alta, ma con ogni ben di Dio, davanti e dietro.»
«E come si è comportata, Strauss?»
«Come vuoi che si sia comportata! Cosa puoi pretendere
da un tipo simile? Se ne stavano soli soletti, in un angolino,
una specie di séparé. Quando poi il Keller è venuto alla
toilette era tutto frastornato. Te lo dico io, era un pezzo che
non ne vedevo uno con un'aria così soddisfatta. Be', bella
forza! È anche comprensibile. Con quella figura! Dove vai,
Laffrentz?»
«Scusa tanto, Strauss,» risponde l'altro, «devo correre
un momento in camera. Una cosa urgente.»
Il tenente Colman, Provost-Marshall del campo, è abituato
a guardare la vita dall'alto in basso. Dalla sua altezza,
cioè. Almeno un metro e novanta.
La macchina che ora sta guidando con aria distratta si
ferma con un breve strattone.
Keller, che siede dietro, gli dice: «Lo vada a prendere,
per favore.»
Colman annuisce; persino rispondere la considera una
perdita di tempo. Preme la mano sul clacson che colma
l'aria del tramonto con il suo muggito violento.
«Tenente Colman,» dice Keller, «in questa strada abitano
almeno una cinquantina di persone. Sarebbe un puro
caso se Gernsbach collegasse con la sua persona il fracasso
che lei sta facendo.»
«È sempre possibile,» commenta Colman e continua a
premere sul clacson.
«Penso proprio,» fa Keller, questa volta con voce appena
più tagliente, «che le converrebbe fare lo sforzo di salire
e pregarlo di scendere.»
«Se lei crede...»
«Lo credo.»
«Benissimo.»
Colman apre con tutto suo comodo lo sportello, stira le
lunghissime gambe, le allunga fuori dalla macchina, e infine
fa seguire il resto del corpo. Quando si è stirato in
tutta la sua lunghezza si volge ancora una volta verso Keller:
«Allora devo andare o no a prendere questo Gernsbach?»
«Preghi il signor Gernsbach di avere la cortesia di venire
con me in ufficio per una questione di lavoro.»
«Sarà fatto,» dice Colman.
Le gambe lunghissime portano ora il corpo sottile, come
appiattito, verso la porta. Poi il tenente controlla per bene
due volte che il numero sia quello giusto.
Infine apre la porta e si avvia per le scale, salendo gli
scalini a due per volta. Si ferma dove trova un biglietto da
visita con il nome «Rolf Gernsbach» e bussa ripetutamente.
Poi si appoggia al muro e aspetta.
Gernsbach viene ad aprire.«Oh, mister Colman!» esclama.
«Venga con me,» mastica Colman.
Gli approcci laconici del Provost-Marshall non meravigliano
Gernsbach, che conosce bene Colman e i suoi modi. «Dove?»
domanda, leggermente divertito.
«Dabbasso.»
«E, poi?»
«Campo.»
«E che cosa devo venire a fare al campo?»
«Che ne so io.»
Il dialogo potrebbe andare avanti così all'infinito e
Gernsbach sa bene anche questo. Perciò smette di fare domande
e dice: «Subito.»
Dopo di che si ritira e si veste. La cerimonia dura circa
sei minuti. Quando riapre la porta, vede che Colman non
si è spostato di un millimetro.
Scendono le scale.
«È il capitano Keller che mi vuole?» domanda Gernsbach.
«Pare,» fa Colman. E poi segue una seconda frase che,
con qualche variazione, è tipica del repertorio di Colman.
Dice: «Non è Shakespeare di sicuro.» E poi ride, si ferma
e aspetta paziente che Gernsbach giri la maniglia.
Aperto il portone, Colman esce chinando la testa per
non urtare nel telaio, poi dice: «In macchina!»
Con suo grande stupore Gernsbach vede il capitano Keller
seduto sul sedile posteriore della Buick.
Keller gli apre lo sportello e con un cenno lo invita a salire.
«Mi scuso, Herr Gernsbach, di disturbarla durante il
suo pomeriggio libero. Ma ho bisogno di lei nella sua veste
di capo dell'ufficio di denazificazione.»
Gli tende la mano che l'altro afferra. «Naturalmente sono
sempre a sua disposizione, mister Keller.»
Keller si tira un po' in disparte sul sedile per far posto
a Gernsbach che gli si siede accanto.
«Su, Colman, andiamo.»
«Dove?» domanda Colman seduto al volante, senza
voltarsi.
«Ma al campo, naturalmente.»
Colman ribatte: «Che non si andasse da Shakespeare,
me lo potevo immaginare.» E si mette a ridere.
Gernsbach nota che Keller si abbandona ancora di più
sui cuscini. Sembra che si stiri tutto, in uno stato di profonda
soddisfazione.
«Mi dispiace davvero di vederla così poco,» dice ancora
Keller molto cortese. «Lei lavora sempre, nel suo ufficio
o nel suo atelier.»
«Mi hanno fatto perdere molti anni. E ora cerco di riguadagnare
il tempo.»
Le irregolarità del selciato si avvertono appena. La grossa
Buick inghiotte i colpi, e con la sua molleggiatura le buche
delle strade si tramutano in un lieve ondeggiamento.
In questa macchina il mondo è come un cuscino di piuma,
pensa Gernsbach.
«Ad ogni modo,» continua Keller, «sono molto contento
di averla qui.»
Piuttosto strano, pensa ancora Gernsbach. Finora Keller
non ha fatto che impartire ordini, e improvvisamente
si mette a conversare. Come mai? Per un individuo
come lui ogni gesto è calcolato. Almeno finora è stato così.
La macchina scivola per le strade della cittadina fra le
montagne e si dirige verso l'ex caserma dei Cacciatori delle
Alpi, oggi campo 7. Colman, che probabilmente si è ficcato
in tasca la sinistra, guida tenendo appena il volante
fra il pollice e l'indice della destra, e senza ridurre minimamente
la velocità infila con la grossa automobile una
strada dopo l'altra, mentre le case scorrono via come quinte.
«Herr Gernsbach, lei conosce il "Cavallino Bianco"?»
Il tono neutrale, assolutamente professionale che ha sempre
contraddistinto i loro rapporti, è riapparso all'improvviso,
secco e inequivocabile.
«Naturalmente, mister Keller. Lei si interessa al "Cavallino
Bianco"?»
«Che tipo di proprietà è?»
Gernsbach è contento di ritrovarsi finalmente su un terreno
concreto e risponde con scioltezza: «Il "Cavallino
Bianco" è l'albergo più grande e più importante della
città. Nel 1936 venne, come si diceva allora, "arianizzato",
vale a dire sottratto al proprietario non ariano, dietro pagamento
di un indennizzo valutato in base a una stima d'ufficio.
Sarebbe ora di affidarlo a un mediatore, perché lo
rimetta in vendita.»
Keller fa un gesto con la mano che potrebbe equivalere
a un diniego. «Così, i precedenti proprietari...»
Gernsbach annuisce. «Come tutti gli altri,» risponde.
«Acquirenti?» vuole sapere Keller.
«C'è già parecchia gente interessata all'acquisto,» risponde
Gernsbach volonteroso. «Due persone, soprattutto, che
vorrei sottoporle. Uno è...»
«Herr Gernsbach,» lo interrompe Keller secco, «ho
già deciso per quanto riguarda il "Cavallino Bianco".»
Gernsbach non ha nulla in contrario a prender nota della
cosa. «Ah sì? Benissimo. Che cosa devo fare, allora?»
A voce un po' più alta di prima, come a coprire il mormorio
sommesso del motore, Keller riprende: «Prepari
tutti i documenti perché il "Cavallino Bianco" passi al
più presto - diciamo domani, nelle mani del nuovo proprietario.
Vorrei pregarla di stilare immediatamente il
contratto. Appunto per questo l'ho pregata di venire stasera
in ufficio.»
«D'accordo,» replica Gernsbach, «io sono sempre a sua
disposizione. E a chi va intestato il contratto?»
«Alla signora Brigitte Hauser.»
L'automobile scivola dolcemente in una curva e Keller
viene leggermente sospinto contro Gernsbach.
«Si tratta per caso della moglie dell'ex SS-Standartenführer
Hauser, Manfred Hauser, internato in questo campo?»
Ora la macchina corre veloce lungo il rettifilo del grande
viale alberato che unisce la cittadina con la caserma.
«Esattamente,» risponde Keller.
Gernsbach raddrizza le spalle, ma l'imbottitura della
Buick sembra seguire ogni suo movimento. Con uno sforzo
si stacca deciso dallo schienale; ora sta quasi curvo in avanti,
rigido. «Mi permetta di farle notare,» dice infine molto
lentamente ma a voce ben chiara, «che la cosa è assolutamente
impossibile. Tale transazione non è soltanto in assoluto
contrasto con tutte le direttive del governo militare,
ma contraddice a ogni norma di elementare buon senso
e di sensibilità civica.»
La macchina passa rapida attraverso il cancello aperto
del campo 7 e va a fermarsi, con una perfetta frenata proprio
davanti all'ingresso degli uffici.
Il motore tace improvvisamente. Il tenente Colman resta
comodamente seduto al suo posto di guida, immobile come
una bambola.
Nel silenzio assoluto la voce di Keller dice: «Mi assumo
io ogni responsabilità in merito, signor Gernsbach. Sono io
qui che rappresento il governo militare. La sua cosiddetta
sensibilità civica in questo caso non c'entra per nulla.» Ora
la voce di Keller è del tutto impersonale e suona come un
ordine dato da un altoparlante.
Keller apre la larga portiera e dice: «Prego.»
Gernsbach scende meccanicamente. Vuol parlare ancora
con Keller, dare altre spiegazioni, portare altri motivi, si
sente in obbligo di essere ancora più esplicito.
Ma Keller lo previene. «Si tratta di un caso chiarissimo,
Gernsbach. So benissimo quello che voglio. E non dimentichi
che il mio raggio d'azione è molto vasto.»
Keller richiude lo sportello e si lascia ricadere sullo
schienale imbottito; Gernsbach si ritrova solo, isolato. Esita,
poi fa un passo avanti, verso la macchina.
«Caro Gernsbach,» gli dice Keller dall'interno della
vettura, «lei non deve pensare che la sua posizione di perseguitato
politico le dia l'appalto di tutto l'antifascismo.»
E poi, rivolto a Colman: «Vada avanti, tenente. A casa
mia. Devo ancora cambiarmi.»
La Buick emette un urlo lacerante, da animale ferito.
Colman gira tutto il volante. Dopo una curva molto stretta
l'auto infila nuovamente il cancello e lascia il campo 7.
Gernsbach la segue con lo sguardo. A lungo. Vede soltanto
un nuvolone di polvere che inghiotte l'automobile
e i suoi occupanti.
Lo spiazzo erboso che divide il blocco B dal blocco C non
è più grande di un campo di calcio. Una rete di filo spinato
lo divide a metà.
Qui gli internati passano il loro tempo libero, seduti a
piccoli gruppi o passeggiando o fermi a chiacchierare. Non
è uno spazio piccolo, ma per le parecchie centinaia di uomini
che vi si trovano non è sufficiente. Perciò si sono stabilite
delle regole abbastanza precise: quelli che vogliono star seduti
devono mettersi negli angoli, quelli che stanno in
piedi devono soffermarsi lungo i lati o al centro dello spiazzo
in modo da lasciare spazio sufficiente a chi vuol camminare
e gira in tondo come le sfere di un orologio.
Nell'ora che precede il pasto serale, questa specie di
arena è affollata. Le ondate degli internati si susseguono fitte,
una dopo l'altra, schiacciando l'erba del prato. Mille discorsi
ribollono in questo immenso pentolone, esca alle
chiacchiere che proseguono poi nella serata.
Laffrentz, che ha trovato la camerata quasi deserta, senza
traccia di Hauser, compare sul vialetto che conduce al
prato. Si guarda in giro, come una gallina dal suo posto
di cova. Scopre per primo il tenente colonnello Mangel
che passeggia in cerchio con il barone von Hagen. Dietro
vede Kurtz, l'architetto, e Trost, il meteorologo del comando
supremo.
Mangel sta dicendo: «Non c'è dubbio alcuno che la
guerra sul fronte russo è stata perduta come diretta conseguenza
del mancato ampliamento e potenziamento delle vie
di comunicazione e in particolar modo della rete ferroviaria.
Sarebbe bastato raddoppiare il numero degli effettivi
nei battaglioni addetti alle costruzioni ferroviarie, rinforzati
dalle popolazioni locali, come avevo fatto presente
a suo tempo in un memoriale, e non solo sarebbe stato possibile
ridurre tutte le linee più importanti di comunicazione
allo scartamento delle ferrovie tedesche, ma si sarebbero
potuti addirittura installare binari doppi su tutte le arterie
strategicamente fondamentali.»
«Probabilmente non era disponibile materiale umano
sufficiente,» commenta von Hagen. «Eravamo, se così mi
è consentito dire, biologicamente troppo deboli.»
Kurtz interviene: «Non riuscivamo più a tenere il passo
con il lavoro, prima ancora che cominciasse tutto quel
putiferio.»
«Quanto alle condizioni del tempo,» interloquisce Trost,
«ovviamente erano molto più sfavorevoli per noi che per i
russi. Quelli al freddo ci sono abituati.»
«Sono fermamente convinto,» riprende Mangel, «che
all'origine di tutti i mali ci fu, oltre a uno spaventoso caos
nelle disposizioni, una totale mancanza di criteri fondamentali.
Lo stato maggiore era diventato un semplice esecutore;
non ebbe mai, come sarebbe stato necessario, funzioni
di organo coordinatore. La riduzione di un quinto, o anche
solo di un sesto di quell'idrocefalo della Luftwaffe, sarebbe
bastata a garantire un aumento di quasi il cento per cento
della capacità operativa dei servizi di rifornimento, specialmente
di quelli ferroviari, elemento questo che non esito a
definire decisivo agli effetti della conduzione delle operazioni
militari.»
Lavorando di gomiti Laffrentz si intrufola nel gruppo.
«I signori hanno visto per caso il signor Hauser?»
«No, ma probabilmente sarà al solito posto, all'estremità
del campo, vicino al filo spinato.»
«Che cosa vuole da lui? Lo lasci in pace. Quel porco
è fuori di sé.»
«L'espressione che lei ha usato, signor Kurtz,» fa Mangel
in tono di rimprovero, «non mi pare davvero opportuna.»
Kurtz tace e sorride. Ma Laffrentz è tutto agitato. «Ci
sono cose che non devono essergli tenute nascoste. È dovere
di un camerata metterlo al corrente.»
«Quando lei comincia a parlare di cameratismo, Herr
Oberregierungsrat, divento subito diffidente,» dichiara
Kurtz.
Con un gesto di invito Mangel esce dal flusso di quelli
che camminano in tondo e si avvia verso un angolo. Gli
altri lo seguono automaticamente. Laffrentz si affretta a
mettersi al centro del gruppo che gli si forma intorno.
«Signori,» esordisce, «ci sono dei doveri ai quali non ci
possiamo sottrarre.»
«Specialmente quando offrono l'occasione di seminare
zizzania,» commenta Kurtz.
«Sarebbe comunque opportuno, signor Laffrentz, che lei
avesse la bontà di portare dei fatti, dei dati concreti,» propone
il barone von Hagen.
E Kurtz di rincalzo: «Su, Laffrentz, sputi quello che ha
nel gozzo.»
Laffrentz atteggia il suo grasso faccione a preoccupazione
e corruccio. Ansima un po' come se fosse carico di
un greve fardello.
«Quell'Hauser non mi piace,» dichiara infine. «È oppresso,
teso, è chiaro che non è più padrone dei suoi nervi.
E questo mi preoccupa molto, signori miei. Che cosa pensano
che ne possa derivare? Chiunque altro avrebbe una crisi
di disperazione, una cosa molto penosa, certo, ma senza gravi
conseguenze. Ma Hauser è un duro. Un uomo come lui non
si lascia mettere a terra tanto facilmente. Per me è capace
di fare un gesto disperato! Di.combinare qualche pazzia.
E diventare così maledettamente pericoloso per tutti.»
«E lei sa le ragioni di questo comportamento?» domanda
Mangel.
«Un caso chiarissimo,» afferma Laffrentz con convinzione.
«Una faccenda di donne, naturalmente.»
«Cerchi di spiegarsi meglio.»
«Non c'è niente da spiegare. Sua moglie se la fa con
un americano. Tipico matrimonio che va a rotoli.»
«Non ci credo,» replica Mangel. «Ho visto sua moglie
questa mattina stessa. È passata accanto alla barriera di
filo spinato e ha cercato di comunicare con lui.»
«Lo so,» afferma Laffrentz, rifiutando l'interruzione.
«Una sentinella americana ha anche sparato un colpo, tanto
per fare un po' d'atmosfera. Lei lo ha salutato alzando
il braccio, poi se n'è andata ed è corsa a gettarsi nelle braccia
del suo americano. E sanno lorsignori chi è l'eletto?
Lo do a mille. Provino a indovinare. Be'? Certo, impossibile
arrivarci, signori miei. Ebbene, nient'altro che il nostro
comandante capitano Keller. I due sono stati visti insieme.
In colloquio molto intimo. Mi è stato confermato da testimoni
di tutto riposo.»
«Signor Laffrentz, lei farebbe bene a dimenticarsi di tutta
questa storia. Il più presto possibile. Non è un soggetto
di conversazione.» Mangel cerca di allontanarsi per riunirsi
a quelli che passeggiano.
«Perché?» domanda Laffrentz. «Il suo ragionamento è
del tutto sbagliato. Lui deve venirlo a sapere. Ora si sta
tormentando nell'incertezza, per questo è così inquieto. Noi
gli chiariremo la situazione e si calmerà.»
Fra lo stupore generale il barone von Hagen esprime lo
stesso parere. «Se le cose stanno così e vi sono prove concrete
e ineccepibili, forse è preferibile non mettere la cosa
a tacere, ma portarla a conoscenza del signor Hauser con
tutto il tatto possibile. Più di una volta ho potuto constatare
nella vita che pietose esitazioni possono portare a conseguenze
catastrofiche.»
«È come dal dentista,» semplifica Trost. «Quanto prima
ci si decide a strappare il dente, tanto meno si soffre.»
«Ma di che cosa sono capaci le donne!» esclama sinceramente
sbalordito Kurtz. «Roba da non credere! Noi siamo
qui isolati in questo schifo di posto e loro ti mettono un
altro nel nostro letto!»
«Ma lei non può generalizzare,» lo ammonisce Mangel.
«Esistono naturalmente questi episodi riprovevoli. Ma
sono eccezioni, casi limite.»
«Che però succedano è dimostrato,» dice Laffrentz con
calore. «Non c'è niente da fare. Pensi un po' a Wandhausen;
era direttore alla IG-Farben, sezione esplosivi. Sua figlia lo
ha rinnegato - per iscritto, signori miei - e si sposa oltremare.
Per amore, gli ha mandato a dire. Quel povero vecchio
ha pianto come un cane. Il guaio è che l'aveva sculacciata
troppo poco, quella puttanella. E la moglie del capo della
polizia di Francoforte? Non si è fatta buttare nell'erba da
una sentinella quasi sotto i fari, a un centinaio di metri dal
consorte, forse per eccitarsi meglio? Be'? Non è andata
così? Del resto gli è stata bene a quell'individuo! Così impara
a sposare la segretaria!»
«Credo che questi esempi siano sufficienti,» dice il barone
von Hagen. «Del resto ecco là il signor Hauser. Si
è messo a sedere in un angolo al sole.»
«Ottimo,» esclama Laffrentz. «Allora andiamo da lui
e gli spieghiamo come stanno le cose.»
«Ma con il dovuto tatto, mi raccomando.»
«Ci penso io,» fa Laffrentz con convinzione. «Lasci fare
a me. Le questioni particolarmente delicate sono sempre
state la mia specialità.»
Laffrentz si stacca dai compagni, traversa la folla degli
internati che si muove come una grande corrente, avanzando
come se remasse. Gli altri lo seguono.
Laffrentz vede Hauser seduto sull'erba. Ha le gambe raccolte
contro il corpo, e le ginocchia quasi toccano il mento
massiccio. La testa è protesa in avanti, gli occhi chiusi, i
lineamenti immobili. A vederlo così sembra privo di vita.
Laffrentz gli si mette davanti e gli altri si dispongono ai
lati. Hanno il sole alle spalle e così lo intercettano ad Hauser
che di colpo spalanca gli occhi e sbatte le palpebre. La
luce gli fa male. Poi li richiude brevemente, ma quando li
riapre si vede davanti il gruppetto dei compagni, con i loro
abiti sformati. «Disturbiamo?» domanda Laffrentz.
«Sì.»
«Volevamo soltanto dirle,» comincia Laffrentz cordialmente,
«che lei fa male a preoccuparsi per sua moglie.»
«Ah,» fa Hauser.
«Non se lo merita proprio. Lasci perdere. È andata
così... non ci pensi più.»
Hauser si alza e si erge davanti a loro in tutta la sua altezza.
Sovrasta di una buona testa il grasso Laffrentz. «Che
cosa intende dire?»
«Che sono cose che capitano.»
«Che cosa capita?»
«Non complichi la vita a noi, e anche a sé, signor Hauser.
È stata vista oggi nel pomeriggio con il capitano Keller.
Faccende intime.»
«Ma di chi sta parlando?»
«Di sua moglie, naturalmente.»
Hauser fa un passo avanti e va quasi a sbattere contro
la pancia prominente di Laffrentz. «Vorrei sapere,» dice
con voce minacciosamente bassa, «a lei che cosa importa.»
«Ma su, andiamo!» butta là Laffrentz e si tira leggermente
indietro. «Noi vogliamo soltanto esserle d'aiuto.»
«In che modo?»
Laffrentz è confuso, un pochino soltanto, ma sbatte la
bocca, la apre, la richiude e non sa bene cosa dire. Si guarda
in giro perplesso e vede soltanto facce che esprimono disinteresse,
scontento e anche disgusto. Ma come? Non ha fatto
bene la sua parte? Si volto di nuovo verso Hauser.
Hauser dice con voce soffocata: «Non mi venga a seccare
con le sue sporche storie, Laffrentz. Che cosa ne sa lei?»
E poi, con aria trasognata, quasi facendo coraggio a se
stesso, dice ancora: «Forse deve essere così. Chi può dire
che cosa c'è dietro? Chi può sapere perché succede?»
E volta le spalle a tutti quanti, li pianta in asso. A lunghi
passi si allontana tra il brulichio dei corpi. Si fa strada.
Scompare nella folla. Non lo si vede più.
«Lei mi sembra proprio un perfetto idiota, Herr
Oberregierungsrat,» dice Kurtz. «È il meno che si possa dire.»
Verso le sei del pomeriggio di solito Sylvia ha finito il
suo lavoro. Come ultimo compito deve controllare quali
sono gli uffici che proseguono il lavoro oltre l'orario normale.
È la prima cosa che Keller vuol sapere ogni mattina, con
tutti i dati e le motivazioni relative.
L'ufficiale di servizio la informa: «Tutti gli uffici cessano
il lavoro, salvo la Special Branche del servizio di denazificazione,
dove il signor Gernsbach deve portare a termine
un incarico speciale.»
Sylvia Meiners telefona a Gernsbach. «Ha molto da fare?
Vuole che rimandiamo la serata a casa sua? - Harte mi
ha telefonato poco fa invitandomi a suo nome. È vero? -
C'è qualcosa che non va? - Bene. Tanto meglio per lui.
Ma certo che vengo. Naturalmente se mi promette di farmi
vedere il più possibile dei suoi lavori. - Come? Nel suo ufficio?
Va bene, vengo subito.»
Sylvia Meiners posa il bicchiere con aria preoccupata. Che
ha Gernsbach? Preoccupazioni? Difficoltà? E chi ne è senza!
Chiude bene l'armadio, copre la macchina da scrivere, fa
scattare la serratura che blocca i cassetti della scrivania
dove sono le carte. Poi si guarda intorno passando ogni cosa
in rassegna: è tutto chiuso.
Esce in corridoio; la luce della sera incombente cade
attutita sui muri piastrellati. Che senso terribile di solitudine.
Non c'è al mondo luogo più solitario e deserto di
un palazzo d'uffici vuoto.
Sylvia si avvia a passo rapido. Bussa alla porta dove sta
scritto «Special Branche - Rolf Gernsbach» e poi entra,
senza aspettare risposta.
La stanza è spoglia, quasi nuda. Non un quadro alle
pareti. Dal lato delle finestre un primitivo tendaggio grigio-verde.
In un angolo una cassaforte, contro una parete
un armadio in cui sono raccolti tutti i dossier. In mezzo
alla stanza una scrivania, dietro alla quale siede Rolf
Gernsbach. Davanti alla scrivania una seggiola, su cui
ora siede Sylvia Meiners.
«Che cosa c'è, Gernsbach?» domanda Sylvia.
«Stia a sentire: mister Keller pretende che io ceda l'albergo
del "Cavallino Bianco" alla signora Brigitte Hauser.
A Brigitte Hauser! Be'? Non le dice niente questo nome?»
Sylvia fissa il viso intelligente di Rolf Gernsbach, che in
quel momento ha un'espressione perplessa, quasi sgomenta.
Un viso carico di stanchezza e di dubbio. Come hanno
potuto dare a un uomo come lui un incarico del genere?
«Mi capisce, Sylvia?»
«Certo,» risponde la ragazza calma. «Credo di capire.»
«Allora capirà anche che qui io non posso più starci,
che non posso collaborare, che finisce qui. Proprio qui!»
«Così vuole andarsene?»
«Sì. Non c'è altra soluzione. A questo punto il mio lavoro
qui non ha più senso.»
Sylvia fissa l'armadio spalancato, da cui i fasci di carte
sembrano traboccare. «Se lei se ne va, Gernsbach, verrà
un altro al suo posto e preparerà i documenti richiesti
dal capitano Keller senza la minima obiezione.»
«Che lo faccia pure,» esclama Gernsbach e respinge le
carte che ha davanti: la pratica riguardante il "Cavallino
Bianco", l'unica rimasta sul tavolo. «Basta che se ne assuma
la responsabilità.»
«Ma lei,» ribatte Sylvia, «questa cosiddetta denazificazione
come se l'era immaginata? Pensava forse di sedere
dietro una scrivania e firmare documenti, senza difficoltà,
senza incontrare resistenze?»
«Sylvia, lei sa che ci sforziamo di lavorare lealmente, con
serietà. Lei conosce i contraccolpi, gli insuccessi che abbiamo
avuto. Ma questo ordine di Keller è più di quanto
io possa accettare. A questo punto mi pare che nulla più abbia
senso.» La fissa negli occhi. «Nulla.»
«Lei è molto stanco, Rolf. Perché non si ribella? Si opponga,
pianti una grana, da uomo che non cede. Qui in
Germania ci sono dei conti da regolare. E siamo noi che
dobbiamo farlo, soltanto noi! Che cosa pretendiamo, che
gli americani si assumano il nostro lavoro? Si aspetta che si
comportino da tedeschi più di noi? Lei sa molto bene che
cosa vuole. E Keller non è l'America. E allora si butti, vada
dritto al suo scopo. Se necessario... anche contro Keller.»
Gernsbach ha deposto la matita che teneva in mano,
e fissa Sylvia negli occhi, in quegli occhi grandi e limpidi
che gli sembrano in quel momento più grandi e limpidi
che mai.
«Lei è una donna coraggiosa, Sylvia.» Si china verso di
lei, sopra la scrivania, sfiorando il contratto del "Cavallino
Bianco" che ha davanti. «Ma c'è qualcosa su cui la invito
a riflettere, Sylvia. La Germania è a terra ed è molto stanca.
Tutti sono stanchi. Chi è stanco di essere trascinato,
chi è stanco di trascinare. La guerra ha spezzato gli uni
e gli altri. Noi - la gente come noi! - ha forse ancora una
possibilità di salvezza, ma se non possiamo contare sull'aiuto
dall'esterno siamo perduti, perché non abbiamo alcun
potere.»
«Ma lei è tutt'altro che un uomo finito, Gernsbach. Vorrei
chiederle ancora una cosa: conosce esattamente le intenzioni
di Keller a proposito di questa cessione?»
«Le pare che le sue disposizioni non siano chiare abbastanza?»
Lo sguardo di Sylvia si abbassa sul foglio che sta sulla
scrivania. Gernsbach lo ha spinto in disparte ed ora è
proprio davanti a lei. Allunga il braccio e posa la piccola
mano sulla copertina rossa del dossier.
Gernsbach osserva le dita sottili, vede che la mano risospinge
lentamente il fascicolo verso di lui.
«Ne parli con Harte. In tutta sincerità. Forse lui può
capirla... ne sono quasi sicura. Cerchi comunque di opporsi,
a qualunque costo. Si mantenga fermo nel suo rifiuto. E se
non c'è altra strada, veda di scavalcare Keller. Dopo tutto
lui non rappresenta l'ultima istanza. Non vorrà farsi battere
da una donna come la signora Hauser? Proprio da quella!»
«Lei crede che Harte...»
«Non lo so,» risponde Sylvia in fretta, «non lo so proprio.
Alla fine ci si ritrova sempre soli con i propri problemi.»
«Ah,» esclama Gernsbach amaro, «a volte ho la sensazione
che si dovrebbe dare un taglio netto, radicale a
tutti questi problemi.» Posa la mano sul fascicolo. «Buttar
via tutto! Sradicare tutto!»
Sylvia Meiners sorride. «Ci sono davvero soltanto due-
possibilità: obbedire o uccidere!»
L'appello serale ha luogo alle diciannove e ha funzione
di puro e semplice inventario numerico.
Alle diciannove in punto gli internati di tutti e tre i
blocchi hanno l'obbligo di allinearsi nei cortili interni degli
edifici. In silenzio e tenendo un contegno irreprensibile.
Suddivisi in quadrati di cento su file di dieci. Tutti rivolti
in una direzione, con un capofila in posizione perfetta.
Fra un quadrato e l'altro tre passi di distanza.
Per essere pronti alle diciannove, bisogna cominciare a
prepararsi almeno alle diciotto e trenta. Da che parte inizi
a contare l'americano di turno, non lo si può prevedere,
cambia ogni giorno. Il più delle volte l'appello comincia
dal blocco A, ma può benissimo toccare al blocco C. È già
accaduto che abbia cominciato dal B, setacciando prima
le infermerie e passando poi a casaccio da un blocco all'altro.
Se l'appello lo fa il sergente americano, il più delle volte
la faccenda va avanti rapidamente, senza sprecar parole. Ma
se tocca al tenente Colman, non si può mai sapere. Colman
ha sempre tempo, molto tempo, e una costanza incredibile.
Perciò i capicamerata cominciano a chiamare i loro
uomini verso le 18,15 e i richiami passano di corridoio in
corridoio, raccolti con premuroso zelo dai capigruppo, e
se nello spazio di otto, dieci minuti tutti gli uomini non hanno
abbandonato le camerate, i singoli responsabili possono
passare momenti sgradevoli.
Abbandonare la camerata non vuole dire per altro essere
già pronti per l'appello. È proprio a questo punto che la
coda degli internati si addensa più fitta davanti ai gabinetti.
E col passar dei minuti gli uomini in attesa si fanno più
impazienti. Il poeta delle SA Otto Faust, incapace evidentemente
di rispettare il codice di cortesia che, pur non scritto,
dovrebbe essere in vigore fra gli internati, si trattiene
troppo a lungo e viene violentemente criticato. Il Gauamtsleiter
Steinbrecher invece è lodato all'unanimità per la rapidità
con cui sbriga le sue faccende.
Hauser si è messo intenzionalmente in coda proprio alle
spalle di Laffrentz. «Vuole'aspettarmi un momento?» gli
domanda.
Laffrentz è colto di sorpresa e resta molto stupito. Non afferra
subito che cosa si vuole da lui. La richiesta gli giunge
troppo inattesa.
«Ehi, dai, sbrigati,» grida una voce in fondo alla fila.
«Quando abbiamo finito scendiamo insieme,» propone
Hauser. E Laffrentz annuisce con un cenno.
Aspetta Hauser davanti alla porta dei gabinetti. La folla
degli internati gli passa davanti come una marea, i passi
rimbombano con gran strepito lungo il corridoio, giù per
le scale, oltre il portone, fino in cortile.
Infine Hauser lo raggiunge. «Non se le avuta a male,
per quello che ho detto prima, vero?»
«Ma cosa pensa!» risponde Laffrentz magnanimo.
«Vede,» spiega Hauser e si affretta a passare alla sinistra
di Laffrentz, cosa che l'altro registra con soddisfazione.
«Ciò che lei ha detto prima, mi è arrivato... come dire,
un po' di sorpresa. Mi intenda bene, non la cosa in sé, ma il
fatto che fosse già nota a tutti.»
«Ah,» fa Laffrentz e comincia a sentirsi pieno di interesse,
«le cose stanno così.»
Hauser apre la porta e lascia il passo al compagno. «Può
darmi dei particolari?»
«Potrei certo,» risponde Laffrentz senza però impegnarsi.
«Sono disposto a cederle la mia razione di pane di domani
mattina.»
«Ma no, non è necessario.»
«E perché no? Gliela do volentieri.»
«Se proprio crede di poterne fare a meno...»
«Certo che ne faccio a meno.»
«Va bene. Perché non dovrei farle questo favore?»
Arrivano in cortile, che brulica di folla, dove si formano
lunghe file che poi si suddividono in gruppi di dieci. I
capicamerata fanno rapporto ai capigruppo e questi passano
le cifre ai capiplotone, che a loro volta riferiscono al
loro diretto superiore equivalente pressappoco a un comandante
di compagnia; così infatti viene chiamato. I due
comandanti di compagnia calcolano, conteggiano e confrontano
le cifre con i più anziani del blocco, cui spetta
il titolo di comandante di battaglione, e tutti insieme, chini
sulle loro liste, compongono lunghe colonne di numeri.
Nel frattempo i loro sottoposti inquadrano gli uomini in
formazioni di dieci per dieci. Laffrentz e Hauser vengono
a trovarsi gomito a gomito.
Finalmente tutti i preparativi sono terminati e gli uomini
sono ben allineati, undici quadrati di dieci per dieci
più un dodicesimo quadrato incompleto.
«Quali sono i particolari che lei conosce?» domanda Hauser con voce soffocata.
«Tutti,» afferma Laffrentz con l'orgoglio di chi è informato.
«E da dove le vengono tutte queste informazioni?»
«Conoscenze.»
«Fra gli americani?»
«Ma cosa le viene in mente! Quei porci... a calci nel
sedere bisognerebbe prenderli.»
«Perfettamente d'accordo.»
Il comandante di compagnia si allinea. Il comandante di
battaglione esamina ancora una volta la disposizione degli
uomini, passando con aria marziale davanti ai quadrati;
non per niente a suo tempo comandava una formazione dell'Arbeitsdienst,
alta gerarchia. Si volge a Kurtz e gli grida:
«Vada a mettersi a capofila,» mentre Kurtz sta cercando di
mettersi al riparo.
Kurtz dice tra i denti: «Coglione.»
«Com'è andata, allora?» domanda Hauser in un sussurro.
Il comandante di compagnia, che ha già ordinato il silenzio,
gli grida: «Ma non possono stare zitti?»
«Ma noi siamo zitti!» ribatte Hauser seccato. «È lei
che grida troppo forte.»
Alcuni ridono. Ma la maggior parte se ne sta lì apatica
e aspetta. Il comandante di battaglione protende il suo naso
da pinocchio. «Se non si comporta disciplinatamente, le
faccio rapporto.»
«È un bel porco!» commenta Laffrentz a voce bassa.
Hauser guarda di sbieco Laffrentz che se ne sta lì grasso
e immobile, il collo tutto pieghe abbassato sul petto come
se stesse per addormentarsi. Che cosa sa quell'uomo di Brigitte?
Che cosa fa quella donna? E quali mire persegue con i
suoi traffici? È furba, astuta, lo sa benissimo: è senz'altro
possibile che stia sfoggiando tutte le sue arti diaboliche per
aiutarlo.
Quando l'appello sarà terminato vedrà di saperne di più.
Ma se soltanto si sbrigassero! Lì si vive davvero al
rallentatore. Aspettare all'infinito sembra l'occupazione principale.
Ma lui non può, non riesce. Si sente un gran formicolio
nelle dita; ma non c'è nulla a cui le dita possano aggrapparsi.
Il sole del tramonto illumina il cortile interno del blocco
C. Le ombre che getta sui muri sono lunghe e hanno contorni
vaghi, sfumati. Gli internati sono in piedi da quarantacinque
minuti. Cominciano a sentirsi le ginocchia molli,
le mani penzolano lungo i fianchi; persino la pancia di
Laffrentz sembra più cascante del solito.
«Pronti,» grida il comandante di battaglione. «Arrivano
gli americani.»
Nelle file serpeggia un certo movimento. Gli uomini
si mettono in posizione e controllano che le file siano perfette.
«Pronti!» grida ancora il comandante di battaglione.
«Attenti!»
Gli internati battono i tacchi, si drizzano sul busto, il
petto leggermente in avanti, le ginocchia unite, le dita allungate
e ben tese là dove dovrebbe esserci la cucitura dei
pantaloni. Il generale Kuhler, in prima fila nel quadrato
sette, offre ogni volta uno spettacolo particolarmente imponente;
sembra la statua di pietra di un antico guerriero.
Il tenente Colman avanza ciondolante, seguito da ABC, il
piccolo legnoso sergente. Dietro di loro il comandante tedesco
Reiter. Due sentinelle americane con le pistole mitragliatrici
scortano il corteo fino al cancello, dove si fermano
in posizione di attenti.
Colman fa un cenno a Reiter, Reiter e il comandante di
battaglione si vengono incontro. Il comandante di battaglione,
in perfetta posizione militare, fa la sua comunicazione.
«Guarda un po' che arie si dà quel cane!» sussurra Laffrentz.
«Blocco C, 1178 internati,» dice il comandante di battaglione
a voce alta e chiara. «Nove in infermeria, tre agli
arresti, uno malato in camerata. 1165 presenti sull'attenti.»
Reiter scrive le cifre che gli vengono comunicate, poi controlla
i dati con quelli della lista del sergente. Entrambi
fanno in silenzio i loro calcoli mentre il comandante di battaglione
si mette in posizione di riposo.
Giocherellando con il frustino, Colman esamina la barriera
di filo spinato, ma lo fa con occhio disattento, quasi guardasse
nel vuoto, del tutto indifferente. Il sergente vuol cominciare
la conta degli uomini, passando da un quadrato
all'altro.
«Stop,» fa Colman con indifferenza. «Manca un uomo?»
«È rimasto in cuccetta, malato. Un po' di febbre.»
«Venga giù,» dice Colman e con l'estremità del frustino
batte sul palmo aperto della sinistra, dopo aver dato una
rapida occhiata all'orologio da polso. Sono le 19,20. La sua
ragazza viene a prenderlo al cancello esterno del campo
solo alle 20. Ha dunque ancora quaranta minuti buoni da
far passare.
Reiter fa un cenno al comandante di battaglione e quello
sceglie in gran fretta due uomini, perché vadano a prendere
il febbricitante. Gli internati restano immobili.
«Oggi vuole fare di nuovo un po' di spettacolo,» sussurra
Laffrentz.
«Silenzio e attenti,» grida il comandante di battaglione.
Come va per le lunghe, pensa Hauser e tiene gli occhi, che
gli si chiudono dal sonno, fissi sulla nuca dell'uomo davanti
a lui; vede capelli lunghi, dal taglio irregolare, un centimetro
di pelle tutta pieghe, un colletto sudicio che batte contro
la nuca. Si chiede se davvero può contare completamente
su Brigitte. È la domanda che gli martella in testa, che
continua a ripetersi. Come una luminosa gli si riaccende
continuamente nel cervello: Brigitte. Che cosa farà? Che
cosa farà per lui?
Il malato viene trasportato giù e messo in fondo all'ultima
fila del dodicesimo quadrato. L'uomo barcolla un poco,
senza mettersi sull'attenti, con il busto leggermente piegato
in avanti.
Ha gli occhi smorti e al tempo stesso lucidi di febbre,
tiene le dita un po' rattrappite; è evidente che gusta con
estrema voluttà questa specie di martirio.
Colman inizia la conta degli internati passando lungo la
prima fila e sfiorando con la punta del frustino il petto
di ciascuno. Poi, contati i dieci davanti, si dirige in profondità,
sempre distribuendo colpetti leggeri sul braccio
esterno del primo della fila. Dieci per dieci fa cento. E
questo per undici volte.
Poi rimane il risultato del dodicesimo quadrato. E questi
vengono registrati con calma, uno dopo l'altro. Contati.
Come teste di cavolo al mercato.
E intanto gli internati se ne stanno lì immobili o quasi.
Rassegnati. Una merce da contare tanto al pezzo.
Infine Colman si porta al centro dello spiazzo, fa un cenno
indolente della mano a Reiter. «Gli ordini,» dice.
Reiter raddrizza le spalle, spiega un foglietto e legge a voce
altissima, udibile fin negli angoli più lontani della caserma:
«Disposizioni del comando del campo 7.
Con decorrenza immediata è proibito nel modo più assoluto
agli internati di avvicinarsi al filo spinato. La distanza
minima consentita è di due metri. Grida o richiami oltre
il filo spinato sono severamente proibiti.
Tutte le sentinelle hanno ricevuto ordine di sparare immediatamente
e senza preavviso contro chiunque trasgredisca
a questi ordini.
firm. Keller, captain U. S. Army.»
Hauser sente la bocca riempirsi di un gusto amaro e
vischioso. Ascolta l'annuncio letto da Reiter con crescente
agitazione. Istintivamente sente che questi ordini sono
soprattutto per lui. Un ammonimento per lui. Forse anche
una sfida.
Nella sua eccitazione si mescola anche un certo orgoglio:
lo prendono sul serio, si sono accorti che lui è qualcuno!
E Brigitte? Significa forse che non ha ottenuto niente? Oppure
che non ha ancora ottenuto ciò che voleva? Questi
ordini sono stati impartiti prima del suo personale intervento?
«Questa è grossa,» dice, come pensando a voce alta, e la
voce risuona relativamente udibile.
Laffrentz, sempre felice quando può versare olio sul
fuoco, gli dà subito corda. «Una vera porcheria, come tutto
quello che combinano questi disgraziati.»
Colman allunga lo sguardo verso di loro. Fa un paio di
lunghi passi, solleva il frustino e lo punta inequivocabilmente
verso Hauser, poi dice a Reiter che gli si è fatto subito
a fianco: «Annotare.»
Reiter fissa Hauser, che sta lì grande e grosso, un po' pallido
e con i lineamenti contratti; muto e con uno sguardo
interrogativo.
Brutta storia, pensa Reiter mentre con gesto automatico
si leva di tasca un taccuino di appunti. E proprio ad Hauser
doveva toccare! Proprio a lui che è già in una situazione
così precaria. Un altro si beccherebbe un ammonimento,
forse anche una nota scritta da allegare agli atti; alla peggio
una lavata di testa e tutt'al più una giornata di arresti.
Un altro... già. Ma non Hauser. Per lui tutto ha un peso ben
diverso, per lui la più piccola mancanza può trasformarsi in
un'aggravante. Maledizione, pensa Reiter, non vorrei davvero
essere nei suoi panni!
Reiter prende il taccuino e impugna la matita. Stacca
gli occhi da Hauser e il suo sguardo, cade su Laffrentz che
gli è accanto, largo e debordante. Laffrentz, quel porco insolente
e sfacciato! Sulla sua faccia molle si dipinge una
curiosità viscida, vogliosa; gli occhietti immersi nel grasso
luccicano di attesa, la bocca è semiaperta, le labbra bagnate
dalla saliva che gli si accumula agli angoli della bocca.
E allora Reiter, seguendo un impulso improvviso, senza
fermarsi a riflettere, scrive «Laffrentz» sul taccuino.
Laffrentz. Poi strappa il foglietto e lo porge a Colman.
L'americano legge il nome di «Laffrentz». Poi commenta:
«È già molto che non si chiami Shakespeare,» e ride.
Se adesso Colman non fa altre domande va tutto liscio,
pensa Reiter. Il pericolo è molto limitato. Colman ha un
vocabolario ridottissimo, dice soltanto lo stretto indispensabile,
e anche quello non sempre. Domani poi Laffrentz
potrà raccontare al capitano Keller tutto quello che vorrà;
Keller crederà di lui sempre il peggio. Se poi la faccenda
dovesse prendere una brutta piega - anche questo è possibile
- Reiter potrà sempre dire che si è sbagliato. Può
succedere. Dopotutto un frustino puntato così a mezz'aria
non è un segno molto preciso. Troppo facile fare un segno
così vago e poi dire: «Annotare.»
Il tenente Colman ripiega in quattro il foglietto, lo ripone
con cura nella tasca superiore sinistra della giubba e
dice: «Benissimo. Domani mattina farò rapporto al comandante.»
«Questo era l'unico lato romantico della guerra,» dice
Sylvia Meiners e indica le candele che Gernsbach ha disposto
sul tavolo del suo atelier. «Quando le accendevamo
nella nostra stanza o anche in cantina, illuminavano soltanto
il mondo che ci circondava, solo le cose che erano intorno
a noi. Il nostro mondo. Tutto il resto sprofondava
nel buio, non esisteva più. Le ombre erano come veli che
coprivano tutto.»
Harte, che si è abbandonato contro lo schienale del divano,
riemerge e allunga la mano verso la bottiglia di
whisky scuotendo la testa. Tiene in mano la bottiglia come
se fosse una bomba a mano.
«Romantico! Mi dà il voltastomaco soltanto la parola!
E per di più collegata con la guerra! Dove si fabbricano
cadaveri ogni lato romantico va a farsi friggere. Mi è capitato
di sentire un condannato a morte che ringraziava uno
dei suoi assassini, perché uscendo dalla cella aveva chiuso
la porta con garbo, senza rumore. Diceva che avrebbe potuto
anche sbatterla; e il fatto che l'avesse richiusa piano
secondo lui era già un segno di riguardo.»
Gernsbach riempie il bicchiere di Harte con una certa
prudenza. «Lei non vuol parlare di arte, non di romanticismo
e meno ancora di guerra. Mi dice che cosa ci rimane?»
Sylvia scambia un'occhiata molto significativa con Gernsbach
e propone: «Parliamo di servizio, allora.»
Gernsbach afferra a volo la proposta. «Dica un po', Harte,
anche lei è del parere che la denazificazione debba considerarsi
una faccenda commerciale su basi private?»
Harte lo guarda fisso negli occhi. «Gernsbach,» dice infine
in tono non precisamente gentile, «se lei crede che io
le faccia il favore di domandarle che cosa intende con quelli
anche, si sbaglia di grosso. Il mio orario di lavoro va
dalle nove del mattino alle cinque del pomeriggio. Dove si
trova il mio ufficio lei lo sa benissimo. Qui invece sono in
visita, in veste del tutto privata.»
Beve un lungo sorso di whisky puro, come se gli servisse
a ringoiare la collera che gli sale alla gola.
«Ma mister Harte,» interviene Sylvia, «si può almeno
dire la propria opinione su questioni di lavoro.»
Harte depone il bicchiere. «Certo, si può. Ma io non sono
questo "sì". Qui comunque no e meno che mai questa
sera.»
«Bene, bene,» replica Gernsbach, «non se la prenda.
Rispettiamo il suo riserbo. Allora parliamo di arte.»
Harte ridacchia. «Caro Gernsbach, o lei mi vuol buttare
fuori di qui questa sera, oppure ha deciso di scocciarmi con
storie di lavoro. Che lei possa trovare superflua la mia presenza
qui posso anche capirlo. Probabilmente vorrebbe stare
solo con Sylvia. Non protesti, Sylvia! Perché non dovrebbe
volerlo? Lo vorrei anch'io, se solo potessi. Ma lui vuol scocciare
me e io scoccio lui. Così siamo pari.»
«Allora va a finire che dobbiamo parlare davvero di
lavoro,» interviene Sylvia. «A quanto pare è ancora il
soggetto più innocente fra noi.»
«Allora parliamo di arte piuttosto!» dice subito Harte.
«Di arte non si dovrebbe parlare, per la verità,» replica
Gernsbach. «O la si crea o la si ammira, possibilmente in
silenzio.»
«Io ammiro Sylvia,» ribatte Harte. «Ammiro la sua
cocciutaggine. In pochissimo tempo è riuscita per ben due
volte a intavolare un argomento che io cerco accuratamente
di evitare.»
«E perché?» domanda Sylvia.
«Eccoci al terzo tentativo,» constata Harte tranquillo.
«Ma a quest'ultima domanda rispondo volentieri. Per pigrizia.
Se proprio vuole può chiamarla anche vigliaccheria. Ma
nella forma più rozza il punto è questo: non ho voglia di
occuparmi di una cosa che è arrivata a darmi la nausea.
Facciano quello che vogliono. Senza di me, però. La cosa non
mi deve riguardare, capisce? Sono stanco. Voglio dormire.»
«La capisco benissimo,» risponde Gernsbach. «Ci sono
momenti in cui non importa 'più che il mondo rimanga
com'è, in cui si ha paura di toccare anche un granellino di
polvere. A me capita spesso quando lavoro a un quadro.
Esattamente quando arrivo al punto in cui non so più se
manca ancora una pennellata o se ce n'è già una di troppo.»
«Proprio così,» dice Harte. «Il poter smettere al momento
giusto, il doversi interrompere, il voler evitare. Il
timore, soprattutto, che ciò che sta per venire possa essere
peggio di ciò che è già.»
Le candele mandano una luce morbida e dolce, che si
posa sul piano del tavolino, sui bicchieri, sui volti. Sylvia ha
un'espressione trasognata. Il riflesso caldo delle candele liscia
le rughe che solcano il volto di Gernsbach. Harte, appoggiato
all'indietro, è avvolto nell'ombra. I vetri delle finestre
mandano uno scintillio stanco, come se affondassero
lentamente nell'oblio.
Dalla penombra viene la voce di Harte. «Che cosa farebbe
lei se le fosse data la possibilità di scegliere, di decidersi
per una cosa, per una cosa qualsiasi. Ma per quella soltanto,
per una cosa che le rimarrà, che le apparterrà poi per
tutta la vita, completamente. Con sicurezza immutabile, assoluta.
Qualcosa che l'accompagnerà finché sarà al mondo. Mentre
tutto il resto rimane indefinito. Che cosa sceglierebbe?»
Gernsbach tenta di penetrare in quel gioco di ombre dietro
il quale si nasconde Harte. Sylvia fissa sorridendo il lume
delle candele. Harte sembra starsene nascosto, immobile.
«Be', lei ha il coraggio di fare una scelta? Osa impegnarsi
definitivamente?»
«È possibile scegliere in blocco?» domanda infine Gernsbach.
«La perfezione nell'arte, voglio dire. O una vita piacevole.
O il successo in politica. O cose del genere?»
«Lei può scegliere,» dice Harte e la sua voce tradisce
il sorriso.
«Difficile,» dice Gernsbach finalmente, «molto difficile.
Mi dia tempo.»
«Quanto tempo? Quattro anni? O il famoso millenario,
sotto al quale qui in Germania noi non facciamo niente?»
«Molto di più. Una vita intera.»
«E lei, Sylvia?» chiede ancora Harte. «Lei che cosa sceglierebbe?»
Sylvia, che ha ancora gli occhi fissi nel bagliore delle candele,
dice a voce molto bassa, appena percettibile: «Un
essere umano.»
«Quale?» vuol sapere subito Harte.
Sylvia alza gli occhi; li volge verso Harte, ma non riesce
a vedere altro che vaghi contorni appena accennati; poi
guarda Gernsbach. Il suo sorriso si accentua. «Ma non volevamo
parlare di cose di servizio?» dice alla fine.
Harte è leggermente confuso. Gernsbach alza gli occhi
stupito.
«Siamo dunque al quarto tentativo,» fa infine Harte,
«di portare il discorso in una determinata direzione.»
«E lei, mister Harte, che cosa desidererebbe per sé?»
si informa Sylvia che sembra ora di ottimo umore.
«Che lei la smettesse una volta per sempre di mescolare
faccende private con questioni di lavoro.»
«Benissimo,» risponde Sylvia. «Glielo prometto volentieri.
A condizione che anche lei mi prometta una cosa.»
«E cioè?»
«Domani dovrebbe venire in ufficio mezz'ora prima per
parlare con me. Questioni di lavoro.»
«E va bene. Glielo prometto. Che cosa non si farebbe
per riuscire a passare una serata tranquilla! A domani,
allora. E per questa sera basta parlare di nazi e di yankee,
di vinti e di vincitori, intesi?»
«Posso versarle ancora un po' di whisky?» domanda Sylvia,
ora molto gentile.
«Grazie.»
«Mi immagino molto bene i desideri del capitano Keller,
se gli si desse la possibilità di scegliere,» dice Sylvia
versando da bere.
«Ma la pianti una buona volta!» sbotta Harte. «Questa
è la quinta volta! Continui così, Sylvia, e la faccio volare
fuori. Ma le faccio fare uno di quei voli che domani
lei non è in grado di parlare con me, né di lavoro né di
altro. Non mi nomini quel Keller! Proprio Keller! Ma insomma,
si direbbe che le sta molto a cuore. Non ha qualcosa
di più importante a cui pensare?»
«Mio padre alla sera giocava ai birilli,» dice Sylvia.
«Una volta sono stata a guardarlo. Quando un birillo viene
colpito nel modo giusto, ne fa cadere parecchi altri. È un
linguaggio simbolico, naturalmente!»
«Signori, annuncia a voce alta e chiara ai suoi camerati
il tenente colonnello Mangel, «il nostro ospite di questa
sera sarà il professor Sperling, il celebre specialista di chirurgia
cerebrale. A quanto sappiamo egli ha condotto importanti
esperimenti anche su soggetti viventi, stranieri ed
ebrei. Questa viene in effetti indicata come la ragione
principale del suo internamento. Non dimentichiamo però
che il professor Sperling, primario della clinica chirurgica
di Buch, presso Berlino, ha effettuato interventi molto importanti
su personalità tedesche di primo, di primissimo
piano.»
«Ho sentito dire,» interrompe Trost, «che ha operato
persino il Führer.»
«Ormai si chiama semplicemente Hitler,» lo ammonisce
Laffrentz.
«Un intervento sul cervello di Adolf?» Kurtz si mostra
molto scettico. «Direi che è assolutamente da escludersi.
Di cervello Hitler non ne ha mai avuto!»
«Signori,» fa notare Mangel, «non ho la più lontana intenzione
di prendere le difese del signor Hitler. Ma mi
sembra doveroso far presente che stiamo parlando dell'ultimo
capo di stato del Grande Reich tedesco.»
«Giustissimo!» esclama Kurtz. «È stato proprio l'ultimo!»
Mangel cerca di ignorare l'osservazione e continua a istruire
i suoi compagni: «La conferenza del professor Sperling
avrà inizio ufficialmente alle ore 20, vale a dire intorno
alle 20,10 o 20,15. Luogo della conferenza sarà lo spazio intorno
al grande tavolo nella nostra camerata. Immagino che
tutti i signori vorranno essere presenti.»
«Non contino su di me,» esclama Laffrentz. «Io ho un
impegno.»
«A me non interessa,» afferma Hauser.
«Naturalmente,» prosegue Mangel in tono volutamente
premuroso, «la partecipazione a manifestazioni di questo
genere è del tutto volontaria. Devo però dire,» aggiunge,
«devo dire che ci aspettavamo un maggior senso di solidarietà.»
«Anch'io,» rimbecca Hauser che ha voglia di attaccar
briga.
«Io voglio dormire in pace,» dichiara Laffrentz. «Dalle
ore 20 in avanti. Anch'io mi appello alla solidarietà.»
«Ma che cosa ci vuol fare, Laffrentz,» interviene Kurtz.
«Venga alla conferenza. Può dormire quanto vuole. È il
miglior sonnifero!»
«Non si può impedire che la conferenza di un visitatore
venga sottoposta a delle critiche,» dichiara Mangel con
molta dignità. «Ma non mi sembra giusto che si vogliano
imporre agli altri i pregiudizi di alcuni. Comunque, i signori
che preferiscono non assistere alla conferenza, sono
invitati a fare una passeggiatina nell'orario indicato o, se
non vogliono uscire, a rimanere tranquilli nell'angolo della
finestra. Eventuali conversazioni all'interno del locale saranno
quindi cortesemente effettuate con un tono di voce
molto basso.»
Dal soffitto, proprio sopra il tavolo, pende una lampadina
che getta una luce smorta tutt'intorno. Vengono portati
seggiole e sgabelli, e i posti a sedere vengono aumentati
stendendo delle assi tra un sedile e l'altro. Mangel fa mettere
due sedie all'estremità del tavolo, una per il conferenziere
e una per sé, imbottite con delle coperte tolte
dalle cuccette.
Laffrentz si è ritirato nell'angolo della finestra e aspetta
che Hauser si avvicini. Fuma una pipetta di cui tiene accuratamente
nascosto il fornello nel cavo della mano. Aspira
il fumo con indicibile voluttà, per espirarlo poi direttamente
fuori dalla finestra.
«Ma cosa riesce a fumare lei?» gli domanda Kurtz.
«Tè,» risponde Laffrentz che non intende dare spiegazioni.
Kurtz si avvicina annusando l'aria interessato. «Hm!»
fa. «Una strana qualità di tè, direi. Io il tè non l'ho mai
fumato, ma questo mi piacerebbe provarlo.»
«Questo invece non lo fumerà,» ribatte Laffrentz con
un brontolio, «perché è la mia ultima razione. La riserva
è esaurita.» E aggiunge, incattivito: «Vada piuttosto ad
ascoltarsi le conferenze sulle malattie cerebrali. Le serviranno
di più.»
Entra nella stanza il professor Sperling, il grande specialista.
È un ometto piccolo, che sembra essersi disseccato
al tavolo di lavoro. Maniche sdrucite e lise. Un colletto
troppo largo e molto, molto sporco. I gesti sono secchi,
angolosi e svagati, come se invece di muoversi di sua iniziativa
venisse sospinto da brevi scariche elettriche.
«Può darsi benissimo,» sussurra Kurtz al meteorologo
Trost, «che costui sappia davvero come è fatto un cervello.
È chiaro però che non ha la minima idea di come lo si
adopera.»
«Ma la prego!» protesta Trost indignato. «Il professore
è uno dei nostri più grandi scienziati!»
Nel frattempo Mangel si è fatto incontro al professor
Sperling e lo saluta con una lunga ed energica stretta di
mano. Si sentono volare nell'aria espressioni come «Il nostro
cordiale benvenuto», «Grazie per l'accoglienza», «È
per noi un onore», «Sono molto lieto che lei mi offra la
possibilità...»
Infine Mangel conduce l'ospite al posto d'onore. I presenti
che intendono dimostrare il loro interesse si avvicinano
accostando sedie, sgabelli e assi.
Hauser è rimasto nella sua cuccetta. Da un quarto d'ora
è occupato a riordinare le sue poche cose; ma lo fa senza
interesse. Fra le coperte ripiegate c'è la fotografia di sua
moglie. Una piccola istantanea, sei per nove: Brigitte in
costume da bagno stesa su una coperta. La donna fissa
l'obiettivo, così che sembra fissare negli occhi di chi guarda;
e ride contenta. I capelli le ricadono sul viso. Sono un po'
in disordine, come se lui li avesse arruffati con le mani per
poi lasciarli ricadere indietro.
Hauser riflette e intanto osserva la fotografia in modo
quasi automatico. La vede posata sulla coperta marrone
della cuccetta che le dà uno sfondo scuro, intenso. Il suo
sguardo si leva oltre l'asse che fa da spondina ai piedi
della cuccetta, cade sugli uomini raccolti intorno al tavolo,
in attesa che inizi la conferenza, passa oltre, arriva fino all'angolo
della finestra dove Laffrentz sta fumando il suo
cosiddetto tè, e sembra disposto a parlare con lui di Brigitte.
Ora però Hauser non ne sente più un gran desiderio.
È molto più tranquillo. Il rincorrersi affannoso dei pensieri
si è placato. È accaduta una cosa strana: Reiter è tornato
indietro dopo l'appello della sera e gli ha detto... testualmente:
«Non si preoccupi. Non ho annotato il suo nome,
naturalmente.» Ha detto proprio così, e poi se n'è andato.
E ora Hauser si domanda perché mai lo abbia fatto.
Che cosa può avere indotto Reiter a comportarsi così? Qual
è la ragione di questo suo atteggiamento? Forse fiuta un
buon affare. Forse l'influsso di Brigitte comincia a farsi
sentire. Brigitte - Keller - Reiter - Hauser. Ecco gli anelli
della catena. O per lo meno così potrebbe essere. Altrimenti
perché Reiter...
«Signori,» dice intanto Mangel in piedi accanto all'ospite.
«Oggi abbiamo l'onore di avere fra noi uno dei più
grandi scienziati tedeschi, il professor Sperling, specialista
di ricerche sul cervello.»
I signori che stanno attorno al tavolo, per la precisione
diciannove persone, fanno un cenno di saluto verso il professore.
Memore di antiche usanze da aula universitaria,
il dottor Trost tenta di dare l'avvio a un più caloroso scalpiccio
di piedi. Sperling ringrazia con un cenno molto serio
e misurato della sua testa da uccello.
Mangel prosegue: «Il professor Sperling si è conquistato,
con le sue ricerche veramente fondamentali per la scienza,
una rinomanza che va ben oltre la ristretta cerchia degli
specialisti. Le sue operazioni gli hanno procurato una fama
internazionale. È quindi per noi un particolare onore e
una grande gioia ospitarlo e dargli il benvenuto. E con questo
gli cedo la parola.»
I due tornano a stringersi la mano con grande calore, si
direbbe con autentica cordialità. E finalmente il famoso specialista
si mette in posa per cominciare il suo discorso.
Cauto, senza dare nell'occhio, cosa che Mangel registra
con soddisfazione, Hauser si sposta verso l'angolo della finestra,
dirigendosi verso Laffrentz.
Questi gli strizza l'occhio, gli porge una minuscola borsa
di pelle e domanda a voce molto bassa: «Anche lei un po'
di tè?» Hauser annuisce, lascia scorrere un po' di tabacco sul
pezzetto di carta da giornale che ha già preparato e si
arrotola una sigaretta.
Dal tavolo viene una voce acuta, quasi cantante: «I cervelli
sono stati la mia passione fin dalla prima giovinezza.
Sezionavo i crani degli animali per metterne a nudo la
materia cerebrale.»
«Certo, certo,» fa Laffrentz pensoso e continua a tirare
dalla sua pipa. «Il cervello è davvero una cosa straordinaria,
specialmente fritto al burro.»
E dimentica di soffiare il fumo fuori dalla finestra, così
che l'odore della sua pipa ritorna verso l'interno, arriva
al naso di Kurtz che lo fiuta con aria di riprovazione. «E
poi parla di razione!» esclama l'architetto con voce soffocata.
«Quel disgraziato sbuffa come una ciminiera. Non
un briciolo di solidarietà.»
Lo specialista di chirurgia cerebrale si leva di tasca un
disegno che ha preparato con cura. Mangel, da competente,
si china interessato sul lavoro, trova che lo schizzo è geniale
dal punto di vista tecnico, ma non sufficientemente chiaro.
Trost è d'opinione che gli strati della materia cerebrale hanno
una certa somiglianza con le carte meteorologiche. Il
barone von Hagen, sempre pronto a raccogliere elementi di
interesse culturale, si mette a copiare con grande attenzione.
Kurtz annusa l'aria inseguendo il fumo della pipa di Laffrentz
e gli altri si preoccupano di fingere un vivo interesse.
«Il modo migliore per esaminare la struttura cerebrale,»
continua lo scienziato, «consiste nel congelarla e poi sezionarla
in lamelle di un decimo di millimetro.»
«Lei mi ha promesso dei particolari,» dice piano Hauser
rivolto a Laffrentz.
«Volentieri,» fa quello, disposto a parlare. «Se lei si
sente forte abbastanza, volentieri. Ma prima ci rifletta bene.
La cosa migliore è dimenticare. Con le donne è come con
la politica, mi creda. Sono tutti stadi che bisogna superare.
Ogni cosa ha il suo momento, la sua durata, ma nulla è mai
illimitato e tutto è valido solo finché dura. C'è chi lo chiama
destino, io lo definisco piuttosto capacità di esercizio.
Le donne come le convinzioni politiche vengono, si utilizzano
e poi vanno. È il corso delle cose.»
«È senz'altro possibile,» dice intanto il professor Sperling,
«isolare singole zone della massa cerebrale. La scienza
è arrivata al punto non solo di individuare i singoli centri,
ma di paralizzarli artificialmente. La scatola cranica viene
aperta, o anche solo parzialmente rimossa, onde consentire gli
interventi desiderati sulla materia grigia così messa a nudo.»
«Mi dica tutto quello che sa,» insiste Hauser. «Non mi
taccia nulla. Ogni particolare può essere di enorme importanza
per me.»
«Se proprio insiste... Ma devo dirle una cosa: si ricordi
che io voglio soltanto il suo bene! Non dia poi la colpa a
me se la sua interpretazione di quello che sto per raccontarle
con la massima obiettività dovesse portare a conclusioni
sbagliate.»
«Il cervello,» dice lo scienziato, «grazie al progresso
della scienza è ormai aperto a tutte le manipolazioni dell'uomo.»
«Ormai penso,» commenta Kurtz sbadigliando, «che
possiamo lentamente avviarci verso il sonno dei giusti.»
La piccola città in mezzo alle montagne è tutta immersa
nella chiara luminosità della notte.
«Speriamo di non finire nelle mani della polizia militare.»
esclama Sylvia tanto per dire qualcosa. «L'ora del
coprifuoco è già passata da un pezzo.»
«Possiamo permettercelo,» risponde Harte; si china un
poco verso Sylvia e si accorge che la ragazza non gli sfugge.
Le strade della cittadina sono deserte. Non un filo di luce
filtra da una finestra. Dal ritrovo degli americani vengono
brandelli di musica jazz. Qualche strada più avanti un soldato
americano ubriaco canta con voce tonante: «Let us
go...» E poi si ferma nel bel mezzo della frase.
Harte ride piano e posa una mano sul braccio di Sylvia, e
lei lo lascia fare senza segno evidente di reazione.
«Che notte luminosa,» dice la ragazza.
«È merito del campo,» risponde Harte. «Guardi verso
est. Laggiù il cielo è rischiarato da venti grandi fari che
illuminano tutta la barriera di filo spinato. Dietro ogni riflettore
c'è una mitragliatrice. E all'interno di questa corona
di luci sono ammassati quattromila uomini. Prigionieri.
Guardi verso est e capirà perché la notte è così luminosa.»
«Guardiamo verso ovest invece,» replica Sylvia con dolcezza.
Camminano lentamente, quasi esitanti, attraverso le strade
deserte, lungo i muri delle case antiche che si ergono
silenziose, chiarissime con le travi scure a vista. Nel grande
silenzio della notte i loro passi risuonano alti, rimbombano
quasi nell'oscurità.
«Strano,» dice Harte. «È tutto così strano. Questo silenzio,
Sylvia, è come un dono. Non so se lei lo capisce.
Quasi tutte le notti della mia vita sono state piene di frastuono.
Ho vissuto in grandi città, ho trascorso molte notti
nell'oscurità circondata dai fari dei lager, poi gli ultimi anni
nelle caserme, in guerra.»
«E gli ultimi mesi?»
«Rabbia, lavoro e alcool!»
«Ma perché?» domanda Sylvia a voce bassissima. «Perché
non ha mai cercato altre cose?»
Harte infila il braccio sotto quello di lei che lo lascia
fare. Continuano a camminare così, vicinissimi.
«La vita che ho dovuto fare,» dice Harte, «ha consumato
molto di me: energie, fiducia in me stesso, candore. Si perdona,
molte cose quando si passa come me attraverso la fame,
le botte, la caccia all'uomo.»
«Dovrebbe cercar di dimenticare.»
«È appunto quello che voglio!»
«Sono io che glielo impedisco?» domanda Sylvia.
Harte le stringe forte il braccio. «Io non ci so fare con
le ragazze,» dice. «Di bestiame me ne intendo, so vendere
e comprare. Anche con i delinquenti me la cavo. Persino con
i soldati me la sbrigo bene. Ma con le ragazze...»
Sylvia si stacca un poco da lui. Lui la sente irrigidirsi.
«Non vorrà dirmi che non ci sono ragazze nella sua vita,
Ted... Non me lo venga a raccontare. Cerchi di non darmela
a bere!»
«Sylvia!» Harte si ferma, la prende per le spalle e la
volge verso di sé, cerca il suo viso, ma vede solo i grandi
occhi spalancati, scintillanti. «Sylvia, che cosa pensa di me?»
«Non voglio,» dice Sylvia e tenta di sfuggire alla sua
stretta. «Non voglio essere trattata come... come le altre!»
Harte stacca le mani dalle spalle di lei e si ritrae un poco.
«Non so proprio come dirglielo,» mormora faticosamente.
«Non so neppure bene che cosa devo, che cosa posso dirle.
Mi sento così sgomento, Sylvia, così impreparato. Non vuole
aiutarmi?»
«Posso?»
«E chi... se non lei?»
E Harte vede che lei gli si accosta, lentamente, molto lentamente.
Le mani aperte di lei si avvicinano, si posano sulle
sue braccia. Il volto di lei è vicinissimo al suo, la bella
bocca socchiusa.
In quell'istante un fascio violento di luce li illumina in
pieno. I fari di un'automobile li afferrano e li strappano
all'oscurità. Si odono grandi risate.
Harte e Sylvia indietreggiano e la ragazza si volta di
scatto, volge le spalle alla luce. Harte resta immobile, sbattendo
le palpebre in quel bagliore accecante.
«Che cosa succede...?» grida Harte.
I fari si abbassano. Due omaccioni grandi e grossi si
avvicinano. Dalla penombra emergono degli elmetti bianchi.
«Polizia militare.» esclama Sylvia con voce atona.
Uno dei due soldati si dirige verso Harte. si leva davanti
a lui alto come un albero e dice: «Documenti!»
L'altro prende Sylvia rudemente per un braccio. «Vieni
con noi!» ordina.
«Stop!» grida Harte. «Che cosa significa questa storia!
Lasciate immediatamente la signorina che è con me!»
I due poliziotti ridono e si guardano un attimo. Sanno
bene come vanno queste storie. Lui protesta! Be'... e allora?
Harte si dirige verso il colosso che stringe il braccio di
Sylvia. Cerca di staccarlo dalla ragazza che si dibatte.
«Piano, amico,» dice il poliziotto e alza il randello.
Il gesto basta a schiarire completamente la testa di Harte. Li
conosce bene, lui, i metodi di questi bulli in uniforme.
Loro si attengono ai regolamenti e chi oppone resistenza
prende un sacco di botte.
Harte si toglie di tasca la carta di riconoscimento. L'altro
la prende, la guarda un po' imbarazzato alla luce dei fari e
improvvisamente sembra illuminarsi. Abbozza una specie
di saluto militare, porge a Harte la tessera e mormora:
«Spiacente!»
«Lasci andare subito la signorina,» dice Harte.
«Spiacente,» ripete il poliziotto, questa volta a voce
molto chiara. «Ma noi abbiamo i nostri regolamenti.
Per i civili c'è il coprifuoco; dobbiamo portarli dentro. E
per i civili che vengono trovati in compagnia di militari
c'è anche la visita medica. Mi dispiace.»
Harte vede il volto pallido di Sylvia alla luce dei fari.
«La signorina lavora nel mio ufficio. È la segretaria del
capitano Keller.»
Uno dei due scoppia in una risata. «Allora vi abbiamo
giusto visti al lavoro, eh?»
Ma l'altro gli dà una gomitata. «Ha un documento, signorina?»
domanda.
«No,» risponde Sylvia.
«Allora deve venire con noi,» risponde il soldato. «Al
posto di guardia.»
«Voglio parlare immediatamente col vostro ufficiale,»
dice Harte in tono energico.
«Lo farà,» risponde l'altro. «Al posto di guardia.»
Ad Harte non resta altro che seguirli senza discutere, lo
sa benissimo. «Mi perdoni, Sylvia,» dice.
«Non importa,» fa lei e gli sorride.
Salgono nella jeep. Harte insiste perché Sylvia abbia un
posto a sedere. Quanto a lui, dal momento che la jeep ha
soltanto tre posti, è disposto a viaggiare sul cofano. Ma uno
dei due soldati gli cede il posto accanto al guidatore.
Al posto di guardia tutto viene chiarito in fretta. L'ufficiale
di servizio della polizia militare conosce Harte e anche
Sylvia. Si scusa con loro, non senza un sorriso di benevola
complicità e apostrofa aspramente i suoi uomini. Poi
chiede agli ospiti - così insiste a chiamarli - di accettare
un drink, ma Harte ringrazia e rifiuta. «Capisco,» fa
l'ufficiale. «Non voglio trattenervi.»
Si ritrovano soli per la strada silenziosa.
«L'accompagno a casa,» dice Harte. «Non voglio che
capiti un'altra volta. Venga.»
«Ma lei non ne ha colpa,» replica Sylvia.
«E perché no,» ribatte Harte a voce alta. «Perché no!
È la mia vita. Non posso sfuggirle. Ad ogni angolo sta in
agguato qualcuno che - in un modo o in un altro - mi
taglia la strada. Dappertutto così! No, non c'è davvero
più posto per i cosiddetti sentimenti.»
«Ma lei è amareggiato, Ted.»
«Ne ho proprio abbastanza!»
«E perché non fa nulla per reagire?»
«Buonanotte, Sylvia, dorma bene, se può. Dorma bene
e cerchi di dimenticare quello che è accaduto questa sera.»
«Tutto?»
«Buonanotte, Sylvia.»
Poi scende la notte.
Una notte che grava sopra la città con un fiato caldo e
pesante; sopra quello squarcio che si apre fra le montagne
e in cui si annida la cittadina con una ex caserma che oggi
si chiama campo 7.
Una notte smorta e greve di stanchezza. Una notte in cui
l'aria si fa spessa, densa e concreta come un'imbottitura
di gomma. Una notte in cui sembra di affondare come in
una palude.
Quella notte Slembeck siede intorno a un tavolo nel campo
profughi, sotto una lampada che getta una luce molto
forte. Si è tolto la giacca e si è rimboccate le maniche.
La camicia aperta lascia intravedere il petto villoso,
ch'egli si gratta a intervalli regolari. Lo fa quasi sempre
con la destra, ma qualche volta anche con la sinistra che
tiene le carte, e allora si sente il fruscio del cartoncino che
raschia la pelle.
Slembeck ha il suo momento nero. Raramente gli è capitato
di perdere tanto. Il rotolo di biglietti sdruciti che
ha nella tasca dei calzoni si assottiglia sempre più.
Ora fa un gioco diverso. Prende una carta. È un asso.
«Un cento,» dice e spinge avanti una banconota.
«Bene,» fa l'uomo che gli è di fronte.
Slembeck prende la seconda carta. È un nove. «Raddoppio,»
dice.
Due gualciti biglietti da cento marchi giacciono ora sotto
il fascio di luce. Sono sporchi e strappati, come stracci in
un cumolo di immondizie.
L'uomo che tiene, come si suol dire, il banco lo ha capito:
il ventuno non ce l'ha, altrimenti avrebbe mostrato le carte
e preso il banco. Quando uno raddoppia la posta con
due carte vuol dire però che sono carte buone. Probabilmente
ha fatto venti, o diciannove.
L'uomo che ha il banco, un tipo grasso, butta giù le sue
carte: un sette, un re, un fante... e sono tredici... e poi ancora
un sette. «E fa venti,» dice. «Il ventuno prende.»
E Slembeck spinge quei quattro stracci biglietti da cento
attraverso il tavolo, sotto la luce accecante.
Ho sempre una maledetta scarogna in questi ultimi tempi,
pensa. Sempre scarogna. Bisogna che le cose cambino,
devono assolutamente cambiare.
Il tenente Colman è al bar degli ufficiali, seduto vicino
alla radio, dalla quale esce un fiotto violento di hot-jazz.
Quel ritmo aspro incide sui nervi con la sua irruente monotonia.
Colman ha allungato le gambe; le braccia penzolano ai
lati della poltrona. Dove arriva la mano destra c'è un
posacenere. Dove arriva la sinistra, una bottiglia di birra.
Colman cerca di ammazzare il tempo, e la musica a tutto
volume lo aiuta. Gli ottoni urlano nella sala leggermente
in penombra. Poi i sassofoni piagnucolosi si interrompono
di scatto. La batteria resta sola per tre battute e poi si
arresta anche lei, come se si fosse seccata.
«Non è Shakespeare di sicuro,» commenta Colman a
mezza voce. E ride fra sé.
Sylvia Meiners dorme tutta raggomitolata, le ginocchia
contro il seno. Quasi sentisse il bisogno di chiudersi in se
stessa come fa il riccio quando si cerca di prenderlo.
Nel sonno Sylvia sorride. Ma è un sorriso un po' preoccupato,
quasi dolente. La bocca è semiaperta, come sul
punto di fare una domanda.
Sylvia sta sognando: è una bambina e ha vicino un cane
che fa la guardia. Un cane San Bernardo, grosso e
grasso con gli occhi umidi e affettuosi di una stupidità commovente.
Sta attento che lei non si allontani dal suo posto
di gioco. E quando tenta di farlo, lui arriva sulle sue
morbide zampe, la prende per il braccio, senza però mordere,
e la riporta indietro, dove le hanno detto di stare. E
la scena si ripete.
Sylvia sogna ancora: è sempre una bambina. Intorno a
lei saltella un coniglio con gli occhi rossi e una pelliccetta
candida e setosa. È impaurito, il coniglietto, e trema tutto.
Ma non si allontana e si lascia carezzare. Anzi, le si struscia
addosso. Lei gli vuol bene, a questa bestiola. L'afferra e se
la stringe al petto, tenendola con le due braccia. Il coniglietto
sussulta un paio di volte, poi si acquieta e resta lì
tranquillo. Tutto tranquillo. Immobile. È morto.
Sylvia si allunga, tutto il corpo si tende come per irrigidirsi
in posizione di difesa. Le piccole mani affondano nel
lenzuolo come per aggrapparvisi. Dalla bocca esce un suono.
«Oh.» Niente altro.
Poi il corpo teso si abbandona, come privato di ogni forza.
Ora è molto piccola e debole, indifesa e senza più coraggio.
Le dita si muovono nell'aria come se cercassero un appiglio,
ma non lo trovano.
Ted Harte siede sul letto e sfoglia un libro. La lampada
sul comodino getta una luce obliqua sulle pagine. Legge
Ernst Wiechert.
Creature che portano il loro cuore nel palmo della mano
casa, pensa. Qualche volta lo perdono, qualcuna lo calpesta.
Anime, sentimenti.
Non c'è dubbio: Ernst Wiechert è un poeta tedesco.
Certo uno dei più tedeschi. Soffre con dignità, con nobiltà,
e la sofferenza si trasforma in un trionfo di regale pazienza.
Non leggere Ernst Wiechert vuol dire non penetrare nella
giungla della vita interiore dei tedeschi.
Ah, pensa Harte, è una tortura vedere come si tormentano.
Ma evidentemente ce l'hanno nel sangue.
Ma poi esistono creature umane, come questa Sylvia
Meiners.
Sylvia Meiners.
Sylvia.
Non devo pensarci tanto.
Dov'è il mio whisky?
Gernsbach non riesce a dormire. Nel suo atelier è rimasto
ancora un vago sentore di sigarette, di alcool e del profumo
di Sylvia Meiners.
Butta indietro la coperta, si alza e va alla finestra. La
luna illumina blandamente le montagne. Un chiarore opaco,
un po' spento arriva fin nella strada. Una striscia di
asfalto su cui si fa strada un'ultima luce.
Gernsbach si avvicina al tavolo, sfrega un fiammifero e riaccende
tutte le candele, sono ancora dov'erano quella sera.
Gernsbach siede al suo posto. La stessa sedia di prima.
Il divano dove sedeva Harte rimane indietro, nella penombra.
Come se non ci fosse. Ma davanti a lui c'è una poltroncina
dallo schienale ricurvo, e lì sedeva Sylvia Meiners.
Il volto di lei era proteso verso la luce delle candele,
come sospeso nell'aria. Il volto di un bimbo curioso eppure
anche il volto di una donna intelligente. Non molto mobile,
ma neppure mai fermo, con quei suoi grandi occhi.
Afferra un blocco di fogli e immediatamente si mette
a disegnare. Rimane una superficie libera, e dietro grandi
ombre dense che sfumano ai margini. L'arco morbido sotto
gli occhi e poi...
Niente. Impossibile continuare. Lo vede, lo vede con
estrema precisione ma non riesce a tradurlo visivamente. I
volti ch'egli vede affondano dentro di lui.
Getta via il blocco e fissa intensamente la fiamma delle
candele, e attraverso la fiamma la poltroncina con lo schienale
ricurvo che ora è vuota.
In lui c'è il vuoto. Nient'altro che il vuoto. E in quel
vuoto precipita.
La stanza in cui si trova il grande letto azzurro sembra
tutta imbottita di cuscini. Le pareti sono come morbide
coperte.
Brigitte Hauser e Frank C. Keller sono stesi l'uno accanto
all'altra, si sfiorano leggermente le mani, quasi volessero
convincersi, con gesto cauto e leggero, di non essere
soli.
Mentre le mani si cercano, i loro occhi sono fissi al soffitto
di un bianco spento. Una piccola lampada in un angolo
lontano immerge la stanza in una luce rosata.
La mano di Frank scivola nei capelli della donna. Brigitte
muove la testa per andare incontro alla sua carezza
e il suo corpo si volge verso di lui. Entrambi tentano di
penetrarsi con lo sguardo.
«A cosa pensi?» domanda Keller.
«A nulla,» risponde Brigitte. «Quello che ho fatto, è
accaduto senza pensieri né riflessioni. Senza secondi fini.»
«Allora va tutto bene,» risponde Keller.
«È un buon inizio,» dice Brigitte e si china su di lui.
La notte pesa greve sopra il campo degli internati. Il
sudore di mille corpi sembra levarsi laggiù in spesse cortine
di vapore. La luce dei fari si impiglia nel luccichio del
filo spinato. Sulle torrette di guardia le sentinelle si sporgono
dalle balaustre di legno e frugano con lo sguardo
quella fetta di luce che i riflettori fanno emergere dal buio
della notte.
La mitragliatrice che hanno accanto, fissata sul suo treppiede
e puntata verso il centro del fascio luminoso, è fredda
e muta. I tre edifici in cui dormono gli internati sorgono
nella notte senza una luce, come giganteschi mattoni. Tutte
le finestre sono aperte. Par quasi di sentire l'ansito di
mille polmoni.
La camera del comandante tedesco è al pianterreno del
blocco A. Reiter è steso sul suo lettino da campo in un
angolo; l'unico letto di tutto l'edificio, che per il resto ha
solo cuccette sovrapposte. Reiter dorme profondamente. Il
suo respiro è regolare.
È il sonno di un uomo che ha lavorato intensamente
per tutta la giornata, che ha cercato in tutti i modi di compiere
il suo dovere, prevedendo difficoltà, smussando angoli,
calmando animi, lottando per ottenere il necessario. Ha
superato con abilità i momenti difficili di oggi, e con la
stessa abilità cercherà di superare quelli di domani. Cerca
di fare del suo meglio e lascia che le cose maturino.
Per ora può dormire tranquillo.
Nella camerata 29 ventidue uomini respirano nella notte.
L'aria nella stanza si è fatta pesante. Tanto da poterla
quasi tagliare a fette.
Il barone von Hagen, che ha il posto vicino alla finestra,
ne ha chiuso un battente. Questo succede ogni notte,
con regolarità, esattamente verso le dodici, quando la prima
frescura che viene da fuori minaccia la costituzione del
barone, non più molto robusta. Un gioco sapiente di asole
e cordicelle permette al ba'rone di chiudere senza muoversi
il battente della finestra.
Dalla cuccetta di Laffrentz viene il ronfare pesante tipico
dei grassi. L'uomo è steso supino, la bocca aperta, le
mani posate sul ventre con le dita allargate, quasi volesse
difenderlo. Ogni tanto deglutisce, a intervalli regolari;
per la precisione ogni sedici minuti la saliva gli gorgoglia
in gola e allora si passa le mani grasse sul viso, come a toglierne
il sudore. Poi le mani ritornano a posarsi sul ventre
e lui riprende a russare.
Mangel invece ha un respiro silenzioso. È immobile, disteso
come una statua di pietra su una lastra tombale, le
braccia allungate ai lati del corpo. Pare quasi che perfino
nel sonno le dita si preoccupino di combaciare con la
cucitura dei calzoni. Sotto il cuscino, chiusi fra fogli di
giornale, sono tenuti al sicuro i progetti per la rete ferroviaria
del Sud-est europeo.
Kurtz penzola giù dal suo pagliericcio, al terzo ripiano di
cuccette. Tiene il viso premuto nella giubba che gli serve
da cuscino e ride fra sé, disteso bocconi. La risata gli scuote
tutto il corpo. Poi si sveglia, ma non apre gli occhi, resta
invece in ascolto nel silenzio della notte. Sente salirgli
alle narici il vapore caldo e penetrante che viene dai molti
corpi e, disgustato, preme la faccia negli indumenti su cui
sta disteso.
Trost si è sollevato a sedere. Se ne stava raccolto nella
sua coperta e ha sentito un leggero ronzio, un formicolio
sospetto intorno al collo. Ha sollevato cauto una mano e il
palmo incurvato si è posato su una grossa zanzara che vibra
tutta sotto la sua mano. Lentamente le dita si restringono
sull'insetto e finalmente lo tengono.
Ora si alza e avanza tentoni nella stanza buia, scavalcando
cauto i corpi stesi per terra e cercando di tenere in bilico
il corpo stanco. Ma a un certo punto barcolla e va a finire
contro lo spigolo del tavolo, che scivola per un tratto sul
pavimento.
Dalla cuccetta sotto a quella di Kurtz viene la voce di
Hauser: «La smetta di far baccano, perdio! Non può uscire
anche lei prima di andare a dormire, come fanno tutti?»
La voce è bassa, soffocata, ma limpida. La voce di un uomo
che non è stato svegliato dal rumore, ma che era già sveglio,
lucido.
Trost borbotta parole di scusa; non si prova nemmeno a
dare spiegazioni. Riderebbero tutti di lui se raccontasse che
si è alzato per gettare una zanzara dalla finestra. E così
deve uscir fuori in corridoio, perché davanti all'unica finestra
della camerata dorme il barone von Hagen, e quello
non lo vuol disturbare.
«Non riesce a dormire, Hauser?» domanda Kurtz a
voce bassa.
«No,» risponde l'altro.
Hauser ha gli occhi fissi nel buio. Se allunga il braccio
e lo solleva di poco, tocca l'assito sopra di sé, su cui posa
il pagliericcio di Kurtz.
A tentoni cerca nell'oscurità la fotografia che tiene fra le
coperte. È l'immagine di sua moglie in costume da bagno,
distesa, intenta a sorridere all'obiettivo. Sfiora l'immagine
con le dita; ecco, questa è la superficie liscia. Si sorprende
a carezzare l'immagine.
Ecco, pensa, la sua testa. I capelli scendono in grandi onde
morbide sulle spalle e di lì il suo sguardo scivola ogni
volta verso il seno di Brigitte; quel seno che si erge turgido
e pieno sotto la stoffa tesa del costume. Ma, continua a pensare, se ho in mano la foto alla rovescia, ora le mie
dita non sono sulle sue spalle, ma sulle gambe, all'attaccatura dei fianchi.
Hauser toglie di scatto le mani dalla fotografia, e se la
preme sugli occhi. Una folla di immagini gli si scatenano
nella mente, immagini che si dissolvono, tornano, illusioni,
fantasmi. Hauser si gira sul fianco con un gemito.
Non può dormire, pensa Kurtz che sta nella cuccetta
sopra di lui. Non può dormire. Persino Hauser non riesce a dormire.
Nessuno può dormire; nessuno è sveglio. Ci muoviamo
tutti come sonnambuli attraverso questa fatica che chiamiamo
vita. Forse dovremmo piangere di noi stessi. Ma questa
esistenza non vale neppure le lacrime che vi si possono
versare.
...
.
...
FINE Parte 1.